Il racconto del viaggio di Vauro, dall'Afghanistan dove la guerra non è mai finita
dal nostro inviato
Vauro
Da Kabul a Lashkar Gah, 11 luglio 2006. Settecento chilometri di polvere, di povere case di fango secco, di cammelli
dello stesso colore del fango che brucano arbusti.

Si
può descrivere il viaggio da Kabul a Lashkar Gah iniziando dal ritratto
di Karzai che saluta, montato su un arco di cemento all'uscita della
città e rivolto verso di essa, come a significare: "qui termina la
giurisdizione del sindaco di Kabul e comincia l'Afghanistan".
Si può
continuare raccontando le montagne che declinano sempre più in piano
fino ad essere solo un deserto pietroso, dei turbanti neri e dei burqa
sfuggenti, dei villaggi-bazar, delle tende dei kuchi, tribù nomadi, gli
zingari dell'Afghanistan, dei tre elicotteri "cobra" che volano
silenziosi a bassa quota, dei bambini pastore poco più alti delle loro
pecore.

Si può raccontare della colonna blindata americana che sopraggiunge come una
nave aliena in un paesaggio arcaico e del
marine che dal suo mezzo punta la sua mitragliatrice pesante contro il nostro
pick up,
nonostante i visibilissimi contrassegni di Emergency, quando il nostro
autista accenna a sorpassare la colonna che procede lenta. E poi dei
campi di papavero invisibili, ché il raccolto abbondante è già stato
fatto.
E ancora di Kandahar, città del misterioso
mullah Omar, che appare concreta con le sue macerie e i suoi strani
picchi di roccia bassi ma erti, come faraglioni, traforati di grotte
naturali e scavate da mano umana, del caldo torrido che viene da
un sole reso pallido dall'aria sempre più densa di sabbia che
risucchia i pochi colori di un paesaggio che già ne è avaro, dello
scheletro nero
e contorto di un camion militare inglese con il suo container esploso,
nella strada degli attacchi talebani, della sua carcassa di lamiere
che, come tante altre prima, verrà presto fatta sparire dai sodati
inglesi affinché non resti come incitamento e sia impossibile una
contabilità del numero e della efficacia degli attacchi.
Laskar Gah che con aiuole e alberi lancia la sua sfida al deserto
che però vince,
scolorando
il verde delle piante con un velo della sua polvere invadente. Con le
parole si può descrivere tutto, ma non ci sono parole che gridano,
solo quelle forse sarebbero in grado di raccontare il blasfemo presepe
di sangue che oggi si è composto nella sala di pronto
soccorso dell'ospedale di Emergency qui a Lashkar Gah.
Marja è nuda, stesa su una barella, al
posto della mano sinistra un
grumo di sangue, il nero della pelle bruciata e lacerata da decine di
ferite sino al seno piccolo che però si solleva e si abbassa in un
accenno di respiro, flebo, ossigeno, tubi di plastica, i medici e gli
infermieri si affannano attorno a Marja che non può girare la testa
per guardare suo figlio piccolo Besmillah, anche lui su una lettiga,
seduto, non piange, è silenzioso, gli occhi sgranati fissi davanti a
sé,
solo un filo di pelle sanguinolento tiene ancora attaccata al
corpicino la sua gamba sinistra.
Mirco, Vittorio, Marina, Ines gli infermieri italiani, Farman il
chirurgo
curdo e gli infermieri afghani fanno la spola tra una lettiga e l'altra
varcando in continuazione la tenda bianca al di là della quale, nudo
anche lui, è steso il marito di Marja, il padre di Besmillah. Si chiama
Sardar, una voragine di carne viva bruciacchiata all'altezza del
femore,
Ines tenta di girarlo e valutarne i danni della parte posteriore, un
piede troncato all'altezza della caviglia le rimane in mano.
Dopo la prima medicazione Bismullah viene portato in sala operatoria e
poi
Marja. Per ultimo toccherà a Sardar perché è lui quello che ha meno
speranze, ed è il lembo di vita più grande che bisogna afferrare per
primo per non fare che sfugga.
Marja trent'anni, Besmillah quattro anni, Sardar ventiquattro anni,
oggi alle 12 viaggiavano in auto sulla strada per Musa Qala
nel distretto di Helmand, un'area di frequenti ed intensi bombardamenti
da parte delle forze alleate, con loro c'erano altre due donne, un uomo
e un bambino di dieci anni, morti all'istante nell'esplosione
dell'auto. Marja, Sardar, Besmillah anche se fossero in grado di parlare
non saprebbero di certo dire da cosa sono stati colpiti. Ma il tipo di
ferite lascia pochi dubbi sul fatto che sia stato un missile
lanciatodall'alto.
Forse, stasera, un qualche rapporto militare
scriverà di un'auto di sospetti talebani colpita sulla strada di Musa
Qala.
Intanto un inserviente, davanti al reparto di pronto soccorso
dell'ospedale, sta lavando con acqua e ramazza il sangue dal pavimento.