12/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il racconto del viaggio di Vauro, dall'Afghanistan dove la guerra non è mai finita
dal nostro inviato
Vauro 
 
Da Kabul a Lashkar Gah, 11 luglio 2006. Settecento chilometri di polvere, di povere case di fango secco, di cammelli dello stesso colore del fango che brucano arbusti.
 
bambini in un negozio lungo la strada. Foto di Sandro Ruotolo, ©PeaceReporterSi può descrivere il viaggio da Kabul a Lashkar Gah iniziando dal ritratto di Karzai che saluta, montato su un arco di cemento all'uscita della città e rivolto verso di essa, come a significare: "qui termina la giurisdizione del sindaco di Kabul e comincia l'Afghanistan".
Si può continuare raccontando le montagne che declinano sempre più in piano fino ad essere solo un deserto pietroso, dei turbanti neri e dei burqa sfuggenti, dei villaggi-bazar, delle tende dei kuchi, tribù nomadi, gli zingari dell'Afghanistan, dei tre elicotteri "cobra" che volano silenziosi a bassa quota, dei bambini pastore poco più alti delle loro pecore.
 
la carcassa di un camion bruciato. Foto di Sandro Ruotolo, ©PeaceReporterSi può raccontare della colonna blindata americana che sopraggiunge come una nave aliena in un paesaggio arcaico e del marine che dal suo mezzo punta la sua mitragliatrice pesante contro il nostro pick up, nonostante i visibilissimi contrassegni di Emergency, quando il nostro autista accenna a sorpassare la colonna che procede lenta. E poi dei campi di papavero invisibili, ché il raccolto abbondante è già stato fatto.
E ancora di Kandahar, città del misterioso mullah Omar, che appare concreta con le sue macerie e i suoi strani picchi di roccia bassi ma erti, come faraglioni, traforati di grotte naturali e scavate da mano umana, del caldo torrido che viene da un sole reso pallido dall'aria sempre più densa di sabbia  che risucchia i pochi colori di un paesaggio che già ne è avaro, dello scheletro nero e contorto di un camion militare inglese con il suo container esploso, nella strada degli attacchi talebani, della sua carcassa di lamiere che, come tante altre prima, verrà presto fatta sparire dai sodati inglesi affinché non resti come incitamento e sia impossibile una contabilità del numero e della efficacia degli attacchi. 
 
Laskar Gah che con aiuole e alberi lancia la sua sfida al deserto che però vince, scolorando il verde delle piante con un velo della sua polvere invadente. Con le parole si può descrivere tutto, ma non ci sono parole che gridano, solo quelle forse sarebbero in grado di raccontare il blasfemo presepe di sangue che oggi si è composto nella sala di pronto soccorso dell'ospedale di Emergency qui a Lashkar Gah.
 
Marja è nuda, stesa su una barella, al posto della mano sinistra un grumo di sangue, il nero della pelle bruciata e lacerata da decine di ferite sino al seno piccolo che però si solleva e si abbassa in un accenno di respiro, flebo, ossigeno, tubi di plastica, i medici e gli infermieri si affannano attorno a Marja che non può girare la testa per guardare suo figlio piccolo Besmillah, anche lui su una lettiga, seduto, non piange, è silenzioso, gli occhi sgranati fissi davanti a sé, solo un filo di pelle sanguinolento tiene ancora attaccata  al corpicino la sua gamba sinistra. Mirco, Vittorio, Marina, Ines gli infermieri italiani, Farman il chirurgo curdo e gli infermieri afghani fanno la spola tra una lettiga e l'altra varcando in continuazione la tenda bianca al di là della quale, nudo anche lui, è steso il marito di Marja, il padre di Besmillah. Si chiama Sardar, una voragine di carne viva bruciacchiata all'altezza del femore, Ines tenta di girarlo e valutarne i danni della parte posteriore, un piede troncato all'altezza della caviglia le rimane in mano. Dopo la prima medicazione Bismullah viene portato in sala operatoria e poi Marja. Per ultimo toccherà a Sardar perché è lui quello che ha meno speranze, ed è il lembo di vita più grande che bisogna afferrare per primo per non fare che sfugga.
 
Marja trent'anni, Besmillah quattro anni, Sardar ventiquattro anni, oggi alle 12 viaggiavano in auto sulla strada per Musa Qala nel distretto di Helmand, un'area di frequenti ed intensi bombardamenti da parte delle forze alleate, con loro c'erano altre due donne, un uomo e un bambino di dieci anni, morti all'istante nell'esplosione dell'auto. Marja, Sardar, Besmillah anche se fossero in grado di parlare non saprebbero di certo dire da cosa sono stati colpiti. Ma il tipo di ferite lascia pochi dubbi sul fatto che sia stato un missile lanciatodall'alto.
 
Forse, stasera, un qualche rapporto militare scriverà di un'auto di sospetti talebani colpita sulla strada di Musa Qala.
Intanto un inserviente, davanti al reparto di pronto soccorso dell'ospedale, sta lavando con acqua e ramazza il sangue dal pavimento.
Categoria: Guerra, Popoli
Luogo: Afghanistan