Un convoglio di Emergency porta 160 tonnellate di cibo, indumenti e medicine ai profughi di Falluja
Dopo
settimane di paura, per cinquemila e più abitanti di Falluja scappati
sotto le bombe, venerdì 3 dicembre è stato un giorno di
festa. Nel campo profughi di Habbaniya, a circa 25 chilometri a ovest
della città dove è andato in scena il devastante attacco delle forze
statunitensi, un convoglio organizzato da Emergency ha portato
tonnellate di cibo, indumenti e medicine per aiutare gli sfollati.
“Abbiamo scaricato dieci camion pieni di riso, olio, acqua, latte, formaggio,
biscotti multiproteici, stufette, coperte, vestiti e scarpe, per un totale di
circa 160 tonnellate”, racconta Hawar Mustafa, responsabile di Emergency in Iraq.
“Il viaggio per arrivare al campo è stato tortuoso e potenzialmente pieno di pericoli
– aggiunge – da Baghdad, in automobile sulla strada principale ci si impiegherebbe
meno di un’ora, ma adesso la strada per Falluja è bloccata dall’esercito Usa e
abbiamo
dovuto allungare di molto il tragitto. Ci abbiamo messo cinque ore per arrivare,
e ho fatto parecchia fatica a trovare dei camionisti disposti ad avventurarsi
nel deserto. In tanti temono di essere attaccati dai mujaheddin, i quali pensano
che in realtà noi portiamo rifornimenti agli americani”.
Il campo profughi di Habbaniya, sulle sponde dell’omonimo lago artificiale, era
una volta un villaggio per turisti, meta ideale per gli abitanti più benestanti
di Baghdad. Abbandonato da un pezzo, con l’assedio di Falluja è diventato un improvvisato
rifugio per una parte delle migliaia di persone che hanno dovuto
lasciare la città in fretta e furia. Al momento è il campo profughi più grande
per gli sfollati della “città ribelle”.
“La situazione è molto grave: le duemila case dell’ex centro turistico sono piccole
e affollate. Ci sono circa ottocento famiglie, ma le famiglie hanno anche cinque,
sei
bambini. Finora agli sfollati mancava tutto”, spiega Mustafa, “e noi siamo il
primo convoglio umanitario che è riuscito a raggiungerli. Nessuno è rimasto ferito
dalle bombe, ma bisogna pensare che questa è gente che è scappata settimane fa
portando via quello che poteva, spesso indossando vestiti leggeri. E l’inverno
in Iraq è gelido, specie di notte”.
Mentre la situazione a Falluja rimane un’incognita, passando vicino alla città
Hawar ha visto sollevarsi colonne di fumo. “Segno che ci sono ancora degli scontri”,
dice. Le forze Usa giustificano il mantenimento di un “cordone di sicurezza” intorno
a Falluja proprio con i combattimenti e le imboscate delle sacche di resistenza
ancora attive. Un blocco che però impedisce sia il ritorno degli sfollati – ritorno,
però, spesso
in case ormai completamente distrutte – sia l’aiuto alla popolazione rimasta da
parte delle organizzazioni umanitarie.
“Io sono un cittadino di Falluja – racconta Mohammed usando il satellitare di
Hawar – sono scappato con tutta la mia famiglia. In città la situazione è catastrofica.
Manca tutto. Acqua, cibo, coperte, luce. La gente che è rimasta non può uscire
di casa perché sparano su qualsiasi cosa si muove. La gente sta morendo non solo
perché viene uccisa dalle armi, ma anche di fame e di sete e di malattie banalissime.
Non ci sono medicine, né ospedali. E’ questa la democrazia del nuovo Iraq?”.