Il governo italiano continua a sostenere che la missione militare in Afghanistan
a cui
l’Italia partecipa – ISAF – non è una missione unilaterale “di guerra”
come “Enduring Freedom”, bensì una missione multilaterale ONU “di pace”
dalla quale non possiamo uscire per non venire meno ai nostri impegni
internazionali. Ma non dice che la natura della missione ISAF è completamente
cambiata,
poiché si è “fusa” con Enduring Freedom diventando anch’essa una
missione di guerra contro i talebani.
La metamorfosi della missione ISAF. Con l’apertura dell’impegnativo fronte di guerra iracheno nel 2003, gli
Usa decidono di lasciare l’allora più tranquillo fronte afgano agli
alleati della Nato. Per fare questo, però, non chiedono loro di entrare
in Enduring Freedom, ma impongono un cambiamento strutturale della
missione ISAF.
Nell’agosto 2003, la missione ISAF diventa
a comando Nato: alleanza militare formalmente in guerra a
fianco degli Usa in virtù del richiamo all’art. 5 del Trattato
dell’Alleanza Nord-Atlantica.
Pochi mesi dopo, la
risoluzione Onu 1510 del 13 ottobre 2003 stabilisce
l’espansione della missione ISAF dalla sola Kabul a tutto il territorio
nazionale afgano, prevedendo per il 2006 un’espansione anche nelle zone
meridionali e orientali del paese.
Ma nel 2005, dopo un anno di relativa quiete, proprio quelle regioni vengono riconquistate
dalla resistenza talebana.
Nei quartieri generali della Nato si inizia a parlare dell’esigenza di
“irrobustire” le regole d’ingaggio per la missione ISAF visto l’impegno
in un teatro “ostile”. Polemiche e dibattiti scuotono le cancellerie di
tutta Europa. Non una parola in Italia.
Come ha spiegato il generale Fabio Mini (ex comandante della missione
KFOR in Kosovo), invece di espandersi, come previsto, in zone che
dovevano essere già state pacificate e ‘bonificate’ dai soldati Usa,
nel 2006 la missione ISAF si è trovata essa stessa impegnata, a fianco
e al posto delle forze Usa, nella ‘bonifica’ di queste zone, ovvero
nella guerra ai talebani.
Così, la missione ISAF è diventata una missione di guerra, sovrapponendosi e confondendosi
con Enduring Freedom.
Confermare la partecipazione ad ISAF ignorando i cambiamenti che invece
ci sono stati, significa far prevalere la prassi sul diritto, mentire
all’opinione pubblica e calpestare l’articolo 11 della nostra
Costituzione.
L’escalation del conflitto. Dopo una fase decrescente del conflitto
durata tre anni (1.500 morti nel 2002, 1.000 nel 2003, 700 nel 2004),
la guerra in Afghanistan è ricominciata più violenta che mai (2.000
morti nel 2005, 6.000 nel 2006 e già 250 nei primi 15 giorni del gennaio 2007).
Emblematico l’aumento
delle perdite tra le forze di occupazione Usa e Nato: 68 nel 2002, 57
nel 2003, 58 nel 2004 e poi 129 nel 2005 e 191 nel 2006.
I talebani rifugiatisi in Pakistan si sono infatti riorganizzati e
hanno ripreso il controllo di tutte le province del sud, sferrando
attacchi su vasta scala e ricorrendo anche ai kamikaze.
Le forze Usa di Enduring Freedom hanno ricominciato a bombardare con
l’aviazione le zone considerate roccaforti talebane e poi a sferrare
massicce offensive terrestri. Centinaia i civili, spacciati dai comandi Usa per
combattenti, uccisi in queste operazioni.
Due conti in tasca. La missione militare italiana in Afghanistan ISAF
costa ai contribuenti circa 300 milioni di euro all’anno. Solo per le
spese di mantenimento truppe e mezzi.
Mantenere 3 ospedali di standard occidentale, un centro di maternità,
27 cliniche e posti di pronto soccorso e un programma di assistenza
sanitaria nelle carceri, costa a una Ong italiana 6 milioni di euro
all’anno.
Quanti ospedali, scuole e orfanotrofi si potrebbero aprire in
Afghanistan con le decine di milioni di euro spesi per pagare gli
stipendi dei nostri soldati e i pieni di benzina dei nostri blindati?
Le Ong e i militari. Alle critiche di chi definisce ISAF una missione
di guerra travestita da missione di pace, il governo risponde
rivendicandone lo scopo umanitario, dichiarando che essa contribuisce
alla ricostruzione del Paese: direttamente con le Squadre di
Ricostruzione Provinciale (Prt) e indirettamente con la protezione
garantita alle Ong che altrimenti non potrebbero operare sul
territorio.
Ma le stesse Ong italiane, tutte quelle che hanno lavorato o che
lavorano a tutt’oggi in Afghanistan, insorgono contro quella che
giudicano una strumentalizzazione politica e una confusione di ruoli
che finisce con l’ostacolare e rendere pericoloso, invece che
facilitare, il lavoro di cooperazione e assistenza umanitaria.
Le Ong chiedono al governo di non usare la scusa dell’umanitarismo per
giustificare agli occhi dell’opinione pubblica decisioni di politica
estera che nulla hanno a che vedere con il bene della popolazione
afgana, e di valutare seriamente l’opportunità di continuare a
partecipare a una missione “di pace” ormai indistinguibile
dall’operazione di guerra Enduring Freedom. Alcune, tra le più
importanti Ong, chiedono esplicitamente il ritiro dei nostri soldati
dall’Afghanistan.
Dovevamo portare democrazia… Washington ha installato al potere a Kabul
il fedele ex consulente locale della compagnia petrolifera Usa Unocal e
del Pentagono, Hamid Karzai, e nel 2004 gli ha procurato la vittoria
elettorale sostenendolo apertamente come unico candidato possibile e
pagandogli la campagna elettorale.
Ciononostante, l’autorità del suo governo non si è mai estesa fuori da Kabul.
Le province sono rimaste sempre in mano ai signori della guerra e
dell’oppio: sanguinari criminali e fondamentalisti conservatori che,
avendo fatto da ascari agli Usa contro i talebani, si sono garantiti
l’intoccabilità e nel 2005 – con la violenza e la corruzione e con il
placet Usa – sono finiti anche in Parlamento.
“Gli Stati Uniti hanno abbattuto un regime criminale solo per
sostituirlo con un altro regime criminale”, ha detto la parlamentare
afgana Malalai Joya, che recentemente ha parlato anche a Montecitorio.
“La comunità internazionale deve smetterla di sostenere quei signori
della guerra che per vent'anni hanno bombardato le nostre case, ucciso
la nostra gente, calpestato i nostri diritti e rovinato le nostre vite,
e che ora siedono al Governo e in Parlamento”.
Dovevamo difendere i diritti umani… La triste condizione delle donne
non è affatto migliorata, perché essa è un prodotto della cultura
afgana. I talebani l’avevano solo “istituzionalizzata”. Ora è tornata,
com’è sempre stata, un affare “privato”, gestito dai capi famiglia
invece che dai mullah.
La tortura nelle medievali carceri afgane continua a essere pratica
comune. In più avviene anche nelle strutture detentive militari Usa
sparse per il paese: il “sistema Abu-Ghraib” è stato inventato in
Afghanistan (a Bagram nel 2002) e solo poi esportato in Iraq.
Nonostante lo scandalo suscitato dalla morte per tortura di molti
prigionieri in mano Usa, Washington si è sempre rifiutata di consentire
ispezioni e inchieste indipendenti.
Le violenze contro i civili, gli stupri delle donne e i saccheggi
durante i rastrellamenti dei villaggi da parte delle milizie mercenarie
afgane e delle truppe straniere sono realtà quotidiane.
L’assenza di ogni rispetto per la vita dei civili da parte delle truppe
Usa è continuamente confermata anche dagli incidenti stradali causati
dai blindati militari che hanno l’ordine di non fermarsi se investono
qualcuno.
Tutto ciò provoca un crescente risentimento popolare nei confronti
delle truppe straniere, con conseguente allargamento della base di
consenso della resistenza talebana.
Dovevamo sradicare la piaga dell’oppio… Invece che diminuire, in questi
5 anni la produzione di oppio afgano (che arriva da noi come eroina) è
vertiginosamente aumentata, polverizzando il record storico talebano
del 1999 di 91.000 ettari di piantagioni in 18 province su 32, con
oltre 165.000 ettari coltivati a oppio in 32 province su 32.
Un business intoccabile perché gestito dai signori della guerra alleati
degli Usa (che altrimenti si rivolterebbero in armi) e dallo stesso
governo Karzai (lo stesso fratello del presidente, Walid Karzai, è uno
dei maggiori trafficanti d’oppio del paese).
Il boom della coltivazione dell’oppio è stato anche l’effetto degli
scellerati programmi Onu di sostegno alimentare. L’agricoltura
tradizionale afgana è entrata in crisi a causa dell’afflusso di derrate
gratuite che hanno abbattuto i prezzi di mercato dei prodotti agricoli,
mandando sul lastrico migliaia di famiglie contadine che per questo
sono state costrette ad abbandonare le colture legali per darsi a
quella illegale dei papaveri da oppio, l’unica in grado di garantire la
sussistenza.
Dovevamo portare sviluppo economico e benessere… Al di là della
poverissima economia di sussistenza tradizionale basata su agricoltura
(legale e illegale), pastorizia e piccoli commerci (con un reddito
medio che non supera i 10 dollari al mese), non esistono nuovi sbocchi
lavorativi per gli afgani. L’unica novità, per sua natura transitoria,
è rappresentata dagli impieghi per le Ong straniere e per le
organizzazioni internazionali (autisti, guardiani, ecc).
La massiccia presenza nel paese, e in particolare a Kabul, di stranieri
pieni di dollari, ha avuto un devastante effetto inflazionistico
(soprattutto per il mercato immobiliare urbano) che ha ulteriormente
ridotto il già infimo potere d’acquisto della popolazione. Senza
contare la comparsa di piaghe sociali come la prostituzione,
tossicodipendenza e malattie come l’Aids, prima inesistenti, frutto del
degrado sociale ma anche della presenza straniera.
Dovevamo ricostruire il paese… Il business della ricostruzione è un
affare da 15 miliardi di euro in piena espansione, gestito in gran
parte dagli Stati Uniti (tramite UsAid). Peccato che questi soldi o
sono tornati indietro come profitti delle aziende appaltate (quasi
tutte Usa) – che per guadagnarci hanno gonfiato i conti e risparmiato
su tutto costruendo scuole e ospedali che ora sono chiusi perché
pericolanti – o sono finiti in ‘spese di gestione’ di Ong e
organizzazioni internazionali (stipendi stratosferici, vitto e alloggi
di standard occidentale e fuoristrada di lusso per il personale
espatriato) o ancora sono finiti nelle tasche di funzionari afgani
corrotti. L’unica opera di ricostruzione è stata l’asfaltatura della
“superstrada” Kabul-Kandahar, eseguita a scopo di propaganda pro-Karzai
durante la campagna elettorale del 2004 (oltre che per facilitare i
movimenti via terra delle truppe d’occupazione).
Il fallimento della ricostruzione internazionale ha causato un forte risentimento
popolare verso
gli stranieri, considerati ormai dei bugiardi che fanno solo il loro interesse.