03/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un convoglio di Emergency porta 160 tonnellate di cibo, indumenti e medicine ai profughi di Falluja
Alcuni profughi del campo di Habbaniya
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Dopo settimane di paura, per cinquemila e più abitanti di Falluja scappati sotto le bombe, venerdì 3 dicembre è stato un giorno di festa. Nel campo profughi di Habbaniya, a circa 25 chilometri a ovest della città dove è andato in scena il devastante attacco delle forze statunitensi, un convoglio organizzato da Emergency ha portato tonnellate di cibo, indumenti e medicine per aiutare gli sfollati.
 
“Abbiamo scaricato dieci camion pieni di riso, olio, acqua, latte, formaggio, biscotti multiproteici, stufette, coperte, vestiti e scarpe, per un totale di circa 160 tonnellate”, racconta Hawar Mustafa, responsabile di Emergency in Iraq. “Il viaggio per arrivare al campo è stato tortuoso e potenzialmente pieno di pericoli – aggiunge – da Baghdad, in automobile sulla strada principale ci si impiegherebbe meno di un’ora, ma adesso la strada per Falluja è bloccata dall’esercito Usa e abbiamo dovuto allungare di molto il tragitto. Ci abbiamo messo cinque ore per arrivare, e ho fatto parecchia fatica a trovare dei camionisti disposti ad avventurarsi nel deserto. In tanti temono di essere attaccati dai mujaheddin, i quali pensano che in realtà noi portiamo rifornimenti agli americani”.
 
Una parte del convoglio arrivato al campo profughiIl campo profughi di Habbaniya, sulle sponde dell’omonimo lago artificiale, era una volta un villaggio per turisti, meta ideale per gli abitanti più benestanti di Baghdad. Abbandonato da un pezzo, con l’assedio di Falluja è diventato un improvvisato rifugio per una parte delle migliaia di persone che hanno dovuto lasciare la città in fretta e furia. Al momento è il campo profughi più grande per gli sfollati della “città ribelle”.
 
“La situazione è molto grave: le duemila case dell’ex centro turistico sono piccole e affollate. Ci sono circa ottocento famiglie, ma le famiglie hanno anche cinque, sei bambini. Finora agli sfollati mancava tutto”, spiega Mustafa, “e noi siamo il primo convoglio umanitario che è riuscito a raggiungerli. Nessuno è rimasto ferito dalle bombe, ma bisogna pensare che questa è gente che è scappata settimane fa portando via quello che poteva, spesso indossando vestiti leggeri. E l’inverno in Iraq è gelido, specie di notte”.
 
Un bambino del campo profughiMentre la situazione a Falluja rimane un’incognita, passando vicino alla città Hawar ha visto sollevarsi colonne di fumo. “Segno che ci sono ancora degli scontri”, dice. Le forze Usa giustificano il mantenimento di un “cordone di sicurezza” intorno a Falluja proprio con i combattimenti e le imboscate delle sacche di resistenza ancora attive. Un blocco che però impedisce sia il ritorno degli sfollati – ritorno, però, spesso in case ormai completamente distrutte – sia l’aiuto alla popolazione rimasta da parte delle organizzazioni umanitarie.
 
“Io sono un cittadino di Falluja – racconta Mohammed usando il satellitare di Hawar – sono scappato con tutta la mia famiglia. In città la situazione è catastrofica. Manca tutto. Acqua, cibo, coperte, luce. La gente che è rimasta non può uscire di casa perché sparano su qualsiasi cosa si muove. La gente sta morendo non solo perché viene uccisa dalle armi, ma anche di fame e di sete e di malattie banalissime. Non ci sono medicine, né ospedali. E’ questa la democrazia del nuovo Iraq?”.

Alessandro Ursic

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