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Approda in Parlamento il
decreto sul proroga della partecipazione italiana alla missione militare della
Nato in Afghanistan: Isaf.
Nino Sergi, segretario
generale di Intersos. “I Prt vengono
spacciati per strutture miste civili-militari, ma in realtà operano sotto il
comando dei militari e consistono in squadre di militari che svolgono attività
umanitaria in maniera strumentale a obiettivi militari che prescindono dalle
reali esigenze della popolazione locale. Questo non solo contrasta con la
regola etica fondante dell’aiuto umanitario, la neutralità. Ma mette in
pericolo il nostro lavoro in quelle zone, costringendoci addirittura a sloggiare
dalle aree in cui operano i Prt. Perché laddove i militari fanno lo stesso
lavoro che facciamo noi, la popolazione non distingue più tra noi e loro, ci
identifica con i militari e scarica anche su di noi l’ostilità che ha nei
confronti delle truppe straniere, soprattutto ora che la missione di pace Isaf
e l’operazione bellica Enduring Freedom si sono sovrapposte e confuse
diventando praticamente indistinguibili”.
Stefano Savi, direttore generale
di Msf Italia.
“La nostra Ong è stata costretta nel 2004 a lasciare l’Afghanistan,
dopo l’uccisione da parte dei talebani di cinque nostri operatori che
lavoravamo in una zona dove le forze Usa della Coalizione svolgevano
azioni umanitarie in cambio di informazioni sui talebani. Allora
denunciammo, come organizzazione, che era stata anche questa confusione tra
aiuti e azioni militari a mettere a rischio la sicurezza dei nostri
operatori”.
Carla Ricci, direttore di
Coopi. “Non vogliamo più essere usati
come la copertura del governo per scelte politiche che non hanno nulla a che
fare con l’aiuto alla popolazione afgana. Noi e i militari abbiamo scopi
diversi. Confondere i due piani è pericoloso per il nostro personale e
deleterio per il nostro lavoro e quindi per il benessere della popolazione.
Quello di cui l’Afghanistan ha bisogno adesso sono seri progetti di
cooperazione gestiti da civili, non dai militari, che chiaramente hanno
obiettivi e agende incompatibili con le nostre. Dire che in questo momento i
nostri soldati sono in Afghanistan per scopi umanitari e per proteggere le Ong
è un modo per coprire scelte dettate da scopi ben diversi. Dal nostro punto di
vista, la presenza militare italiana in Afghanistan non ha alcun senso
umanitario. Per questo chiediamo l’immediato ritiro del nostro contingente”.
Ruggero Tozzo, direttore
di Alisei. “Noi operavamo nell’ovest
dell’Afghanistan, nella zona di Herat, fin dal 2000, ben prima dell’arrivo
degli eserciti stranieri nel paese. Abbiamo lavorato bene fino a circa un anno
fa, quando in quella zona sono arrivati i soldati italiani della missione Isaf.
Pur non avendo un’opposizione pregiudiziale e ideologica alla collaborazione
con i militari, con l’apertura del Prt di Herat abbiamo iniziato ad avere
problemi. La sovrapposizione dei ruoli e la confusione delle competenze ci
hanno creato problemi non solo operativi ma anche e soprattutto di sicurezza,
perché la gente del posto, che fino a quel momento ci aveva accolti senza
problemi, ha iniziato a guardarci male, a identificaci con i soldati. Alla
fine, la situazione è diventata così difficoltosa e pesante che abbiamo deciso
di andarcene in attesa di tempi migliori”. “La cooperazione – prosegue Tozzo –
non
si può fare sotto scorta armata militare. E se poi c’è la guerra, come c’è in
Afghanistan, non ci può essere cooperazione. In queste condizioni di
conflittualità e confusione di ruoli, civili delle Ong e militari non possono
operare fianco a fianco. Uno dei due si deve fare da parte. Per ora ci siamo
fatti da parte noi. Aspettiamo di poter tornare al lavoro il prima possibile,
perché ce n’è un disperato bisogno”.
Stefano Piziali,
responsabile policy del Cesvi. “Le
Ong non possono lavorare fianco a fianco con i militari in un posto dove questi
ultimi si alternano tra operazioni umanitarie e operazioni di guerra. Cosa può
pensare la popolazione afgana che di giorno vede elicotteri con le insegne Isaf
che scaricano sacchi di farina e di notte vede gli stessi elicotteri che scaricano
bombe e missili sui loro villaggi? La missione della Nato, Isaf, dovrebbe
garantire sicurezza alla popolazione e invece sta facendo la guerra con gli
americani, attirandosi l’odio della popolazione, che ormai non distingue più
tra una missione e l’altra. Per questo non possiamo operare dove sono presenti
i soldati Isaf. Siamo molto più al sicuro dove loro non ci sono!”.
Raffaele Salianri, Terres des Hommes. “Le imprescindibili linee guida del nostro lavoro, come Ong, sono
quelle stabilite dalla Convenzione di Ginevra in riferimento all’operato della
Croce Rossa: la neutralità e l’imparzialità dell’intervento umanitario, senza
distinzioni tra ‘amici’ e ‘nemici’, e la sua autonomia e completa indipendenza
dalle strutture militari. In questo momento, in Afghanistan, queste regole sono
violate perché le operazioni umanitarie militarizzate, quelle dei Prt, e quelle
civili che si svolgono con al copertura e protezione dei militari, sono tutt’altro
che neutrali e imparziali. Le Ong non possono, non devono avere a che fare con
i militari! Soprattutto ora che la missione miliatre Isaf si è trasformata in
una missione di guerra. Per questo noi chiediamo il ritiro del contingente
militare italiano, perché esso costituisce un ostacolo alle operazioni
umanitarie e alla ricostruzione del Paese, che potranno essere efficaci e reali
solo quando i soldati se ne saranno andati. Solo allora noi torneremo a
lavorare in Afghanistan: non vogliamo prestarci a fare da copertura alle scelte
di guerra del nostro governo!”.
Renato Corrado, direttore
di Aispo. “Lavorare con i militari
per noi è diventato un problema perché la loro logica e le loro valutazioni
differiscono profondamente dalle nostre, e quindi, se dipendiamo da loro,
l’agilità e l’efficacia del nostro operato ne risentono fortemente. Ma non è
solo un problema di efficacia operativa. La confusione di ruoli tra militari e
civili mette a rischio gli operatori delle Ong perché vengono confusi e
identificati con i soldati Isaf che, oltre che a fare la guerra, si occupano
anche di attività umanitarie, cooperazione e ricostruzione. Il nostro governo
dovrebbe richiedere, in sede Nato, una seria e approfondita valutazione
dell’operazione Isaf: obiettivi, strategie, modalità operative, sovrapposizioni
con Enduring Freedom, esigendo chiarezza così da poter assumere decisioni
coerenti sulla continuazione o meno della partecipazione italiana
all’operazione Isaf”.
Paolo Beccegato, responsabile
area internazionale Caritas Italiana.
“Il nostro organismo pastorale sostiene moltissime Ong afgane da prima del 2001
e dell’arrivo degli eserciti stranieri. Come ha ribadito un recente documento di Caritas
Inetrnationalis, noi abbiamo sempre criticato la confusione e la
sovrapposizione di operazioni umanitarie e operazioni militari, la
militarizzazione dell’aiuto umanitario, perché pensiamo che questo mini l’imparzialità
e l’indipendenza del nostro lavoro e lo esponga anche a rischi inutili”. Enrico Piovesana