I due candidati continuano a darsi battaglia.
scritto per noi da
Federico Mastrogiovanni
Dopo una notte di incertezza e nervosismo, il conteggio degli atti dei seggi
(i moduli compilati nei seggi elettorali), il candidato di destra del Pan, Felipe
Calderón, ad avere un vantaggio di mezzo punto percentuale su Andrés Manuel López
Obrador, candidato del Prd. La distanza è di 250mila voti circa.
La battaglia elettorale, però, non vede ancora la fine, dato che ieri (giovedì
6 luglio) López Obrador non ha riconosciuto la vittoria del suo avversario, anzi,
ha affermato che si è trattato di un conteggio “numericamente senza possibilità
di una decisione”, ed ha avvertito durante una conferenza stampa che impugnerà
il processo elettorale di fronte al Tribunale Elettorale della federazione, per
un conteggio voto per voto.
Il Tribunale Elettorale della federazione è l’unica istituzione che può esprimere
una parola definitiva sull’elezione presidenziale.
Irregolarità? Quello di ieri è stato un conteggio per atti, vale a dire un controllo dei risultati
di ogni seggio elettorale, ma non sono state aperte le urne (tranne che in pochi
casi), e la posizione di Amlo (il nomignolo affibbiato a Obrador dalla stampa,
derivante dall’acronimo del suo nome) è che vi siano state delle irregolarità
nel conteggio dei voti. Per questo, ha affermato: “Per il bene di tutti e per
il corretto funzionamento democratico, è necessario garantire la certezza dei
risultati, soprattutto di fronte a un margine così ristretto”.
Nessuno ha ancora parlato di brogli elettorali, ma nell’aria aleggia lo spettro
del 1988, quando l’allora candidato di centrosinistra Cuahutemoc Cárdenas si vide
“rubare” da sotto il naso la presidenza della repubblica da parte del Pri (Partido
revolucionario Istitucional), capeggiato da Carlos Salinas de Gortari. In quell’occasione,
rimasta nella memoria dell’intero continente americano, furono letteralmente bruciate
molte schede elettorali per non consentire un conteggio che avrebbe portato la
sinistra al governo per la prima volta nella storia postrivoluzionaria messicana.
Che ne sarà del Messico? In questo clima di caos e incertezza si percepisce tutta la difficoltà di un
universo politico che da una parte cerca di diventare davvero democratico e dall’altra
è ancorato e strozzato da pratiche autoritarie e corrotte che lo hanno caratterizzato
per decenni.
López Obrador nel suo discorso ha invitato i suoi sostenitori a difendere il
proprio voto e li ha convocati ad un’assemblea informativa allo Zocalo, sabato
alle 17, dove verranno presentate le prove delle “numerose irregolarità, per usare
un eufemismo”.
La novità di queste elezioni, la forte speranza diffusa nella possibilità di
un cambio democratico pacifico, è l’unico elemento che risulta chiaro, a prescindere
da quello che sarà il risultato del controllo dei voti.
López Obrador, in conseguenza di questa forza popolare, non ha intenzione di
cedere di fronte alla poderosa offensiva mediatica che spinge per la vittoria
di Felipe Calderón.
Il Pan si oppone ad un nuovo conteggio dei voti, sostenendo che la sinistra vuole
annullare le elezioni, ma lo stratega del Prd, Manuel Camacho Solís, ha rassicurato,
che il suo partito “non vuole annullare l’elezione, ma che si contino tutti i
voti, per raggiungere una certezza giuridica”. Questo potrebbe addirittura assegnare
meno voti al Prd. Si tratta di un esercizio istituzionale inedito. È la prima
volta che in Messico si usano tutte le risorse legali per garantire la legittimità
dell’esercizio democratico, in un contesto di vera sperimentazione.
La lotta fra i due candidati è quindi ancora aperta e non si prevedono tempi
brevi. È da vedere se il Messico riuscirà a trovare gli strumenti democratici
che gli consentano di sopportare questa attesa pacificamente e di rispettare la
volontà popolare.