17/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo le rivolte popolari, le trattative fra governo e maoisti. Ma il futuro resta incerto
Dal nostro inviato
Francesca Lancini 
  Strada di Kathmandu, di Lorenzo Dell'Uva
Kathmandu è una città che confonde. Ci si perde nelle vie affollate e nei vicoli stretti. Non ci si orienta nelle piazze circolari usate come mercati ambulanti e quando si arriva a Durbar Square, il cuore della capitale nepalese, è difficile riconoscere i templi indù di colore rosso mattone e di ogni dimensione segnati sulla mappa. Camminare nel traffico, poi, può diventare un’impresa, storditi dallo strombazzare continuo dei clacson di auto Maruti e motorette anch’esse tutte uguali, importate dalla vicina India. Il disorientamento, del resto, fa parte del fascino unico di questa meta obbligata per i viaggiatori e gli avventurieri di tutto il mondo, ma è anche una metafora di ciò che si prova ad analizzare la situazione politica attuale del Nepal, in bilico fra pace e guerra.  
 
Venditrice ambulante, di Lorenzo Dell'UvaE’ successo tutto molto in fretta. Ad aprile, in soli diciannove giorni di rivolte popolari pacifiche nelle principali città del piccolo Paese asiatico, stretto fra i giganti India e Cina, si sono ottenuti risultati degni di una rivoluzione. Il re despota dal nome impossibile, Gyanendra Bir Bikram Shah Dev, ha rinunciato al potere assoluto, preso il primo febbraio 2005, e ha riaperto il parlamento chiuso nel 2002. Quest’ultimo ha subito deciso l’elezione di una nuova assemblea costituente, che riscriverà la Carta principale dello Stato e deciderà se far sopravvivere oppure sostituire la monarchia con la repubblica. Ma non finisce qui. A inizio maggio il primo ministro, Girija Prasad Koirala, ha nominato il nuovo governo scegliendo un comunista come suo vice, mentre i guerriglieri maoisti hanno aderito a un cessate il fuoco di almeno  tre mesi, accettando così di intavolare nuove trattative di pace con l’Esecutivo. Il neonato governo, infine, ha esautorato il sovrano di tutti i poteri, trasformandolo in una figura cerimoniale. Il prezzo della mobilitazione, che ha portato centinaia di migliaia di persone nelle strade con slogan anti-monarchici, è stato di almeno 14 morti e molti feriti, soprattutto giovani.
  Di Lorenzo Dell'Uva
La lunga strada verso la pace. In Nepal nessun cambiamento può avvenire senza lasciare uno strascico o una ferita. E’ uno dei Paesi più poveri al mondo, dove la società patriarcale indù è basata sulle discriminazioni di casta e di sesso e dove il conflitto decennale fra i maoisti e l’esercito reale ha causato almeno 13mila morti e centinaia di migliaia di sfollati nelle campagne fuori dalla valle di Kathmandu. L’atteso e storico accordo raggiunto lo scorso 16 giugno fra il capo dei maoisti Pushpa Kamal Dahal, detto Prachanda (“Il fiero”), e il primo ministro Koirala è stato colto con tutti i toni dell’ottimismo, dai più accesi ai più cauti, anche se molti esperti invitano a un sano scetticismo. Il capo ribelle Prachanda, 52 anni e l’atteggiamento ingannevole di un intellettuale timido, è arrivato per la prima volta nella capitale dopo una latitanza di venticinque anni nelle zone remote del Nepal e in India. Prima era apparso di rado in pubblico, ma nel gennaio scorso, sulla scia degli ultimi eventi, tra cui un’alleanza stretta fra i sette partiti dell’opposizione e i maoisti, in funzione anti-monarchica, aveva rilasciato la prima intervista a un media internazionale, la Bbc, giustificando l’uso della violenza per la sua cosiddetta “guerra del popolo”. Oggi Prachanda e Koirala hanno deciso lo scioglimento del parlamento e la formazione di un governo ad interim con la partecipazione dei maoisti, ma nell’accordo in otto punti non è menzionato l’abbandono della violenza da parte della guerriglia. Il 20 giugno, però, il ministro dell’Interno Sitaula ha detto che non spartirà il potere con una forza armata, ma i ribelli hanno ribattuto che non deporranno i fucili finché non si terranno le elezioni, entro l’aprile 2007.
 
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Francesca Lancini

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