10/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il dramma del Darfur diventa un videogame, col fine di sensibilizzare sul dramma sudanese
Darfur sta morendo Elham ha 14 anni, indossa un vestitino rosa a fiori bianchi e ha i capelli neri come la sua pelle. Vive in un campo profughi tra il Sudan e il Ciad, dopo essere fuggita con la sua famiglia dal Darfur, poverissima regione occidentale sudanese, da tre anni teatro di una guerra che sta portando verso un vero e proprio genocidio. Da una parte l’Allied Revolutionary Forces of Western Sudan, gruppo ribelle contro il regime del presidente Omar al-Bashir, colpevole di non fare abbastanza per la popolazione darfurina. Dall’altra le forze governative e le milizie arabe Janjaweed, responsabili degli attacchi contro la popolazione civile. Secondo le organizzazioni internazionali, il bilancio è di 70mila morti (5mila secondo il govero sudanese), 200mila profughi e un milione e mezzo di sfollati interni. Sparsi ovunque, veri e propri lager dove guerriglieri e civili vengono rapiti, torturati, uccisi, e dove le donne subiscono violenze carnali e sevizie. Tendopoli di emergenza sono allestite nella zona di confine del vicino Ciad e intorno alle città del Sudan. Ma le strutture sono spesso inadeguate. Molti rifugiati non hanno cibo sufficiente, né acqua potabile e medicinali. I più deboli, soprttutto i bambini, muoiono di stenti e di malattie.
 
Elham si nasconde dai guerriglieri JanjaweedVita da profughi. Ogni mattina, Elham è costretta a uscire in cerca di un po’ d’acqua per la sua numerosa famiglia. Ha cinque fratellini. La sua mamma, Sittina, occhi grandi e luminosi, e suo padre, Rahman, alto e bello, lavorano faticosamente per tirare avanti. Per raggiungere la prima riserva d’acqua. Elham deve avventurarsi su una distesa di sabbia cocente. È il deserto. Cinque chilometri la separano dalla pompa. Con una tanica vuota la piccola corre, occhi aperti e attenti. È pronta a nascondersi dietro i radi cespugli, appena vede in lontananza le jeep degli uomini armati in cerca di civili da sterminare. I Janjaweed sono soliti compiere quotidiane scorribande che non lasciano scampo.
 
Giorni lunghi. Ma lei non è la sola a dover rischiare stupri e torture, rapimenti e sevizie, e persino la morte. Il caldo è tanto e l’acqua è sempre poca. A turno, tutti i fratelli devono tentare la sorte: Poni, la sorellina tredicenne; Jaja, Mahd e Deng, i tre maschietti di 12, 11 e 10 anni, e Abok, 12 anni, l’altra sorella. E la madre, che ha anche la responsabilità del cibo. La vita nel campo profughi è dura e difficile e ogni giorno è lungo e stancante.
 
I personaggi del videogiocoMuore il Darfur. Sono questi i personaggi di “Il Darfur sta morendo, un videogioco sul dramma umanitario della regione sudanese. Con lo scopo dichiarato di sensibilizzare la coscienza pubblica sul conflitto MtvU, la rete televisiva musicale indirizzata agli studenti universitari, ha lanciato l’idea di un videogame che raccontasse quanto sta accadendo laggiù, in maniera semplice e diretta, sfruttando le potenzialità di immedesimazione propria dei giochi elettronici. Cinquantamila dollari a disposizione e via alla gara di bravura e fantasia. A vincerla Susanna Ruiz, una neolaureata della California del Sud, con il suo Darfur is dying. “I giovani non sanno necessariamente cos’è il Darfur, né dove sia, o dove sia il Sudan - ha commentato Susanna alla Bbc - Il gioco è chiaramente una semplificazione della crisi, però è un modo per avvicinarcisi e iniziare a rispondere a queste semplici domande”.

Stella Spinelli

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