Vi sono due coincidenze che giustificano non solo la
recensione di questo libro, ma la ripresa del discorso intorno a una rivoluzione,
l’ultima vittoriosa rivoluzione di sinistra che poi avrebbe perso le libere elezioni
nel 1990. E le due coincidenze sono la presa di posizione di Cardenal contro buona
parte della dirigenza del Fronte Sandinista (rea di appropriazione indebita di
beni che erano del paese) e l’improvvisa rimonta del Fronte Sandinista alle recenti
elezioni amministrative del 6/7 novembre scorsi.
Innanzitutto, rileva Cardenal, le elezioni del 1990 si persero fondamentalmente
per
le pressioni militari (la guerra dei contras) ed economiche degli Stati Uniti.
La stessa stampa USA, dal Boston Globe al Wall Street Journal, scrisse che in
quelle elezioni avevano vinto il cinismo e il terrorismo della politica di Reagan
e di Bush (senior), condannati anche dal tribunale dell'Aja. E’ certo che se la
dirigenza sandinista non si fosse macchiata
di tante colpe avrebbe avuto dietro di sé la maggioranza del popolo
e le elezioni non si
sarebbero perse. I partiti e le personalità chiamati a succedere agli undici anni
di governo rivoluzionario (l’ultimo presidente Aleman è in carcere per corruzione),
a cominciare da Violeta Chamorro, non hanno saputo assolvere il loro compito e
il Nicaragua oggi precede appena Haiti, l’ultimo paese nella scala della miseria
e della
povertà del continente latinoamericano.
E’ vero che tutti gli aiuti promessi da
Bush al paese, nel caso di sconfitta del Fronte Sandinista (nient’altro che la
riconversione, a fine di pace e di ricostruzione, dei fondi che andavano ai contras)
non si sono mai concretizzati e che, tolto di mezzo il bubbone
sandinista, quel povero popolo, tanto osteggiato, fu lasciato al suo destino.
Ecco dunque quanto ebbe a decretare l’attore-imperatore Ronald Reagan: “Io Ronald

Reagan, presidente degli Stati Uniti d’America debbo constatare che politica
e azioni del governo del Nicaragua costituiscono una minaccia inusitata e straordinaria
per la sicurezza nazionale e per la politica estera degli Stati Uniti e pertanto
con la presente dichiaro lo Stato di Emergenza Nazionale”.
La
rivoluzione nicaraguense è stata comunque qualcosa di unico nel
suo genere. Sul piano internazionale si rivelò come una inconsueta,
inedita guerra mediatica. L’anima ispiratrice di questa creatività di
simboli e metafore veicolate nei media è stato proprio Cardenal, sempre
assecondato da Daniel Ortega, pronto a cogliere al balzo ogni
suggerimento del suo Ministro della Cultura.
Dell’eroismo di quel popolo molte e straordinarie sono le testimonianze raccolte
da

Cardenal. L’accusa nei confronti della dirigenza del partito, invece, si fa netta
a partire dalla sconfitta elettorale, quando ci fu la così chiamata ‘Pignatta’
o divisione della torta: visto che si doveva abbandonare il potere, era opportuno
aggiudicarsi l’aggiudicabile. Siccome tutti i beni confiscati ai Somoza, ai somozisti
e non solo, erano semplicemente usufruiti in quanto considerati proprietà dello
Stato, fu passata in fretta e furia una legge, prima della fine della legislatura,
per cui chi occupava una terra, una casa, o amministrava un’impresa o una banca,
ne diveniva proprietario. Questa legge - sacrosanta per i poveri contadini - era
meno
sacrosanta
per le lussuosissime ville e le imprese miliardarie occupate e gestite dalla dirigenza
del partito. Fino ad allora, parola di Cardenal, “Il governo sandinista era stato
il più onesto in tutta la storia del Nicaragua. La stampa nemica aveva accusato
di tutto la rivoluzione: di totalitarismo, di persecuzione religiosa, di persecuzione
ebraica, di massacro dei
miskitos, di falsa libertà di stampa, di militarismo,
stato di polizia, traffico di droga, esportazione della rivoluzione… Mai vi fu
l’accusa di corruzione. Tomàs Borges aveva dichiarato che la rivoluzione era
invincibile, e che nessuno l’avrebbe potuta distruggere salvo i sandinisti stessi.
E questo è accaduto. E uno dei principali responsabili è stato Tomàs Borges”.
La madre di un giovane poeta, eroe e martire della rivoluzione, Ernesto
Castillo, li ha denunciati con parole di fuoco: “Non avevano un soldo e
ora possiedono aziende, sono padroni di banche, imprese, di conti
miliardari dentro e fuori del paese… quello di cui oggi usufruiscono è
bagnato dal sudore e dalle lacrime di tutto un popolo. Che cosa è
rimasto di questa rivoluzione?”. E Cardenal sottolinea come “La parte
migliore del Fronte Sandinista ha rinunciato al partito che, sotto la
guida di Daniel Ortega, ha tradito la rivoluzione”. I dissidenti onesti
e puri, non sono riusciti, forse per mancanza di un leader carismatico,
a costituirsi come valida forza oppositiva al vecchio Frente Sandinista
e ai vari nuovi partiti. Daniel Ortega è rimasto, malgrado accuse
e denunce, saldamente in sella. E alle recenti elezioni ha saputo
abilmente presentare volti puliti.