14/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



L'indologo Michel Guglielmo Torri spiega lo scenario in cui è avvenuta la strage di Bombay
Dopo Nuova Delhi e Varanasi, il terrorismo ha colpito Mumbay (ex Bombay), capitale finanziaria dell’India, con sette esplosioni a venti minuti di distanza l’una dall’altra, che fanno pensare a “una logistica sofisticata risultato di una pianificazione accurata da parte di un gruppo esperto”. Questo il parere dell’indologo Michel Guglielmo Torri, che ci aiuta a capire i retroscena di una strage che ha causato 200 morti e 724 feriti.
  Stazione di Mumbai
Operazione congiunta. Il governo indiano per ora è cauto e preferisce non azzardare ipotesi sui responsabili degli attacchi. La polizia, invece, accusa il gruppo militante kashmiro con base in Pakistan, Lashkar-e-Toiba, che però respinge ogni responsabilità. Secondo Torri il quadro è molto più complesso e potrebbe trattarsi di un’operazione congiunta di due gruppi. “L’esplosivo usato a Bombay, nonostante una quota minima di Rxb ad alto potenziale, è stato fatto con agenti chimici facilmente reperibili. Ciò fa credere che le azioni terroristiche siano state compiute da un gruppo locale, che potesse mescolarsi facilmente col contesto urbano di questa città. Ovvero dallo Student Islamic Mouvement of India (SIMI), attivo nell’India occidentale, dove si trova Bombay”.
 
Il SIMI. Ma che tipo di movimento è il SIMI, di cui pochi finora hanno parlato? “Nasce – spiega il professore – da un gruppo di giovani colti della classe media, che dopo il massacro di musulmani nello stato del Gujarat del 2002, con 2mila morti, ha deciso di adottare metodi terroristici per combattere contro le discriminazioni dei musulmani in India”. Oggi il SIMI è bandito dal governo e potrebbe essere diventato la quinta colonna, che permette ai militanti del Kashmir di operare nel resto del Paese. “I ribelli separatisti kashmiri – continua Torri - un tempo non avevano capacità operative fuori dalla loro regione, contesa da India e Pakistan, ma dal dicembre 2001 hanno allargato il loro raggio d’azione con una serie di attentati. Le rivendicazioni sul Kashmir si sono congiunte con il desiderio di rivalsa di certi settori della comunità musulmana in altre regioni”.
 
Il ruolo dei servizi segreti pachistani. Militanti islamici del Kashmir e membri del SIMI uniti, quindi, per portare a termine attentati di spaventosa portata. Ma negli attacchi di Bombay potrebbe essere intervenuto anche un terzo attore: “E’ possibile che spezzoni deviati dei servizi segreti pachistani – insiste Torri - abbiano agito per mettere in pericolo e in cattiva luce il regime di Musharraf. Si tratta di settori islamizzati dell’esercito che, non approvando la politica filo-occidentale del presidente, manipolano, penetrano e aiutano logisticamente gruppi estremisti in India per dimostrare che Musharraf non è in grado di gestire la situazione”. Per molto tempo, del resto, i gruppi kashmiri sono stati addestrati, organizzati e finanziati proprio dai servizi segreti pachistani.
 
Al Qaeda non c'entra. E’ per questo che, quando avvengono attentati in India, di matrice kashmira, si chiama a volte in causa al-Qaeda? Torri è scettico: “Solo alcuni analisti di destra, vicini ai neoconservatori statunitensi o ai nazionalisti indù, dicono che al-Qaeda ha ispirato gli attentati in India. Ma è un’affermazione debole: non esiste alcun legame operativo fra i militanti kashmiri e quelli di Osama Bin Laden. L’unico elemento in comune risale a tempo addietro, quando a metà anni Novanta alcuni gruppi che avevano combattuto in Afghanistan contro i sovietici si sparsero nel mondo islamico: alcuni andarono a combattere con al-Qaeda e altri in Kashmir. Tra i militanti kashmiri, quindi, ci possono essere origine e posizioni ideologiche dello stesso tipo. Ma niente di più”.
  Parente di una vittima
Rivendicazioni kashmire. Tra gli attentati di Nuova Delhi, Varanasi e Bombay è incontestabile un filo conduttore: “Dietro – conclude il docente – ci sono sempre i kashmiri al fine di boicottare il processo di avvicinamento fra India e Pakistan, in corso da alcuni anni. All’inizio degli anni Novanta esisteva un gruppo laico, il Jammu e Kashmir Liberation Front, che voleva l’indipendenza del Kashmir dall’India, ma nel ’92 è stato schiacciato dall’esercito indiano. Oggi sono rimasti gruppi islamisti che chiedono un’unica cosa: l’annessione al Pakistan, da cui appunto sono finanziati”. Ma anche qui le cose si complicano. La popolazione, spesso vittima della guerra in Kashmir fra militanti ed esercito, è in gran parte sostenitrice dell’indipendenza della regione himalayana.
 

Francesca Lancini

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