Il racconto del viaggio di Vauro, dall'Afghanistan dove la guerra non è mai finita
Pul-I-Charki, 10 luglio 2006. Pul-I-Charki
è il più vecchio carcere afgano, è sempre
rimasto in funzione sotto ogni regime e sotto ogni occupazione.

Le
galere sono le uniche istituzioni che le guerre non travolgono. Dista
circa 35 chilometri da Kabul, in direzione est. Prendiamo la strada
che va a sud verso Jalalabad, è la più lunga per
raggiungere il carcere ma la più sicura, l’altra, quella
diretta è molto rischiosa perchè transitata spesso dai
convogli Isaf e il pericolo di attentati è una costante.
La
sagoma delle mura del carcere si staglia sullo sfondo delle montagne
in una piana sterrata, nell’aria densa di polvere si riverberano a
tratti i riflessi dei tetti di lamiera dei padiglioni colpiti dai
raggi del sole. Ai lati della cancellata di ferro dalla quale si
accede al carcere sorgono due torrette, di pietra come le mura. Su
ognuna un nido di mitragliatrice. Fuori le guardie armate si
mischiano ad una piccola folla di parenti dei prigionieri: anziani,
ragazzini, fra loro donne con il burqa, portano fagotti di tela,
cocomeri, poveri doni per i detenuti. Li espongono su un tavolaccio
perché le guardie possano controllarli. Vicino al cancello due
piccole baracche di legno servono per le perquisizioni corporali.

Passato il primo si arriva ad un secondo cancello, altre mura e
rotoli di filo spinato circondano il primo dei tre blocchi che
compongono il carcere. I colori viola e bianco dei fiori di due
aiuole curate dai prigionieri spezzano a sorpresa la monotonia
monocromatica delle mura e degli edifici bassi e sporchi con piccole
finestre tagliate in orizzontali e chiuse da sbarre arrugginite.
In
fondo al piazzale ci sono due prefabbricati di lamiera dipinta di
grigio, il tetto sopraelevato rispetto alle pareti per far passare
l’aria, intorno silenziosi e accucciati sui talloni una ventina di
prigionieri aspettano di potersi incontrare con le proprie mogli e
consumare con loro un momento di intimità nei prefabbricati di
lamiera, come è previsto dalla legge islamica.
Entrando
nell’edificio del carcere si viene subito aggrediti dal buio, un
odore acre di sudore e di metallo, voci che si susseguono a momenti
per poi tacere all’improvviso, sembrano provenire dal niente,
finché gli occhi non si abituano alla oscurità e si
cominciano a vedere i volti delle guardie e dei prigionieri,
difficile distinguerli tra loro, barbe nere, pelli scure come
avessero assorbito il buio prendendone la tonalità.
Le celle
rubano un pò di luce dalle piccole finestre orizzontali, in
ogni braccio che parte dal corridoio centrale ce ne sono sei, una di
fianco all’altra, sul pavimento vecchi tappeti o coperte.
I
prigionieri si alzano quando ci vedono passare e ci guardano con una
curiosità stanca e distante. Colpisce, interrompendo il colore
sporco ed indefinito delle pareti del corridoio, il bianco
dell’intonaco dell’ambulatorio medico di Emergency, ce ne sono
tre, uno per blocco, nel carcere di Pul-I-Charki.
La luce entra e qui
i volti si distinguono bene: quello di Mohammed Khan che sotto la
barba sembra nascondere una smorfia, una pallottola gli ha distrutto
la mandibola, ed è venuto per la visita di controllo; quello
magro di Hassan, 28 anni, steso sul letto pulito, la mano adagiata
sul petto mostra sul dorso un piccolo tatuaggio: due foglie. Hassan
è un taleban, è stato arrestao quattro anni fa a
Kandahar e picchiato tanto violentemente da spappolargli un rene. E’
stato operato nell’ospedale di Emergency ed ora è seguito
qui nell’ambulatorio del carcere. Testa rasata, viso scavato, barba
biancha e lunga, il vecchio Khaled è uno dei pochi che indossa
la divisa da detenuto, un lungo caffetano a righe verticali con
disegnata davanti una bilancia della giustizia stilizzata, viene
all’ambulatorio non per essere curato ma per incontrare qualcuno
che venga da fuori: “ Non ho parenti, amici, nessuno che mi venga a
trovare” spiega.

Il blocco due è stato circondato da una
grande gabbia metallica, perchè da qui era partita la rivolta
che il 28 febbraio scorso fu repressa con un bilancio di 5 morti e 31
feriti. Anche i parenti in visita devono attendere nella gabbia e le
donne coperte dal burqa sembrano ancora più evanescenti,
intraviste da fuori, attraverso la fitta rete d’acciaio. Le celle
sono sempre le stesse, roventi d’estate e gelide d’inverno quando
la temperatura arriva a scendere sotto i venti gradi sotto zero.
A
Pul-I-Charki l’acqua arriva per solo due ore al giorno,
l’elettricità è erogata da un generatore e non c’è
riscaldamento. Un primo impianto che era stato fatto è stato
letteralmente rubato pezzo per pezzo dalle guardie. Ogni inverno
Emergency fornisce chilometri di tela di plastica trasparente per
chiudere le finestre ed isolare le celle dal freddo, per quanto
possibile.
Ci sono due celle che però sono molto diverse
dalle altre, dalla finestra con le sbarre dipinte di fresco si dipana
un cavo che raggiunge un’antenna parabolica montata su una delle
torrette di guardia per consentire ai due americani che vi sono
detenuti di guardare la televisione. Hanno bagno privato e
riscaldamento, l’ambasciata Usa le ha fatte arredare come
appartamenti di lusso e provvede a tutti i conforts, dal cibo alla
carta igienica. I due americani sono i contratctors che a Kabul si
erano fatti un carcere privato dove rinchiudevano, torturavano,
stupravano a loro piacimento chi gli capitava tra le mani. Le porte
delle loro celle hanno due lucchetti, uno esterno per le guardie ed
uno interno che permette loro di chiudersi dentro nel caso le
guardie non riescano o non abbiano voglia di proteggerli dagli altri
detenuti.
Il
terzo blocco è quello dei poltici, lì è in
costruzione un nuovo padiglione, vi saranno rinchiusi i prigionieri di
Guantanamo, si prevede che un primo centinaio arriverà in
Febbraio-Marzo, il tempo di trasferire questa vergogna da Cuba
all’Afghanistan.
Nel carcere di Pul-I-Charki ci sono 2500
prigionieri, 60 sono donne. Il reparto delle donne è
distanziato dagli altri,varcato il cancello di accesso sembra di
entrare in un piccolo villaggio più che in una galera,il
piazzale è animato di bambini e bambine di tutte le età
che corrono e giocano su delle altalene di ferro,le loro grida si
mischiano alle risate e al chiacchiericcio vivace dei gruppi di
donne accovacciate sotto dei teli montati su pali per ripararsi dal
sole. Anche qui ci sono le celle ma restano aperte 12 ore al giorno.
C’è la stanza per il cucito e quella per i corsi di
alfabetizzazione. Massuda ha due occhi incredibilmente verdi che
spiccano sul suo bel viso da diciottenne,è rinchiusa qui
perché era fuggita da casa per non essere costretta a sposare
il vecchio che la sua famiglia aveva scelto per lei. Buona parte
delle donne recluse è accusata di adulterio da mariti che con
ogni probabilità volevano semplicemente sbarazzarsi di loro e
dei bambini. Anche Robina è giovane, il suo volto è più
deciso di quello di Massuda, forse perché porta i capelli
tagliati corti. Lei è qui perchè omosessuale.
Volti,
capelli, sorrisi di donne afghane che si possono vedere solo qui, non
più nascosti dal burqa o dal velo. La tanto decantata “liberazione delle donne”
a Kabul si manifesta solo dentro le mura
di un carcere.