E’ stato definito “il Che Guevara del Caucaso”,
“l’uomo di al-Qeada in Russia”, “l’emiro del terrore”, “un pazzo
sanguinario”, “un provocatore al soldo dei servizi segreti russi”.
Nato 41 anni fa a Vedenò, un villaggio tra le montagne
a sud della Cecenia, Shamil Basayev era un montanaro e un guerriero.
Provò a studiare legge e poi ingegneria a Mosca, ma non faceva per lui.
Aprì quindi, sempre nella capitale russa, un negozio di computer, ma
non faceva affari. La sua strada la trovò nel 1991, sulle barricate a
difesa del palazzo presidenziale a lanciare bombe a mano contro i golpisti a Mosca.
Nel
1992 andò in Georgia a combattere con gli indipendentisti abkhazi
addestrati dai servizi segreti militari russi (Gru). Nel 1993 era in
Nagorno-Karabakh, a fare la guerra a fianco degli azeri contro gli
armeni. E poi le due guerre in Cecenia e il suo sogno, la sua
ossessione: emulare le gesta del leggendario personaggio ceceno di cui
portava il nome, l’imam Shamil, leader militare e spirituale della
resistenza dei basmachi caucasici contro l’impero zarista
nell’Ottocento.
Stava vivendo la sua rivincita.
Solo due settimane fa, Basayev era stato nominato vice-presidente della
Repubblica Cecena d’Ichkeria – vale a dire vice-capo della guerriglia
indipendentista – dal nuovo leader ribelle ceceno, Doku Umarov,
succeduto ad Abdul Khalim Sadulayev, ucciso dalle forze russe il 17
giugno scorso, era in fase di piena ascesa politica. Stava vivendo la
sua rivincita dopo anni di emarginazione da parte della vecchia
leadership indipendentista cecena, morta nel marzo 2004 assieme ad
Aslan Maskhadov.
Sperando di sfruttare la fama di capo guerrigliero
guadagnatasi durante la prima guerra cecena (1994-1996) e in
particolare con il sequestro all’ospedale di Budyonnovsk nel 1995 (che
costrinse i russi al negoziato), nel 1997, quando i ceceni furono
chiamati ad eleggere il loro primo presidente, Basayev decise di
sfidare il popolare leader indipendentista Maskhadov, ma venne battuto.
Fu comunque nominato primo ministro, ma dopo sei mesi si ritirò dalla
politica e tornò ad indossare la mimetica, ritenendo che solo in guerra
poteva primeggiare.
Così provvide a farla ricominciare e nel 1999 lanciò
un’offensiva nel vicino Daghestan che il neoeletto Putin prese subito
come pretesto per reinvadere la Cecenia.
Guerra santa contro guerra di liberazione.
Nella seconda guerra cecena, quella attualmente in corso, Basayev
decise di competere con il laico e moderato Maskhadov. Sia sul
piano ideologico che su quello della strategia militare. Prendendo
contatti con gli ambienti del jihadismo internazionale (compresa
al-Qaeda, secondo il Cremlino), Basayev si procurò un canale
finanziario autonomo che gli permise di creare, all’interno della
resistenza cecena comandata da Maskhadov, delle Brigate Islamiche
comandate da lui e dai suoi luogotenenti barbuti (Umarov, Khattab e
compagnia).
Al nazionalismo laico e alla strategia di guerriglia
classica di Maskhadov, Basayev contrappose l’ideologia integralista
wahabita e la guerra santa con il ricorso al terrorismo anche contro i
civili russi, e con un obiettivo che non era più l’indipendenza della
Cecenia da Mosca, ma la “liberazione dagli infedeli” di tutte le
repubbliche del Caucaso Russo (quindi anche Inguscezia, Daghestan,
Cabardino Balcaria ecc.) e l’instaurazione dell’ “Emirato Islamico del
Caucaso settentrionale”.
Questa linea estremista non incontrò mai il favore
popolare. Perché i ceceni sono islamici ma moderati, di tradizione
sufi: quanto di più diverso possa esistere dal wahabismo di origine
araba.
L’irresistibile ascesa del principe del terrore.
Ma tra i giovani ceceni, nati e cresciuti con la guerra e con il
desiderio di vendicare le torture, le uccisioni, gli stupri e i
saccheggi delle forze russe, le Brigate di Basayev, meglio armate e più
ricche delle altre, divennero le più ambite perché considerate le più
temibili.
Questo ha progressivamente rafforzato la posizione di
Basayev all’interno della resistenza cecena, creando però sempre
maggiori contrasti con la vecchia guardia di Maskhadov. L’apice della
tensione tra i due c’è stata con il tragico sequestro alla scuola di
Beslan del settembre 2004, duramente condannato da Maskhadov.
La morte di quest’ultimo, avvenuta pochi mesi dopo, nel
marzo 2005, cambiò tutto, spianando la strada all’ascesa di Basayev e
all’affermazione della sua linea fondamentalsita. Il successore di
Maskhadov, Sadulayev – “testa di legno” di Basayev – epurò i moderati
della vecchia guardia maskhadovita e li sostituì con i giovani barbuti
integralisti di Basayev, e creò un nuovo comando della guerriglia con
il compito di portare la guerra sul “Fronte Caucasico”, cioè fuori
dalla Cecenia, in tutte le altre repubbliche vicine.
Fatto fuori anche Sadulayev, un mese fa, il suo
successore Doku Umarov – braccio destro di Basayev – ha subito
dichiarato che la jihad contro gli infedeli verrà estesa al territorio
russo e ha nominato Basayev suo successore.
Un bel regalo a Putin per il G8 di Mosca.
Secondo Nikolai Patrushev, capo dell’Fsb, i servizi segreti russi,
Basayev era in Inguscezia per preparare un clamoroso attentato in
occasione del G8 di Mosca, che inizia sabato 15 luglio. Nessuno potrà
mai dire se era vero. Di certo, il presidente russo Vladimir Putin non
si lascerà sfuggire quest’occasione internazionale per ricordare ai
leader mondiali la minaccia terroristica che incombe sulla Russia e che
per il Cremlino giustifica la guerra senza fine in Cecenia. Un
conflitto che dura ormai da dodici anni e che è costato la vita a 300
mila ceceni e almeno 25 mila soldati russi.