10/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un progetto di cinque nuove dighe sul fiume Salween causerà migliaia di sfollati
Anche l’ultimo grande fiume del Sud Est Asiatico rimasto senza dighe sarà convogliato in più punti con gravi conseguenze per le popolazioni circostanti. Il Salween, lungo circa 2.800 chilometri, scorre in un’area abitata da 10 milioni di persone di 13 diverse etnie e in uno degli ecosistemi più incontaminati d’Oriente: dall’altopiano tibetano alla provincia cinese dello Yunnan, per poi scendere negli stati birmani Shan, Kayah e Kayin e sfociare nell’Oceano indiano.
  Fiume Salween
Il dilemma delle grandi opere. Nei giorni scorsi la giunta birmana si è accordata con l’impresa statale cinese Sinohydro Corporation e la tailandese EGAT per la costruzione di cinque dighe nel suo territorio.  L’imponente progetto garantirà 16mila Megawatt di energia, ma – secondo diverse organizzazioni per i diritti umani e per la salvaguardia dell’ambiente – causerà anche lo sfollamento di un numero compreso fra 80mila e 100mila persone. Come in altre zone dell’Asia dove c’è un forte fabbisogno di energia elettrica, le dighe possono essere molto utili, ma il modo in cui vengono costruite spesso non tiene conto né dei diritti delle popolazioni fluviali né dell’impatto ambientale.
 
Assedio militare. Secondo l’Associazione per i popoli minacciati (Apm) 96 villaggi lungo lo Salween sono già stati forzatamente evacuati e distrutti. Anche la presenza dell’esercito in quest’area è cresciuta drasticamente. “I militari ormai da anni eseguono sistematicamente sgomberi e re-insediamenti forzati, tre quarti ormai degli 85 villaggi che esistevano nella zona interessata dalla diga di Weigyi, per esempio, sono stati cancellati dalle cartine”, si legge in un comunicato dell’Apm. All’inizio l’esercito birmano, che costringe i civili ai lavori forzati nelle grandi opere e mina i terreni per non farli tornare ai loro villaggi, aveva in quest’area solo 10 basi, ora invece conta 54 postazioni difese con artiglieria pesante. Molte persone di etnia karen hanno dovuto abbandonare i loro fazzoletti di terra adibiti alla frutticoltura e, in diversi casi, fuggire dalle persecuzioni dell’esercito nella vicina Thailandia. In Birmania, del resto, i soldati sono soliti seminare il terrore fra le popolazioni rurali con razzie delle provviste, incendi di villaggi, deportazioni e lavori forzati. Senza contare i conflitti ancora aperti con alcuni gruppi guerriglieri delle minoranze, che chiedono l’autonomia dal governo centrale.
  Una diga in Asia
Sete di energia. “Non c’è da stupirsi se la giunta sfrutta le popolazioni locali nelle costruzioni delle grandi opere”, dice un’operatrice umanitaria internazionale che resta anonima per motivi di sicurezza. “E’ disposta a tutto per soddisfare l’incredibile sete di energia. Al momento la Birmania (che si chiama Myanmar dal 1989, ndr.) non è autosufficiente. Anche le grandi città, come Yangon, non hanno rifornimento continuo. E da quando c’è stato lo spostamento della capitale a Pyinmana, la situazione a Yangon è peggiorata e non si sa bene perché. Forse hanno dirottato l’energia nella remota Pyinmana, oppure non fanno più manutenzione della rete intorno a Yangon”.
Si dice, però, che i 16mila Megawatt che produrranno le nuove dighe serviranno soprattutto al fabbisogno energetico della Thailandia. “Gran parte dell’energia prodotta in Birmania – continua la volontaria – viene dirottata in Thailandia, sia perché non hanno la tecnologia per trasformarla, sia in cambio di valuta estera. Come per tutte le altre risorse, la giunta vende la materia prima e acquista un servizio a costo più alto”.
 
 
 
 
 
 

Francesca Lancini

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