Il drammatico scenario degli ultimi giorni di violenza nella capitale Port au Prince
Nella Place des Heroes de l’Independence di Port au Prince, campeggia, fiera
di sé e di quello che rappresenta, la statua dello Schiavo Ignoto. E’ la raffigurazione
di uno schiavo che soffia in una conchiglia, decretando così l’inizio della rivoluzione.
Una rivoluzione che Haiti in realtà sta ancora aspettando.
Giorni di fuoco. Sono giorni difficili questi, nella sua già sconquassata capitale. Dalle bidonville,
luoghi sinistri privi di tutto, dove vige la legge delle armi, si alza il livello
di violenza, che negli ultimi due anni sembra non aver abbandonato il Paese. Le
strade sono sempre più pattugliate da uomini armati di kalasnikov che terrorizzano
la popolazione. I ribelli, riconducibili al movimento Lavalas, ma anche le famigerate
Chimere (poliziotti senza divisa, ma armati fino ai denti, che hanno seminato
il terrore nel periodo in cui il presidente era Aristide), stanno in pratica ricattando
il presidente Preval. E avanzano richieste.
“Il Paese sta male, molto male”, conferma dalla capitale il giornalista Francesco
Fantoli. “E’ una sorta di ricatto. Le Chimere e i sostenitori di Lavalas affrontano
Preval facendogli sapere che è stato eletto grazie soprattutto al loro appoggio
e vogliono qualcosa in cambio. Così hanno iniziato nuovamente a creare caos.”
Gli incidenti di questi giorni che hanno causato venti morti, hanno fatto ritornare
alla mente i drammatici giorni del settembre 2005, ma anche quelli immediatamente
precedenti e seguenti alla cacciata di Aristide nel febbraio del 2004. Non solo. Per
molte settimane si è assistito a una vera e propria guerra, dove la popolazione
viveva davvero in uno stato di anarchia. E anche adesso la situazione non sembra
delle migliori. Dopo le prime scaramucce, che sembravano passeggere, sono iniziati
gli incendi, le sparatorie, gli omicidi e i sequestri. “Preval ha perso di mano
la situazione. Sembra tutto fuori controllo. Ci sono già state decine di morti”,
racconta ancora piuttosto scosso, Fantoli.
Le trattative. Le richieste dei ribelli vanno dalla scarcerazione immediata dei loro compagni
detenuti (soprattutto quella dell’ex primo ministro Ivonne Neptune e di altri
membri del partito Lavalas) alla restituzione dei posti di lavoro (tutti di altissimo
livello decisionale, quindi posti di potere) nei vari settori pubblici. Ma una
mediazione c’è stata. “Tre giorni fa, Preval ha incontrato i capi delle bande
armate – dice il giornalista – e gli hanno dato 15 giorni di tempo per esaudire
i loro desideri. Altrimenti hanno già fatto sapere che ritornerà la violenza in
quella che è già stata ribattezzata ‘Operazione Baghdad 2’. E’ una cosa assurda.
Queste bande hanno in mano il Paese e possono metterlo a ferro e fuoco in qualsiasi
momento”.
Un futuro amaro e lontano? La miseria ha raggiunto livelli spaventosi. Non c’è lavoro e nei primi mesi
del suo mandato il nuovo governo non è stato in grado di dare segnali positivi.
Ed è soprattutto nei quartieri più disastrati che il seme della violenza trova
terreno fertile. “Non funziona niente. Nemmeno all’interno del palazzo della camera
dei deputati. Non funzionano i telefoni, le scrivanie negli uffici non sono ancora
arrivate. E stiamo parlando della camera dei deputati. Per certi versi sembra
un paese maledetto” si lascia andare sconsolato Francesco.
La Minustah, la missione di stabilizzazione Onu presente nel paese caraibico,
è stata in grado di risolvere solo in minima parte i problemi di ordine pubblico
e fra gli osservatori internazionali presenti a Haiti si fa largo sempre più insistentemente
l’idea secondo la quale “c’è bisogno di misure drastiche per uscire da questa
situazione – racconta Fantoli – Se non c’è un grande bagno di sangue, se non c’è
la una resa dei conti, questo paese non avrà futuro. La cosa più importante, però,
è che la situazione deve essere risolta all’interno del Paese. Non c’è intervento
esterno, dagli Usa o dal Canada, che possa fare breccia. C’erano stati sei mesi
di calma apparente. Adesso la bomba sembra essere riesplosa”.
Sono passati duecento anni da quando lo Schiavo Ignoto, con il suo soffio, dette
inizio alla rivolta che portò all'indipendenza haitiana. Nonostante questo il
popolo di Haiti non ha ancora conosciuto il significato della parola libertà.