Rosella Ideo, esperta di Corea del Nord, ci spiega i retroscena del lancio missilistico
Mentre lo shuttle
Discovery veniva lanciato dalla base di Cape Canaveral, in Florida, per
festeggiare il giorno dell’Indipendenza americana, la Corea del Nord si
apprestava a scuotere il mondo con il lancio di sette missili a media e lunga
gittata. Il più temibile, il Taepodong-2, studiato (ma nessuno può dirlo con
certezza) per percorrere una distanza di 6mila chilometri e quindi in grado di
raggiungere l’Alaska e le Hawaii, si è però schiantato 40 secondi dopo essere
stato lanciato. Altri cinque, a medio-raggio, sono caduti nel mare del
Giappone, mentre non si hanno ancora notizie precise del settimo, lanciato dodici
ore dopo i primi, nel pomeriggio. Durissime le reazioni degli Stati
Uniti e dei Paesi vicini alla Corea del Nord.
Secondo gli analisti,
la Corea del Nord ha voluto attirare l’attenzione e smuovere lo stallo dei
negoziati sul nucleare, che dura ormai dal novembre 2005. Le trattative coinvolgono,
oltre a Pyongyang, Stati Uniti, Corea del Sud, Giappone, Cina e Russia.

Sanzioni occulte. “Si tratta di una situazione in gestazione da
molto tempo”, ci spiega Rosella Idéo, docente di storia politica e diplomatica
dell’Asia Orientale ed esperta di Corea del Nord. “Il lancio di missili va
messo in relazione con lo stallo dei colloqui sul nucleare. Nel settembre 2005
sembrava di essere arrivati a uno sblocco, ma poi la situazione è precipitata.
La Corea del Nord aveva accettato di smantellare tutto il suo programma
nucleare, di accogliere gli ispettori Onu e di rientrare nel programma di non
proliferazione da cui era uscita nella primavera 2003”. Un grande
risultato, visto che in cambio gli Usa
avrebbero dovuto riconoscere il governo di Pyongyang, con cui sarebbero ancora
in stato di guerra dagli anni Cinquanta.
“L’amministrazione
dei ‘falchi’ statunitensi, però, - continua Idéo – ha dimostrato di non volere
le trattative: con un pretesto, ha denunciato una situazione che durava ormai
da tempo (il riciclaggio di dollari americani da parte di Pyongyang) e ha
impedito a tutte le banche di fare affari con la Corea del Nord. Un modo per
strangolare e portare al collasso il regime di Kim Jong-il , uno dei più chiusi
al mondo”.
Il paragone con l’Iran. Ma c’è stato un altro fattore a scatenare la
rabbia di Pyongyang. “Il governo nordcoreano – insiste la docente di
geopolitica - non accetta che gli Usa abbiano adottato una posizione più
morbida nei confronti dell’Iran, cui hanno concesso l’uso dell’uranio a scopi
civili. Questo fatto dirompente dei sette missili, dunque, rimette in
discussione tutta la situazione. Ha l’effetto negativo di rafforzare le
correnti più oltranziste di tutta l’area e soprattutto negli Stati Uniti e in
Giappone, dove a settembre potrebbe salire al potere, al posto di Koizumi, il
‘falco’ Abe Shinzo”.
Un atto di guerra? Aspettiamo, intanto, che la Cina si pronunci
sull’accaduto. Idéo precisa: “Pechino di certo non è contenta di questa mossa.
In passato, infatti, aveva invitato Pyongyang a non fare passi falsi ch

e
avrebbero aumentato la tensione. Anche Seul, del resto, ha sempre aiutato
economicamente il Nord per evitarne il collasso del regime e un esodo di milioni di profughi nel
suo territorio”. Nel 1999 la Corea del Nord aveva lanciato un’auto-moratoria
sui test missilistici, ma allora il contesto era molto diverso. C’era un dialogo
stretto con il presidente statunitense Bill Clinton, che ora pare lontanissimo.
Resta, tuttavia, un
interrogativo: l’azione missilistica della Corea del Nord può essere
interpretata come un atto di guerra, visto che i razzi sono caduti fuori del Paese
asiatico? “No, altrimenti gli Stati Uniti avrebbero già emesso una
dichiarazione in tal senso, nonostante sia vero che una legge internazionale
permette a chiunque di compiere questi test solo sul suo territorio. Probabilmente
è stata solo una provocazione. La Corea del Nord sapeva che i suoi missili non
sarebbero andati lontano, o al massimo in mare aperto, cosa che può essere
giustificata come un errore, anche se non lo è”. Il gioco si fa sempre più
complesso.