06/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Ernesto Cardenal, Ediciones centroamericanas Anama, 2003
scritto per noi da
Carlo Carlucci
 
 
Ernesto Cardenal, 1953La Revoluciòn Perdida  è il titolo dell’ultimo libro del poeta e sacerdote Ernesto Cardenal, la personalità forse più rappresentativa di quella che è stata la rivoluzione sandinista.
Nato da una delle famiglie dell’aristocrazia coloniale a Granada nel 1925, studiò alla facoltà di lettere in Messico e alla Columbia University di New York.
A trentun anni entrò nel monastero trappense fondato da Thomas Merton. Ordinato sacerdote, su consiglio dello stesso Merton, fondò una comunità contemplativa sulla regola dell’ora et labora nell’arcipelago di Solentiname, nel  Gran Lago del Nicaragua. Erano gli anni della teologia della liberazione e Cardenal, da sempre oppositore della dittatura somozista, condusse la sua comunità ad abbracciare la lotta del Frente Sandinista de Liberaciòn Nacional. La comunità venne distrutta da Somoza. Cardenal, esiliato, divenne una delle anime di una rivoluzione autenticamente popolare e pluralista che, con sorpresa del mondo intero, il 19 luglio del 1979 avrebbe trionfato.
Il libro che qui presentiamo, ben 666 pagine, sarebbe in realtà il terzo volume delle sue memorie, dove il vissuto personale è assolutamente, indistricabilmente legato e vincolato alla storia, ai tentativi di riscatto del popolo di un piccolo paese. 
Vi sono due coincidenze che giustificano non solo la recensione di questo libro, ma la ripresa del discorso intorno a una rivoluzione, l’ultima vittoriosa rivoluzione di sinistra che poi avrebbe perso le libere elezioni nel 1990. E le due coincidenze sono la presa di posizione di Cardenal contro buona parte della dirigenza del Fronte Sandinista (rea di appropriazione indebita di beni che erano del paese) e l’improvvisa rimonta del Fronte Sandinista alle recenti elezioni amministrative del 6/7 novembre scorsi.
 
Innanzitutto, rileva Cardenal, le elezioni del 1990 si persero fondamentalmente per le pressioni militari (la guerra dei contras) ed economiche degli Stati Uniti. La stessa stampa USA, dal Boston Globe al Wall Street Journal, scrisse che in quelle elezioni avevano vinto il cinismo e il terrorismo della politica di Reagan e di Bush (senior), condannati anche dal tribunale dell'Aja. E’ certo che se la dirigenza sandinista non si fosse macchiata di tante colpe avrebbe avuto dietro di sé la maggioranza del popolo e le elezioni non si sarebbero perse. I partiti e le personalità chiamati a succedere agli undici anni di governo rivoluzionario (l’ultimo presidente Aleman è in carcere per corruzione), a cominciare da Violeta Chamorro, non hanno saputo assolvere il loro compito e il Nicaragua oggi precede appena Haiti, l’ultimo paese nella scala della miseria e della povertà del continente latinoamericano.
E’ vero che tutti gli aiuti promessi da Bush al paese, nel caso di sconfitta del Fronte Sandinista (nient’altro che la riconversione, a fine di pace e di ricostruzione, dei fondi che andavano ai contras) non si sono mai concretizzati e che, tolto di mezzo il bubbone sandinista, quel povero popolo, tanto osteggiato, fu lasciato al suo destino.
 
Ecco dunque quanto ebbe a decretare l’attore-imperatore Ronald Reagan: “Io Ronald firma autografa di Ernesto CardenalReagan, presidente degli Stati Uniti d’America debbo constatare che  politica e azioni del governo del Nicaragua costituiscono una minaccia inusitata e straordinaria per la sicurezza nazionale e per la politica estera degli Stati Uniti e pertanto con la presente dichiaro lo Stato di Emergenza Nazionale”.
La rivoluzione nicaraguense è stata  comunque qualcosa di unico nel suo genere. Sul piano internazionale si rivelò come una inconsueta, inedita guerra mediatica. L’anima ispiratrice di questa creatività di simboli e metafore veicolate nei media è stato proprio Cardenal, sempre assecondato da Daniel Ortega, pronto a cogliere al balzo ogni suggerimento del suo Ministro della Cultura.

Dell’eroismo di quel popolo  molte e straordinarie sono le testimonianze raccolte da sandinisti, NicaraguaCardenal. L’accusa nei confronti della dirigenza del partito, invece, si fa netta a partire dalla sconfitta elettorale, quando ci fu la così chiamata ‘Pignatta’ o divisione della torta: visto che si doveva abbandonare il potere, era opportuno aggiudicarsi l’aggiudicabile. Siccome tutti i beni confiscati ai Somoza, ai somozisti e non solo, erano semplicemente usufruiti in quanto considerati proprietà dello Stato, fu passata in fretta e furia una legge, prima della fine della legislatura, per cui chi occupava una terra, una casa, o amministrava un’impresa o una banca, ne diveniva proprietario. Questa legge - sacrosanta per i poveri contadini - era meno sacrosanta per le lussuosissime ville e le imprese miliardarie occupate e gestite dalla dirigenza del partito. Fino ad allora, parola di Cardenal, “Il governo sandinista era stato il più onesto in tutta la storia del Nicaragua. La stampa nemica aveva accusato di tutto la rivoluzione: di totalitarismo, di persecuzione religiosa, di persecuzione ebraica, di massacro dei miskitos, di falsa libertà di stampa, di militarismo, stato di polizia, traffico di droga, esportazione della rivoluzione… Mai vi fu l’accusa di corruzione. Tomàs  Borges  aveva dichiarato che la rivoluzione era invincibile, e che nessuno l’avrebbe potuta distruggere salvo i sandinisti stessi. E questo è accaduto. E uno dei principali responsabili è stato Tomàs Borges”.
La madre di un giovane poeta, eroe e martire della rivoluzione, Ernesto Castillo, li ha denunciati con parole di fuoco: “Non avevano un soldo e ora possiedono aziende, sono padroni di banche, imprese, di conti miliardari dentro e fuori del paese… quello di cui oggi usufruiscono è bagnato dal sudore e dalle lacrime di tutto un popolo. Che cosa è rimasto di questa rivoluzione?”. E Cardenal sottolinea come “La parte migliore del Fronte Sandinista ha rinunciato al partito che, sotto la guida di Daniel Ortega, ha tradito la rivoluzione”. I dissidenti onesti e puri, non sono riusciti, forse per mancanza di un leader carismatico, a costituirsi come valida forza oppositiva al vecchio Frente Sandinista e ai vari nuovi partiti.  Daniel Ortega è rimasto, malgrado accuse e denunce, saldamente in sella. E alle recenti elezioni ha saputo abilmente presentare volti puliti.
 
 
Categoria: Storia
Luogo: Nicaragua