Anche l’ultimo grande fiume del Sud Est Asiatico rimasto senza dighe sarà convogliato
in più
punti con gravi conseguenze per le popolazioni circostanti. Il Salween, lungo
circa 2.800 chilometri, scorre in un’area abitata da 10 milioni di persone di
13 diverse etnie e in uno degli ecosistemi più incontaminati d’Oriente:
dall’altopiano tibetano alla provincia cinese dello Yunnan, per poi scendere
negli stati birmani Shan, Kayah e Kayin e sfociare nell’Oceano indiano.

Il dilemma delle grandi opere. Nei giorni scorsi la giunta birmana si è
accordata con l’impresa statale cinese Sinohydro Corporation e la tailandese
EGAT per la costruzione di cinque dighe nel suo territorio. L’imponente progetto garantirà 16mila Megawatt
di energia, ma – secondo diverse organizzazioni per i diritti umani e per la
salvaguardia dell’ambiente – causerà anche lo sfollamento di un numero compreso
fra 80mila e 100mila persone. Come in altre zone dell’Asia dove c’è un forte
fabbisogno di energia elettrica, le dighe possono essere molto utili, ma il
modo in cui vengono costruite spesso non tiene conto né dei diritti delle
popolazioni fluviali né dell’impatto ambientale.
Assedio militare. Secondo l’Associazione per i popoli
minacciati (Apm) 96 villaggi lungo lo Salween sono già stati forzatamente
evacuati e distrutti. Anche la presenza dell’esercito in quest’area è cresciuta
drasticamente. “I militari ormai da anni eseguono sistematicamente sgomberi e
re-insediamenti forzati, tre quarti ormai degli 85 villaggi che esistevano
nella zona interessata dalla diga di Weigyi, per esempio, sono stati cancellati
dalle cartine”, si legge in un comunicato dell’Apm. All’inizio l’esercito
birmano, che costringe i civili ai lavori forzati nelle grandi opere e mina i
terreni per non farli tornare ai loro villaggi, aveva in quest’area solo 10
basi, ora invece conta 54 postazioni difese con artiglieria pesante. Molte
persone di etnia karen hanno dovuto abbandonare i loro fazzoletti di terra
adibiti alla frutticoltura e, in diversi casi, fuggire dalle persecuzioni
dell’esercito nella vicina Thailandia. In Birmania, del resto, i soldati sono
soliti seminare il terrore fra le popolazioni rurali con razzie delle
provviste, incendi di villaggi, deportazioni e lavori forzati. Senza contare i
conflitti ancora aperti con alcuni gruppi guerriglieri delle minoranze, che
chiedono l’autonomia dal governo centrale.

Sete di energia. “Non c’è da stupirsi se la giunta sfrutta le
popolazioni locali nelle costruzioni delle grandi opere”, dice un’operatrice
umanitaria internazionale che resta anonima per motivi di sicurezza. “E’
disposta a tutto per soddisfare l’incredibile sete di energia. Al momento la
Birmania (che si chiama Myanmar dal 1989, ndr.) non è autosufficiente. Anche le
grandi città, come Yangon, non hanno rifornimento continuo. E da quando c’è
stato lo spostamento della capitale a Pyinmana, la situazione a Yangon è
peggiorata e non si sa bene perché. Forse hanno dirottato l’energia nella
remota Pyinmana, oppure non fanno più manutenzione della rete intorno a Yangon”.
Si dice, però, che i
16mila Megawatt che produrranno le nuove dighe serviranno soprattutto al
fabbisogno energetico della Thailandia. “Gran parte dell’energia prodotta in
Birmania – continua la volontaria – viene dirottata in Thailandia, sia perché
non hanno la tecnologia per trasformarla, sia in cambio di valuta estera. Come
per tutte le altre risorse, la giunta vende la materia prima e acquista un
servizio a costo più alto”.