07/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il racconto del viaggio di Vauro, dall'Afghanistan dove la guerra non è mai finita
dal nostro inviato
 Vauro Senesi
 
Kabul, 7 luglio 2006. Uscendo dal terminal dell’aeroporto di Kabul, sulla piazza si veniva accolti da un grande cartello. Avvisava che sul territorio afgano sono disseminate circa 10 milioni di mine e mostrava il disegno di alcuni tipi di ordigno.
 
donne afgane a KabulWelcome to Kabul. Era l’unico cartello disegnato in utta la città, perchè i talebani proibivano rigidamente qualsiasi forma di riproduzione di immagini. Al suo posto oggi troneggia la pubblicità di un qualche sapone, con la faccia sorridente e truccata di una bella ragazza. Il cartello delle mine è sparito, ma le mine no. La faccia sorridente della bella ragazza della pubblicità è uno dei pochi volti di donna che si possano vedere, chè già inoltrandosi nello stradone che porta verso il centro della città, rese più incerte dalla nebbia della polvere sollevata dal vento, compaiono qua e là le sagome dei burka di sempre. Affondata dal rumore continuo di clacson prodotto da un traffico anarchico di automezzi sgangherati e di pick-up con i contrassegni delle centinaia di organizzazioni internazionali piovute qui, la Kabul 'liberata' continua a mostrare le macerie di sempre. Non sono più i turbanti neri dei miliziani talebani, ma gli elmetti d’acciaio dei soldati del nuovo esercito afghano, i kalashnikov sono gli stessi di sempre negli infiniti posti di blocco che strozzano le vie della città.
 
afgani dimostrano per le strade di kabul contro la presenza del contingente internazionaleSulla pelle dei civili. I militari americani si intravedono soltanto, chiusi nei blindati dei convogli che percorrono le strade correndo. Hanno l’ordine di non fermarsi anche se  causano incidenti o travolgono qualcuno, non devono mettere a rischio la loro sicurezza, quella degli altri non è la priorità. Nabi, 30 anni, capelli scuri e occhi mobilissimi su un volto magro ombreggiato da un velo di barba, si trovava nerlla zona dove, il 29 maggio scorso, l’ennesimo incidente provocato da un convoglio blindato statunitense avva suscitato la rivolta della popolazione. Pietre contro le autoblindo ed in risposta proiettili, proiettili del tipo ad alta velocità, di quelli che penetrati nel corpo frantumano le ossa. A Nabi uno di quei proiettili ha sbriciolato il bacino. Ora è ricoverato nell’ospedale di Emergency, steso sul letto, una sbarra di ferro dalla gamba al petto per consentire agli infermieri di girarlo e medicare la piaga che ha al posto della natica sinistra. Quel 29 maggio in 70 sono arrivati in ospedale, tutti colpiti da proiettili ad alta velocità, sette sono morti quasi subito. Nabi parla con un filo di voce: “Gli americani dicono che sono venuti qui ad aiutarci, allora perchè ci sparano addosso?”, sarà per il tono di voce flebile ma non si percepisce rabbia nella sua domanda, piuttosto una antica rassegnazione.
 
il centro chirurgico di Emergency a KabulVittime di guerra. E’ stata invece una bomba, quella del 5 luglio scorso, esplosa vicino al ministero della giustizia, a strappare la gamba sinistra di Mohammed Amin, 33 anni, 6 figli, anche lui ricoverato nell’ospedale di Emergency, i medici stanno tentando in tutti i  modi di salvargli l’altra. Amin vendeva frutta e verdura con il suo karachi (carrettino): “Mentre incartavo delle verdura per un cliente – racconta - mi è sembrato che qualcuno mettesse un pacco sotto il mio karachi, poi non ricordo più nulla se non una forte esplosione”. Per l’ospedale gira una piccola peste, si chiama Sami ed ha 9 anni, si diverte a dare pugni improvvisi ai pazienti in trazione, li dà con la mano buona, chè l’altra è chiusa stretta nelle bende. Sami ha raccattato “un oggetto piccolo e scuro” così descrive la mina che gli è esplosa in mano portandogli via tre dita. Quando il giorno di visita finisce e la madre di Sami se ne va, lui diventa triste ed allora ha bisogno di coccole, la nuca di Sami è devastata da un’ustione, un incidente domestico provocato da una cucina rudimentale a kerosene. Sul corpo di bambino di Sami i segni della storia eterna dell’Afghanistan: la miseria che non finisce, la guerra che continua. Il volto sorridente e truccato della bella ragazza della pubblicità del sapone vicino all’aeroporto resta l’unico futile segno di cambiamento nella Kabul di sempre. 
Categoria: Bambini, Guerra, Salute
Luogo: Afghanistan