04/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La terra che Benetton ha dato ai mapuche è inutilizzabile, una beffa restituita al mittente
I 7514 ettari di terra che Luciano Benetton ha restituito ai mapuche sono inutilizzabili. E l’amministrazione provinciale di Chubut li rinvia al mittente.
 
Colori sbagliati di Benetton. Campagna dei mapuche contri i BenettonL’apparenza inganna. La lunga diatriba fra gli indigeni mapuche d’Argentina e la multinazionale italiana Benetton non si placa. L’appezzamento che il patron di Treviso – proprietario di quasi un milione di ettari in Patagonia - aveva deciso di restituire ai legittimi proprietari, attraverso l’intermediazione del governo di Chubut, è stato passato al setaccio dall’Istituto nazionale di tecnologia agricola, che ne ha certificato “la poca ricettività produttiva”: solo il cinque percento del totale può essere utilizzato.
 
Il gioco delle parti. Questa donazione, effettuata nel 2004 da Benetton tramite la Compañia de Tierras del Sud Argentino, azienda prestanome, era stata pensata come unica soluzione a una disputa che vede gli indigeni appellarsi al loro diritto naturale contro quella che loro definiscono un’occupazione illecita. Da una parte c’è, dunque, un governo argentino che con faciloneria ha continuato per decenni a vendere terre ancestrali mapuche, come se fossero statali, rimandando perennemente la questione indigena, trascurandola. Dall’altra c’è una multinazionale che ha legalmente comprato delle terre e si affida a un diritto di proprietà acquistato a suon di pesos. Molte volte i Benetton e imMapuche sono arrivati ai ferri corti.
 
Protesta mapucheProblema aggirato. Quei 7514 ettari, dunque, erano stati pensati dalla multinazionale quale maniera per lavarsi la coscienza con gli indigeni: “E’ un contributo concreto, simbolico, alla soluzione di uno scontro storico”, aveva commentato l’azienda italiana. Ma i mapuche, fin da subito, si erano rifiutati di accettarla: “Qui non si tratta di fare filantropismo”, avevano precisato, “Benetton non può donare quello che non gli appartiene”.
Ed era stato allora che la Compañia de Tierras del Sud Argentino aveva aggirato il problema, cambiando destinatario. Nel novembre del 2005 la proprietà fu offerta al governo di Chubut, zona a maggioranza indigena, con il fine ufficiale di “concretizzare un progetto sostenibile a beneficio delle famiglie aborigene della regione”. In un comunicato pieno di buone intenzioni, spiegava: “Abbiamo optato per la politica del possibile, dando un apporto completo che unisca la qualità alla quantità. Probabilmente saremo i primi a farlo, ma a noi interessa che questa iniziativa sia presa anche da altri, per contribuire alla soluzione del problema secolare”. Da qui lo studio di fattibilità affidato dal governo di Chubut agli ingegneri agronomi dell’Agencia de Extension de Esquel del Instituto Nacional de Tecnologia Agropecuaria (Inta).
 
pubblicità mapuche contro Benetton: "La terra Mapuche non è in vendita"A caval donato… Si tratta di una zona a cinquanta chilometri dalla località di Gualjaina e a 150 da Esquel. La proprietà avrebbe dovuto restare in mano alla provincia, che l’avrebbe però destinata a esclusivo uso e consumo del popolo mapuche, che a sua volta avrebbe elaborato progetti produttivi per lavorarla. Poi la doccia fredda. Non solo il terreno ha poca ricettività produttiva, ma anche gli investimenti necessari per utilizzarla e renderla produttiva nel tempo sono risultati “sproporzionati”. Secondo i normali parametri produttivi, si tratta di una terra che, nonostante l’estensione, può bastare a sfamare al massimo due famiglie. “Per il 95 percento è composta da zone alluvionali, aree montuose, gole profonde, terreni rocciosi, e le poche zone su pendii lievi sono esposte a condizioni climatiche molto avverse, con venti forti e temperature estreme”. Quindi non solo la produzione agricola risulta impossibile, ma anche l’allevamento. Da qui la decisione del governo di Chubut di restituire tutto al mittente. Che Benetton contasse sul proverbio “A caval donato non si guarda in bocca”?  

Stella Spinelli

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