Viaggio nel deserto del Negev, dove i Beduini vivono tra ingiustizie e basi nucleari
Il Negev sulle mappe è un cuneo che occupa tutta la parte meridionale di Israele,
ma dal di dentro è un deserto in miniatura, silenziosamente conteso e intensamente
popolato da militari, coloni e beduini che, almeno sulla carta, sono israeliani.
Le comunità dei beduini nel Negev prima del 1948 assommavano oltre 60 mila individui
e costituivano la grande maggioranza della popolazione del Negev. Ma già dopo
la guerra e le espulsioni delle tribù nel Sinai egiziano e in Cisgiordania, in
quel tratto di deserto del novello stato israeliano rimanevano non più di 10 mila
beduini, ai quali per di più venivano interdetti i territori meridionali, vicini
alla turistica Elat, sul Mar Rosso, e quelli nord occidentali concessi invece
ai Kibbuzim e ai Moshavim, forme di insediamenti agricoli ebraici.
Oggi metà della popolazione, 70 mila beduini, vive confinata in sette insediamenti
permanenti, mentre altrettanti vivono in alcune dozzine di Unrecognized Villages,
agglomerati urbani non riconosciuti da Tel Aviv. Entro i confini di Israele ce
ne sono oltre cento di questi villaggi di cui sulle carte geografiche non v’è
traccia; in essi non v’è traccia nemmeno della civiltà visto che mancano di tutto:
i servizi sanitari basilari, il collegamento alla rete elettrica, le strade, le
fognature, l’acqua corrente e, manco a dirlo, le scuole. Non basta, nella maggior
parte dei casi questi villaggi trovano spazio solo in zone troppo vicine a discariche,
inceneritori, basi militari o industrie. Il governo israeliano tenta da anni di
forzare queste persone a lasciare gli Unrecognized Villages per stabilirsi nelle
Township, gli insediamenti permanenti. E i sistemi sono molti: la negazione del
riconoscimento è solo il primo passo, in questo modo il governo può negare la
fornitura di tutti i servizi basilari a decine di migliaia di persone. L’azione
dissuasoria procede con la sistematica negazione delle concessioni edilizie per
espandere le abitazioni sovraffollate e all’opposto, l’emissione di numerosi ordini
di demolizione delle costruzioni illegali -puntualmente eseguiti con i tristemente
noti caterpillar. Ma anche la frequente distruzione delle coltivazioni con diserbanti
spruzzati dagli aeroplani e le angherie da parte di un corpo di polizia che il
Ministero dell’Interno ha specificamente dedicato ai beduini: la Green Patrol.
Gli occupanti dei villaggi non riconosciuti cercano di resistere il più possibile
a questo forzato inurbamento, anche perché la qualità della vita negli insediamenti
permanenti non può certo dirsi migliore. Anche le township infatti sono come dei
ghetti, con tassi esorbitanti di disoccupazione, criminalità e uso di droghe.
I beduini che vi giungono non possono più esercitare la pastorizia e possono sperare
di trovare lavoro soprattutto nel settore delle costruzioni di insediamenti ebraici.
Tutto questo rientra senza eccezioni in un progetto che porta il nome dell’attuale
Primo Ministro Israeliano: il Piano Sharon per i Beduini del Negev. Il piano,
votato alla Knesset nell'aprile 2003, prevede la completa concentrazione dei beduini
nei sette insediamenti esistenti e ha ricevuto pesanti critiche anche da parte
israeliana, soprattutto per due questioni di metodo: non sono state in alcun modo
consultate le comunità beduine e i fondi stanziati sono stati impiegati in gran
parte nei costi delle demolizioni, delle operazioni della Green Patrol, per diserbare
i campi e pagare le spese legali necessarie ad appianare le dispute territoriali.
Sebbene i beduini sulla carta godano dello status di cittadini israeliani, tanto
che spesso accade che prestino servizio nell’esercito israeliano, nei fatti fanno
parte della società israeliana come una sottoclasse marginalizzata. Nel dicembre
1997, molte associazioni israeliane per i diritti civili si appellarono all’Alta
Corte di Israele perché imponesse al governo la costruzione di 12 cliniche negli
Unrecognized Villages del Negev. La corte ne stabilì la costruzione di 6 entro
60 giorni e ancora oggi se ne attende l’applicazione. Infine, al di fuori dei
villaggi e dalle riserve etniche, rimangono ancora un certo numero di tribù di
beduini che non hanno rinunciato alla tradizione nomade basata sull’allevamento
e il commercio di capre e dromedari. Si muovono continuamente in piccoli nuclei,
con gli animali, le tende tradizionali di pelli di capra e pochi oggetti consunti,
solo che non gli è più possibile coprire le distanze tra una fonte e l’altra lungo
quella che una volta era nota come Via delle Spezie. Non possono per via della
costante minaccia delle jeep verdi, per le continue denuncie da parte dei lavoratori
dei kibbutz, ma soprattutto perché il deserto del Negev oggi è prima di tutto
la caserma di Israele.
Chi si trovasse a percorrere la Road 25, da Beersheva verso la Giordania, sul
lato destro della strada non vedrebbe altro che muri e recinzioni per decine di
chilometri. E’ l’installazione nucleare di Dimona, che proprio in questi giorni
è al centro delle attenzioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica
per via del segreto strategico steso attorno alle sue 100 testate nucleari. Non
è tutto: l’intero Negev è costellato di basi militari le cui lunghe antenne sbucano
dietro le spettacolari rocce d’argilla e basalto e il proverbiale silenzio del
deserto viene continuamente violato dal fragore degli F16 e degli elicotteri Apache.
Da Beer Sheva, fin quasi alle spiagge di Elat - nella punta meridionale del paese
- il deserto è prevalentemente fire.zone, zona di esercitazioni militari giorno
e notte; tranne nel week-end, quando i suoi luoghi più spettacolari vengono aperti
al pubblico e diventano meta surreale di turisti e inconsapevoli escursionisti.
Con tutto questo devono convivere questi ultimi gruppi di beduini nomadi, impossibilitati
persino a raggiungere il vicino Sinai in cerca di spazi autenticamente sterminati,
perché quella rete di basi militari si stende proprio tra loro e l’Egitto. Alcune
famiglie, in un posto in mezzo alle dune dalle parti di Mash’abbè Sadè, allevano
dromedari e ogni tanto ne vendono qualcuno -mille/duemila euro, destinati ai turisti
sulle spiagge del mar Morto: esibiscono con quegli animali un rapporto di amicizia
e profondo rispetto, come da tradizione, per la reciproca sopravvivenza.
La sera in cui mi ospitarono ci raccogliemmo sotto la tenda di pelle, seduti
sulla nuda terra a mangiare il liubbe, pane tradizionale, con verdure e tè, mentre
il capofamiglia raccontava antiche barzellette ambientate al tempo in cui in quella
terra vivevano avveduti nomadi beduini e rozzi falah (contadini); da questa parola
viene il nome phalestine. Residui di orgoglio nomade e tradizione che sopravvivono,
ma oggi i confini sono stretti come non mai per loro, e quando mi rivolgo al giovane
beduino che ascolta con me e gli chiedo che aspettative abbia per il futuro, lui
guarda il padre e mi dice: “Voglio entrare nell’esercito, nell’Israeli Defence
Force”.
Naoki Tomasini