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Il mondo ci guarda. Un riconoscimento quasi
frettoloso, visto che sono stati scrutinati solo il 40 percento delle schede,
ma il voto in Macedonia non aveva solo una valenza interna. Il premier, come
tutta la classe politica macedone, sapeva di essere sotto esame. L’Unione
Europea e la Nato, attraverso le lenti dell’Organizzazione per la Sicurezza e
la Cooperazione in Europa (Osce), volevano una risposta chiara rispetto alla
situazione del paese che ha chiesto di aderire all’Europa e la Patto Atlantico.
Questa risposta, alla vigilia delle elezioni, era stata pessima: incidenti e
violenze si sono verificati dall’inizio della campagna elettorale, alla metà di
giugno. In venti giorni si sono verificati 20 incidenti, con l’uso di pistole
e
bombe, alternati a pestaggi, accoltellamenti e devastazioni degli uffici dei partiti.
L’ambasciatrice Usa a Skopje, signora Milovanovic, assieme ai funzionari Ue,
avevano convocato i maggiori leader politici richiamandoli all’ordine e
ricordando loro che la comunità internazionale non avrebbe tollerato elezioni
dubbie e violente. Per questo, dopo i primi exit poll, il premier Vlado
Buckovski ha ammesso la sconfitta della sua Unione socialdemocratica (Sdsm),
confermando la vittoria del suo avversario Nikola Gruevski e della coalizione
guidata dal partito Vmro-Dpmne.
Uniti per la causa. Il fatto che Ahmeti, il
leader guerrigliero albanese che nel 2001 aveva guidato un abortito tentativo
secessionista sul modello del Kosovo in Serbia, abbia preso parte alle elezioni
sembra il segnale di un cambiamento sostanziale. Il voto si è svolto
serenamente senza scontri o brogli, almeno secondo le prime impressioni dei 400
osservatori dell’Osce. L’affluenza alle urne è stata piuttosto bassa, ma come
detto sembrava che il risultato fosse l’ultimo dei problemi rispetto alle
tensioni della vigilia elettorale. Il precedente delle elezioni del 2002,
turbate da disordini e scontri, non aveva impedito alla Macedonia di essere
ammessa alla procedura di adesione all’Unione Europea, ma i segnali della
vigilia erano chiari e la comunità internazionale non avrebbe tollerato oltre.
Secondo molti osservatori Buckovski ha pagato le concessioni fatte alla
minoranza albanese, mentre l’elettorato ha premiato il programma nazionalista
di Gruevski. Potrebbe essere un segnale di rottura verso gli albanesi, ma la
scarsa affluenza alle urne, che non dovrebbe superare il 43 percento degli
aventi diritto al voto, sembra invece individuare un voto di protesta più
riconducibile alla crisi economica macedone che ad altri fattori. Anche perché,
come è stato più volte sottolineato, l’Ue non accetterebbe nessun governo che
taglia fuori gli albanesi dalla politica macedone. Resta da vedere che tipo di
coalizione metterà in piedi Gruevski e come la comunità albanese s’inserirà nel
nuovo contesto politico e se lo farà unita o divisa in due partiti, ma dal
punto di vista dell’affidabilità internazionale, la Macedonia ha dato almeno
prova di mettercela tutta. Christian Elia