04/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



I diritti e la cultura dei Beduini sono in pericolo. Israele vuole la loro terra
Protesta di giovani beduiniIl braccio di ferro tra lo stato di Israele e i Beduini non ha tregua. Il cuore della contesa è il deserto del Negev. Mercoledì 1 dicembre è stata presentata al parlamento israeliano, la Knesset, una legge che depone un altro macigno sui Beduini. Si tratta di un provvedimento che mira a frenare le rivendicazioni per la proprietà delle terre su cui questa minoranza araba risiede da secoli. La sua approvazione non sarebbe stata ostacolata neppure dalle difficoltà del governo Sharon, messo in minoranza durante la discussione per il bilancio del 2005 e costretto a cercare un'intesa con i laburisti e gli ultraortodossi. La legge non rispetterebbe la cultura e i diritti dei Beduini, a tutti gli effetti cittadini di Israele.
 
Il paradosso della giustizia. "La legge stabilisce che l'Autorità territoriale d'Israele assegnerà il riconoscimento della proprietà solo se questa verrà comprovata da un documento scritto" ha affermato Banna Shughry-Badarna, un'avvocatessa dell'Associazione per i diritti civili in Israele (Acri). "Questo non potrà che compromettere la situazione dei Beduini, che non dispongono di trascrizioni, ma solo di testimonianze orali tramandate di generazione in generazione". Il loro stile di vita deriva da una tradizione di semi-nomadismo, in cui l'oralità predomina sulla scrittura. L'unico documento utilizzabile sarebbe quindi la voce, unita al senso dell'onore e della terra di un popolo che risiede nel Negev da oltre 200 anni. Questi elementi non bastano ad Israele, che avrebbe così innalzato un muro legislativo per stroncare le richieste di 140 mila persone, appartenenti ad uno stato moderno che non ne tutela l'identità indigena e non ne accetta le rivendicazioni.
 
Mappa degli "unrecognized villages"Una storia di resistenza. I Beduini del Negev, stretti in un lembo di deserto racchiuso tra le città di Beersheva, Arad e Dimona, sono stati costretti a separarsi in due forme di società: una urbana, l'altra ancorata al passato. Quando Israele dichiarò "disperse" le loro comunità e avviò forti pressioni affinché abbandonassero una tradizione agricola e pastorale secolare, i Beduini furono costretti ad ammassarsi in sette riserve urbane, costruite agli inizi degli anni '70. Ora, 70 mila anime vivono in queste township, che versano in condizioni disagiate. Il sistema scolastico si limita alla sola presenza di scuole elementari. La povertà, la criminalità e l'uso di droghe è in aumento e a Rahat, il centro più abitato, si registra il tasso di disoccupazione più alto d'Israele, intorno al 34%. Diversi professori del Dipartimento di Studio e Sviluppo sui Beduini dell'Università Ben Gurion di Beersheva parlano di oppressione, discriminazione e diseguaglianze quali cause dell'alienazione di cui è vittima la popolazione beduina. La politica di concentramento di Israele vorrebbe reprimere la base della cultura indigena dei Beduini, di cui i villaggi non riconosciuti, "unrecognized villages", rappresentano un esempio di resistenza. Sono 45, fondati ben prima dello stato d'Israele, che li considera illegali. Qui vivono altre 70 mila anime, che resistono rifiutando un trasferimento nelle township. Nella geografia ufficiale non esistono: le mappe stradali evitano di riportarle. Conseguentemente, il governo si dice non responsabile di questi villaggi fantasma. "Su 45 villaggi ci sono solo 9 cliniche e il livello di analfabetismo è in crescita" commenta Banna Shughry-Badarna "Mancano le infrastrutture fondamentali, non c'è elettricità ed acqua corrente, e i primi servizi sanitari ed educativi si trovano molto distanti". Il 40% dei contributi che il governo destina alla popolazione araba beduina è impiegato per operazioni di pressione contro gli "unrecognized villages". Su almeno 30000 abitazioni incombe un decreto di demolizione.
 
Casa demolita in un villaggioIl piano dei cinque anni. "Israele non sta facendo nulla per risolvere i problemi della popolazione beduina: questo è il problema" racconta l'avvocatessa dell'Acri. "Nel luglio 2001 firmammo una petizione per chiedere un serio dibattito sulla questione beduina, per arrivare ad un accordo". Si sono succeduti incontri e trattative, soprattutto nel 2003, quando è stato varato il Piano quinquennale per il Negev dal governo Sharon. Il Piano consisterebbe nella concentrazione forzata dei beduini di 38 villaggi nelle township. E' stato rilevato il ricorso a mezzi espliciti: finora si registrano 150 case distrutte e 30000 dunams (un dunam corrisponde circa a mille metri quadrati) colpiti da diserbanti diffusi da aerei militari per devastare le colture, con gravi conseguenze anche per la salute della popolazione. "Nel corso dei colloqui tra organizzazioni non governative, Beduini e governo" continua Banna Shughry-Badarna "è emersa la speranza che le autorità tornassero sui propri passi, rifiutando il piano e riconoscendo legalmente i 45 villaggi, ma nei primi giorni di novembre, hanno cambiato idea, optando nuovamente per la linea iniziale". Secondo l'avvocatessa, "la posizione di Israele non è chiara: il documento redatto indica sette nuovi insediamenti sui 45 villaggi esistenti, e quattro coincidono con le aree su cui sorgono quattro "unrecognized villages", Bir Hadday, Um Batin, Kasr El-Sir e Abu Qrrinat". Non si parla né di riconoscimento né di sviluppo di township, ma gli abitanti degli altri villaggi potrebbero essere convogliati su questi quattro, i più popolosi tra i centri beduini.
 
Vita quotidiana nel NegevVoci d'Intifada e terre svendute. Intanto, mentre la Knesset avrebbe votato una legge che limita le aspirazioni dei Beduini, minacciandone anche le peculiarità culturali, e che non rispetta i diritti di cittadinanza, si diffondono i timori di una possibile Intifada beduina. Il presidente dell'Associazione araba per i diritti umani, Muhammad Zeidan, sostiene che "i Beduini sono pacifici, ma pur sempre esseri umani: non penso che abbiano scelta, sono spinti a questo". Il responsabile del Consiglio Regionale per i Beduini di Beersheva, Abu Kaf, ha detto al quotidiano Haaretz che il timore di una militanza beduina, paventata sia da esponenti ebraici sia da rappresentanti beduini, è infondata perché non nell'interesse della popolazione. I problemi sociali sono direttamente legati ai flussi migratori e all'espansione di nuove colonie. "Un regolamento presentato lo scorso 7 settembre dall'Autorità territoriale israeliana ha attribuito un prezzo alle terre del Negev" rivela Banna Shughry-Badarna "Un sheqel per ogni dunam: non ci compri neppure un chewing-gum". I Beduini pretendono la restituzione di tutti i 12 milioni di dunams del Negev, di cui l'82% è stato dichiarato area inaccessibile per motivi militari. I Beduini ora occupano 300 mila dunams e stanno lottando per mantenerne circa 1 milione di cui Israele vuole, invece, appropriarsi.
 
Rifiuti sulla strada verso la scuolaBeduini e coloni. Il Negev è uno spazio fruibile per ospitare i coloni israeliani. Il governo Sharon intende portare poco più di 350 mila immigrati nelle terre del deserto, che rappresentano, inoltre, una valida opportunità per accogliere i coloni di Gaza se il piano di disimpegno andrà in porto. I contributi per la costruzione e lo sviluppo di nuovi insediamenti non si fanno attendere. Il centro di Giv'ot Bar è in espansione, mentre un progetto di alcuni studenti dell'Università Ben Gurion di Beersheva sta ottenendo un corposo sostegno, con fondi fino a 5 milioni di shequels. Il promotore è il ventiquattrenne Matan Dalah. Il neonato insediamento si chiama Kfar Adiel. I giovani possono avere aiuti economici per studiare in cambio di 10 ore settimanali di volontariato negli insediamenti della regione. Secondo gli studenti, 1000 famiglie nella zona di Kfar Adiel sono troppo poche per evitare che la terra cada in mano di altri. I Beduini sono 140 mila, il 25% degli abitanti del Negev, e si prevede che in un paio di decenni saliranno a 340 mila. Un bilancio demografico che deve far riflettere: nei giorni scorsi un'ennesima petizione è stata firmata, commenta Banna Shughry-Badarna, "affinché si faccia qualcosa, si dedichi più attenzione, da parte del governo, alle questioni che i Beduini sollevano". Faisal è un rappresentante del Consiglio Regionale per i Beduini. "Il nostro popolo è originario del deserto" ha detto al telefono da Beersheva. "Viviamo qui da più di 200 anni, pensiamo di avere più diritti per chiedere la proprietà delle nostre terre, rispetto agli immigrati che vengono dall'Europa e dalla Russia". I Beduini "stanno subendo da tempo una realtà che non cambia: in molti si sono spostati nelle regioni confinanti, come Giordania ed Egitto, e per chi è rimasto non ci sono novità, la situazione resta brutta". Quando a Faisal viene chiesto un commento sui timori di una futura Intifada e sulla legge passata la settimana scorsa alla Knesset, lui risponde: "Non c'è bisogno di nessuna violenza: noi, semplicemente, non rinunceremo mai alle nostre terre, mai". 
 
Damiano Razzoli
Categoria: Diritti, Popoli
Luogo: Israele - Palestina