scritto per noi da
Emanuela Zuccalà
Al sabato Mohamed chiede un passaggio a una jeep diretta
alle tende di Dakhla, il più lontano fra i campi profughi saharawi nello
spicchio sudoccidentale dell’Algeria, verso il confine con la Mauritania. Va a
trovare gli zii. È un bambino serio e compìto, ma quando il mezzo comincia a
saltare sulle piste sconnesse del deserto di fossili, si fa coinvolgere dalle
risate degli altri passeggeri, come si sentisse sulle montagne russe. Mohamed
tiene
stretto uno zaino più grande di lui, verso mezzogiorno lo apre svelandone il
contenuto: panini. Tanti.
Profughi e malati. Bianchi, piccoli e duri, impastati con farina senza
glutine. Gli unici che possa mangiare: la scorta per i tre giorni che passerà
tra le dune isolate di Dakhla. Non si vergogna a dire che è celiaco, ha
imparato che quel “male alla pancia” non è una vera malattia, ma un’intolleranza
alimentare da conoscere e tenere a bada con i cibi giusti. Un breviario di
regole e riti che lo accomuna a tanti suoi coetanei, qui. Il popolo saharawi –
200 mila persone che da trent’anni
vivono da sfollati in Algeria, dopo che il Marocco ha occupato il loro Stato,
il Sahara Occidentale – rappresenta un laboratorio vivente per lo studio della
celiachia. Nelle loro città virtuali disegnate a baracche e tende verdi, l’intolleranza
al glutine raggiunge un’incidenza altissima, forse la più elevata al mondo: il
sei per cento dei saharawi ne soffre, quasi dieci volte in più rispetto agli
europei. Con l’aggravante che loro si nutrono dei rifornimenti del Programma
alimentare mondiale basati proprio su farina e cereali, che nei celiaci
provocano gravi patologie intestinali, a volte diabete e infertilità. "Ancora
non conosciamo le ragioni di una simile
diffusione della celiachia", spiega Carlo Catassi, professore di pediatria
all’università politecnica di Ancona e coordinatore di un gruppo di ricerca
italo-spagnolo che dal ’97 indaga su questo singolare evento medico. "I fattori
genetici potrebbero giocare insieme a quelli ambientali, visto che negli ultimi
anni l’alimentazione nei campi profughi si è modificata secondo modelli
europei, con un sovraccarico di farina di grano". Catassi ammette che studiare
un campione così circoscritto
potrà svelare, in futuro, le cause genetiche dell’intolleranza al glutine nell’intera
popolazione mondiale, ma non gli piace parlare dei saharawi come di osservati
speciali: "Lo scopo principale, per noi, è aiutarli con strumenti di diagnosi
e
cura, oltre a rifornirli degli alimenti salva-vita".
Mancanze alimentari. Farina, pane e pasta senza
glutine non si trovano in Algeria né nei paesi confinanti. E sono troppo
costosi per inserirli in quantità massiccia fra gli aiuti umanitari. Così com’è
dispendiosa la ricerca: "Fino a oggi abbiamo ricevuto fondi modesti, dall’Unione
Europea e dall’Associazione italiana celiachia. Per uno studio genetico
approfondito, ci vorrebbe un finanziatore che prendesse interamente in carico
il
progetto…". Per ora, i prodotti senza glutine atterrano nel vicino
aeroporto di Tindouf con i pacchi di una sezione toscana dell’Associazione
italiana celiachia, che ha adottato a distanza parecchi bambini saharawi per riuscire
a rifornire ognuno di cinque chili di farina al mese. "Non sempre sono
sufficienti", chiarisce però Nasdra Ahmed Gayd, una giovane donna che vive nel
campo profughi 27 febbraio e parla perfettamente italiano ("Ho avuto la
fortuna di studiare cinque anni a Roma"). È lei a coordinare gli aiuti per i
celiaci, a sovrintendere alla distribuzione dei cibi, a convincere famiglie abituate
a riunirsi intorno a grandi piatti di cous cous che questa intolleranza non è
una disgrazia, ma solo un problema da gestire. "La celiachia è entrata con
prepotenza nelle nostre vite e nella nostra cultura", prosegue Nasdra, "ed è
importante continuare a istruire le madri. Una grossa parte del mio lavoro consiste
nell’organizzare incontri, conferenze, piccole pubblicazioni nella nostra
lingua, l’
hassanya, con disegni che rendano
chiari anche i concetti sanitari difficili".
Nasdra è membro del ministero saharawi per la
cooperazione, una delle istituzioni create qui, fra la polvere perenne di un
deserto roccioso che non somiglia a nessuna cartolina. Un governo in esilio,
quello della Repubblica araba saharawi democratica, che si basa sull’impegno
volontario delle persone e funziona ormai, dopo trent’anni di precarietà, come
una macchina perfetta. "Per voi europei questa sarebbe una vita troppo dura,
non la sopportereste" sorride Nasdra, che è nata su una pista nel deserto mauritano,
quando sua madre Embarka – personaggio quasi mitico, per la gente dei campi: l’unica
donna ad aver partecipato alla fondazione della Repubblica saharawi – fuggiva
dal Sahara Occidentale assediato dai bombardamenti marocchini. "Noi invece la
abbiamo accettata, questa avventura". Per i bambini celiaci,
intanto, il sollievo è la vacanza italiana, d’estate, quando nel sud
dell’Algeria il termometro segna 60 gradi. In Italia vengono tutti sottoposti
al test per la celiachia, e ogni anno si diagnosticano nuovi casi. Ma almeno
d’estate mangiano meglio e ingrassano un po’. E imparano, come il piccolo Mohamed,
che i loro panini bianchi e duri non sono una punizione.