I diritti e la cultura dei Beduini sono in pericolo. Israele vuole la loro terra
Il braccio di ferro tra lo stato di Israele e i Beduini non ha tregua. Il cuore
della contesa è il deserto del Negev. Mercoledì 1 dicembre è stata presentata
al parlamento israeliano, la Knesset, una legge che depone un altro macigno sui
Beduini. Si tratta di un provvedimento che mira a frenare le rivendicazioni per
la proprietà delle terre su cui questa minoranza araba risiede da secoli. La sua
approvazione non sarebbe stata ostacolata neppure dalle difficoltà del governo
Sharon, messo in minoranza durante la discussione per il bilancio del 2005 e costretto
a cercare un'intesa con i laburisti e gli ultraortodossi. La legge non rispetterebbe
la cultura e i diritti dei Beduini, a tutti gli effetti cittadini di Israele.
Il paradosso della giustizia. "La legge stabilisce che l'Autorità territoriale d'Israele assegnerà il riconoscimento
della proprietà solo se questa verrà comprovata da un documento scritto" ha affermato
Banna Shughry-Badarna, un'avvocatessa dell'Associazione per i diritti civili in
Israele (Acri). "Questo non potrà che compromettere la situazione dei Beduini,
che non dispongono di trascrizioni, ma solo di testimonianze orali tramandate
di generazione in generazione". Il loro stile di vita deriva da una tradizione
di semi-nomadismo, in cui l'oralità predomina sulla scrittura. L'unico documento
utilizzabile sarebbe quindi la voce, unita al senso dell'onore e della terra di
un popolo che risiede nel Negev da oltre 200 anni. Questi elementi non bastano
ad Israele, che avrebbe così innalzato un muro legislativo per stroncare le richieste
di 140 mila persone, appartenenti ad uno stato moderno che non ne tutela l'identità
indigena e non ne accetta le rivendicazioni.
Una storia di resistenza. I Beduini del Negev, stretti in un lembo di deserto racchiuso tra le città
di Beersheva, Arad e Dimona, sono stati costretti a separarsi in due forme di
società: una urbana, l'altra ancorata al passato. Quando Israele dichiarò "disperse"
le loro comunità e avviò forti pressioni affinché abbandonassero una tradizione
agricola e pastorale secolare, i Beduini furono costretti ad ammassarsi in sette
riserve urbane, costruite agli inizi degli anni '70. Ora, 70 mila anime vivono
in queste township, che versano in condizioni disagiate. Il sistema scolastico
si limita alla sola presenza di scuole elementari. La povertà, la criminalità
e l'uso di droghe è in aumento e a Rahat, il centro più abitato, si registra il
tasso di disoccupazione più alto d'Israele, intorno al 34%. Diversi professori
del Dipartimento di Studio e Sviluppo sui Beduini dell'Università Ben Gurion di
Beersheva parlano di oppressione, discriminazione e diseguaglianze quali cause
dell'alienazione di cui è vittima la popolazione beduina. La politica di concentramento
di Israele vorrebbe reprimere la base della cultura indigena dei Beduini, di cui
i villaggi non riconosciuti, "unrecognized villages", rappresentano un esempio
di resistenza. Sono 45, fondati ben prima dello stato d'Israele, che li considera
illegali. Qui vivono altre 70 mila anime, che resistono rifiutando un trasferimento
nelle township. Nella geografia ufficiale non esistono: le mappe stradali evitano
di riportarle. Conseguentemente, il governo si dice non responsabile di questi
villaggi fantasma. "Su 45 villaggi ci sono solo 9 cliniche e il livello di analfabetismo
è in crescita" commenta Banna Shughry-Badarna "Mancano le infrastrutture fondamentali,
non c'è elettricità ed acqua corrente, e i primi servizi sanitari ed educativi
si trovano molto distanti". Il 40% dei contributi che il governo destina alla
popolazione araba beduina è impiegato per operazioni di pressione contro gli "unrecognized
villages". Su almeno 30000 abitazioni incombe un decreto di demolizione.
Il piano dei cinque anni. "Israele non sta facendo nulla per risolvere i problemi della popolazione beduina:
questo è il problema" racconta l'avvocatessa dell'Acri. "Nel luglio 2001 firmammo
una petizione per chiedere un serio dibattito sulla questione beduina, per arrivare
ad un accordo". Si sono succeduti incontri e trattative, soprattutto nel 2003,
quando è stato varato il Piano quinquennale per il Negev dal governo Sharon. Il
Piano consisterebbe nella concentrazione forzata dei beduini di 38 villaggi nelle
township. E' stato rilevato il ricorso a mezzi espliciti: finora si registrano
150 case distrutte e 30000 dunams (un dunam corrisponde circa a mille metri quadrati)
colpiti da diserbanti diffusi da aerei militari per devastare le colture, con
gravi conseguenze anche per la salute della popolazione. "Nel corso dei colloqui
tra organizzazioni non governative, Beduini e governo" continua Banna Shughry-Badarna
"è emersa la speranza che le autorità tornassero sui propri passi, rifiutando
il piano e riconoscendo legalmente i 45 villaggi, ma nei primi giorni di novembre,
hanno cambiato idea, optando nuovamente per la linea iniziale". Secondo l'avvocatessa,
"la posizione di Israele non è chiara: il documento redatto indica sette nuovi
insediamenti sui 45 villaggi esistenti, e quattro coincidono con le aree su cui
sorgono quattro "unrecognized villages", Bir Hadday, Um Batin, Kasr El-Sir e Abu
Qrrinat". Non si parla né di riconoscimento né di sviluppo di township, ma gli
abitanti degli altri villaggi potrebbero essere convogliati su questi quattro,
i più popolosi tra i centri beduini.
Voci d'Intifada e terre svendute. Intanto, mentre la Knesset avrebbe votato una legge che limita le aspirazioni
dei Beduini, minacciandone anche le peculiarità culturali, e che non rispetta
i diritti di cittadinanza, si diffondono i timori di una possibile Intifada beduina. Il presidente dell'Associazione araba per i diritti umani, Muhammad
Zeidan, sostiene che "i Beduini sono pacifici, ma pur sempre esseri umani: non
penso che abbiano scelta, sono spinti a questo". Il responsabile del Consiglio
Regionale per i Beduini di Beersheva, Abu Kaf, ha detto al quotidiano Haaretz
che il timore di una militanza beduina, paventata sia da esponenti ebraici sia
da rappresentanti beduini, è infondata perché non nell'interesse della popolazione.
I problemi sociali sono direttamente legati ai flussi migratori e all'espansione
di nuove colonie. "Un regolamento presentato lo scorso 7 settembre dall'Autorità
territoriale israeliana ha attribuito un prezzo alle terre del Negev" rivela Banna
Shughry-Badarna "Un sheqel per ogni dunam: non ci compri neppure un chewing-gum".
I Beduini pretendono la restituzione di tutti i 12 milioni di dunams del Negev,
di cui l'82% è stato dichiarato area inaccessibile per motivi militari. I Beduini
ora occupano 300 mila dunams e stanno lottando per mantenerne circa 1 milione
di cui Israele vuole, invece, appropriarsi.
Beduini e coloni. Il Negev è uno spazio fruibile per ospitare i coloni israeliani. Il governo
Sharon intende portare poco più di 350 mila immigrati nelle terre del deserto,
che rappresentano, inoltre, una valida opportunità per accogliere i coloni di
Gaza se il piano di disimpegno andrà in porto. I contributi per la costruzione
e lo sviluppo di nuovi insediamenti non si fanno attendere. Il centro di Giv'ot
Bar è in espansione, mentre un progetto di alcuni studenti dell'Università Ben
Gurion di Beersheva sta ottenendo un corposo sostegno, con fondi fino a 5 milioni
di shequels. Il promotore è il ventiquattrenne Matan Dalah. Il neonato insediamento
si chiama Kfar Adiel. I giovani possono avere aiuti economici per studiare in
cambio di 10 ore settimanali di volontariato negli insediamenti della regione.
Secondo gli studenti, 1000 famiglie nella zona di Kfar Adiel sono troppo poche
per evitare che la terra cada in mano di altri. I Beduini sono 140 mila, il 25%
degli abitanti del Negev, e si prevede che in un paio di decenni saliranno a 340
mila. Un bilancio demografico che deve far riflettere: nei giorni scorsi un'ennesima
petizione è stata firmata, commenta Banna Shughry-Badarna, "affinché si faccia
qualcosa, si dedichi più attenzione, da parte del governo, alle questioni che
i Beduini sollevano". Faisal è un rappresentante del Consiglio Regionale per i
Beduini. "Il nostro popolo è originario del deserto" ha detto al telefono da Beersheva.
"Viviamo qui da più di 200 anni, pensiamo di avere più diritti per chiedere la
proprietà delle nostre terre, rispetto agli immigrati che vengono dall'Europa
e dalla Russia". I Beduini "stanno subendo da tempo una realtà che non cambia:
in molti si sono spostati nelle regioni confinanti, come Giordania ed Egitto,
e per chi è rimasto non ci sono novità, la situazione resta brutta". Quando a
Faisal viene chiesto un commento sui timori di una futura Intifada e sulla legge
passata la settimana scorsa alla Knesset, lui risponde: "Non c'è bisogno di nessuna
violenza: noi, semplicemente, non rinunceremo mai alle nostre terre, mai".
Damiano Razzoli