Abu Ala, docente all'università di Gaza, commenta quel che accade nella Striscia di Gaza
Abbiamo chiesto ad Abu Ala, docente all’università di Gaza, di
commentare quel che sta accadendo nella Striscia di Gaza. Diciassette
persone sono state uccise, ieri, nel corso dell’operazione militare
“Pioggia d’Estate” che ha visto i militari israeliani tornare nelle
zone delle ex colonie.
“Sento degli spari e il rumore di bombardamenti da questa mattina alle
cinque. Provengono da nord, dalle parti di Beit Lahya e Beit Hanoun ci
sono elicotteri da combattimento Apache, tanks e F16, impegnati in
un’incursione. Al momento sono diciassette le persone uccise.
Come procede il suo lavoro in questa situazione?
“Io insegno all’università di Gaza, che è frequentata da persone
provenienti da tutta la striscia. Ma fortunatamente adesso l’istituto è
in vacanza, ci sono stati gli esami finali proprio settimana scorsa. Al
di la degli studenti però la distruzione dei ponti che collegano il
nord al sud della Striscia, impedisce ogni spostamento a chiunque”.
Il Jerusalem Post ha parlato di “prolungate attività di sicurezza”...
“Che lo scriva un quotidiano di destra ne fa una definizione
interessante perché l’esercito è vicino dalle fazioni più a
conservatrici nella società israeliana. Pare evidente è che questa
prolungata
attività non dipende dalla cattura del soldato Shalit. L’episodio è
stato usato come pretesto per rioccupare alcune parti del territorio
creare una zona demilitarizzata nel nord per fermare il lancio dei
razzi Qassam. Ma questa è solo una parte del piano: la seconda è
iniziata con il bombardamento del ministero dell’Interno e
dell’università islamica, colpita la scorsa settimana. L’obiettivo è
colpire le aree civili e rioccuparne alcune. Ma non penso che intendano
rioccupare tutta la striscia, sarebbe soltanto un problema per loro.
Del resto è per quello che si sono ritirati l’anno scorso.”
Pensa che il rilascio del soldato rapito potrebbe risolvere la situazione?
“Ci tengo a distinguere: non penso si tratti di un rapimento, ma
della cattura di un soldato. Che cosa faceva Gilad Shalit al confine
con Gaza? Era lì per sparare ai palestinesi. Giusto due giorni prima
dell’episodio, le forze speciali israeliane erano entrate a Khan Younis
e avevano rapito due palestinesi. E ancora, erano i soldati ai confini
della Striscia quelli che, poche settimane fa, hanno bombardato la spiaggia di
Gaza sterminando la famiglia della piccola Ghalia. Centinaia di tank
sono stati ammassati ai confini di Gaza nelle settimane precedenti la
sparizione del soldato Shalit. Tutto quello che succede adesso era
programmato. La cattura del soldato è una scusa. Quello che hai
chiamato rapimento è solo un episodio in una lunga storia di
occupazione e resistenza. Nel contesto: questa è una guerra e in guerra
i soldati nemici sono catturati, non rapiti come fossero civili
innocenti. Tutto quello che è successo a Gaza nelle ultime settimane è
una grave violazione della convenzione di Ginevra, lo hanno sostenuto
anche molte importanti organizzazioni internazionali”.
Ora i leader di Hamas al momento sono latitanti…
“Credo che così abbiano più potere, perché ritornano alle origini, più
vicini alla resistenza. Penso che lo scopo di questi attacchi sia
scaricare il governo democraticamente eletto dei palestinesi. Io non
sono un sostenitore di Hamas, ma devo rispettare le scelte
democratiche. Credo fermamente che Israele, gli Usa e alcuni regimi
arabi confinanti abbiano cospirato per scaricare l’unico governo
democraticamente eletto in medio oriente. Questo ostracismo però,
ottiene l’effetto opposto. È una costante di ogni lotta al
colonialismo: quanto più un gruppo subisce continua a resistere, tanto
maggiore è il consenso popolare che ottiene. È successo in Algeria e
anche in Sud Africa. La resistenza è la sola possibilità rimasta alla
gente in Palestina. Oltre alla morte”.
E Abu Mazen?
“Non è una coincidenza che Israele abbia intensificato le operazioni
militari lo stesso giorno dell’accordo annunciato tra Fatah e Hamas sul
documento dei prigionieri. Quello è il motivo per cui oggi Abu Mazen è
prigioniero a Gaza insieme al resto dei palestinesi della Striscia:
deve affrontare gli stesi pericoli di tutti loro. Mazen ha tentato una
mediazione per sbloccare la situazione, ma personalmente ritengo che la
sola cosa che dovrebbe chiedere sia la liberazione delle migliaia di
prigionieri nelle galere israeliane. A cominciare dalle 145 donne e 400
bambini.