Dopo le rivolte popolari, le trattative fra governo e maoisti. Ma il futuro resta incerto
Dal nostro inviato
Francesca Lancini
Kathmandu è una
città che confonde. Ci si perde nelle vie affollate e nei vicoli stretti. Non
ci si orienta nelle piazze circolari usate come mercati ambulanti e quando si
arriva a Durbar Square, il cuore della capitale nepalese, è difficile
riconoscere i templi indù di colore rosso mattone e di ogni dimensione segnati
sulla mappa. Camminare nel traffico, poi, può diventare un’impresa, storditi
dallo strombazzare continuo dei clacson di auto Maruti e motorette anch’esse
tutte uguali, importate dalla vicina India. Il disorientamento, del resto, fa
parte del fascino unico di questa meta obbligata per i viaggiatori e gli
avventurieri di tutto il mondo, ma è anche una metafora di ciò che si prova ad
analizzare la situazione politica attuale del Nepal, in bilico fra pace e guerra.
E’ successo tutto
molto in fretta. Ad aprile, in soli diciannove giorni di rivolte popolari
pacifiche nelle principali città del piccolo Paese asiatico, stretto fra i
giganti India e Cina, si sono ottenuti risultati degni di una rivoluzione. Il
re despota dal nome impossibile, Gyanendra Bir Bikram Shah Dev, ha rinunciato
al potere assoluto, preso il primo febbraio 2005, e ha riaperto il parlamento
chiuso nel 2002. Quest’ultimo ha subito deciso l’elezione di una nuova
assemblea costituente, che riscriverà la Carta principale dello Stato e
deciderà se far sopravvivere oppure sostituire la monarchia con la repubblica.
Ma non finisce qui. A inizio maggio il primo ministro, Girija Prasad Koirala,
ha nominato il nuovo governo scegliendo un comunista come suo vice, mentre i
guerriglieri maoisti hanno aderito a un cessate il fuoco di almeno tre mesi, accettando così di intavolare nuove
trattative di pace con l’Esecutivo. Il neonato governo, infine, ha esautorato
il sovrano di tutti i poteri, trasformandolo in una figura cerimoniale. Il
prezzo della mobilitazione, che ha portato centinaia di migliaia di persone
nelle strade con slogan anti-monarchici, è stato di almeno 14 morti e molti
feriti, soprattutto giovani.

La lunga strada verso la pace. In Nepal nessun
cambiamento può avvenire senza lasciare uno strascico o una ferita. E’ uno dei
Paesi più poveri al mondo, dove la società patriarcale indù è basata sulle
discriminazioni di casta e di sesso e dove il conflitto decennale fra i maoisti
e l’esercito reale ha causato almeno 13mila morti e centinaia di migliaia di
sfollati nelle campagne fuori dalla valle di Kathmandu. L’atteso e storico
accordo raggiunto lo scorso 16 giugno fra il capo dei maoisti Pushpa Kamal
Dahal, detto Prachanda (“Il fiero”), e il primo ministro Koirala è stato colto
con tutti i toni dell’ottimismo, dai più accesi ai più cauti, anche se molti
esperti invitano a un sano scetticismo. Il capo ribelle Prachanda, 52 anni e
l’atteggiamento ingannevole di un intellettuale timido, è arrivato per la prima
volta nella capitale dopo una latitanza di venticinque anni nelle zone remote
del Nepal e in India. Prima era apparso di rado in pubblico, ma nel gennaio
scorso, sulla scia degli ultimi eventi, tra cui un’alleanza stretta fra i sette
partiti dell’opposizione e i maoisti, in funzione anti-monarchica, aveva
rilasciato la prima intervista a un media internazionale, la Bbc, giustificando
l’uso della violenza per la sua cosiddetta “guerra del popolo”. Oggi Prachanda
e Koirala hanno deciso lo scioglimento del parlamento e la formazione di un
governo ad interim con la partecipazione dei maoisti, ma nell’accordo in otto
punti non è menzionato l’abbandono della violenza da parte della guerriglia. Il
20 giugno, però, il ministro dell’Interno Sitaula ha detto che non spartirà il
potere con una forza armata, ma i ribelli hanno ribattuto che non deporranno i
fucili finché non si terranno le elezioni, entro l’aprile 2007.