Il primo ministro Thailandese sgancia milioni di origami sul sud del Paese, ma non allenta la repressione
Ottanta milioni di colombe di carta cadranno domenica 5 dicembre sul sud della
Thailandia, una delle regioni più povere del Paese, sconvolta nell’ultimo anno
da un’escalation di violenze che ha causato la morte di cinquecentocinquanta per
sone. L’iniziativa
“in nome dell’unità” è stata lanciata dal primo ministro Thaksin Shinawatra e
– com’era prevedibile – non è stata ben accolta dalle popolazioni locali che la
definiscono solo “un colpo mediatico”. Non basteranno del resto gli origami, lanciati
da trentacinque aerei militari, a calmare le tensioni tra la comunità musulmana
(due milioni di persone concentrate nelle quattro province meridionali
di Narathinat, Pattani, Songhkla e Yala) e quella buddista che qui è in netta
minoranza.
Le ragioni del conflitto sono profonde: miseria, emarginazione, criminalità
diffusa, risentimento verso le autorità centrali, aspirazioni separatiste e strategia
repressiva del governo. Ma non è facile capire chi ci sia dietro alle decine,
forse
centinaia di attacchi che gruppi armati appartenenti alla comunità musulmana hanno
condotto a partire da gennaio contro i compaesani buddisti. Di certo, però, la
reazione delle forze dell’ordine è stata in più di un caso durissima, portando
alla morte di quasi duecento ribelli.
Il massacro di Tak Bai - L’ultima tragedia è avvenuta il 25 ottobre scorso, una data che verrà ricordata
come “il massacro di Tak Bai”. Di prima mattina duecento persone hanno iniziato
a protestare davanti a una stazione di polizia contro la detenzione di sette musulmani.
Poco dopo erano già tremila i cittadini scesi in marcia per le strade del villaggio
del Narathinat. Per fermare la folla, le forze di sicurezza hanno reagito in modo
spropositato: sette manifestanti sono rimasti uccisi da colpi d’arma da fuoco
e altri settantotto sono soffocati dentro le camionette della polizia. Decine
di corpi
sono stati visti strisciare a terra mentre venivano presi a calci e venivano colpiti
con le canne dei fucili. Queste immagini hanno fatto il giro del mondo, insieme
a quelle dei parenti che piangevano davanti alle liste – esposte al pubblico il
giorno dopo – con i nomi delle vittime. Il premier ha ordinato un’inchiesta indipendente, ma ha continuato a chiamare “criminali”
le persone uccise e arrestate (mille e trecento) dai poliziotti. La vendetta non
ha tardato ad arrivare. Dal 25 ottob
re ci sono stati attentati dinamitardi, decapitazioni,
incendi, imboscate contro le comunità e i simboli buddisti. Almeno trenta persone
hanno perso la vita e altre decine sono rimaste ferite. Un messaggio del Pattani United Liberation Organisation (PULO), un gruppo separatista, ha seminato il panico: “Pagherete per quello
che avete fatto, le città saranno bruciate. I ribelli hanno minacciato anche di
compiere attentati in luoghi turistici e nella capitale Bangkok.
Chi guida i ribelli? - I gruppi separatisti sono stati attivi nella regione dagli anni Settanta fino
alla metà
degli Ottanta, ma in seguito si sono dileguati. Secondo alcuni osservatori, il
PULO sarebbe
solo una sorta di “strascico” di quei movimenti. Eppure l’ex primo ministro malesiano,
l’autoritario Mohamad Mahathir, è convinto che la calma potrebbe ritornare proprio
concedendo l’autonomia alle province confinanti con la Malesia. Altre fonti locali
sospettano che molti giovani della zona siano stati reclutati da estremisti islamici
infiltrati e legati ad organizzazioni internazionali del terrore come la Jemaah Islamiah, ma tale ipotesi finora non ha trovato alcuna conferma. In queste terre di frontiera,
a mille chilometri da Bangkok, si consumano anche diversi giochi di potere e
traffici di ogni sorta, tra cui prostituzione e droga. Qualcuno ha detto addirittura
che un politico locale avrebbe legami con il primo attacco ribelle del 4 gennaio
scorso. Allora una banda armata assaltò un campo militare, facendo razzia di armi
da combattimento. E diverse scuole furono date alle fiamme.
La repressione del governo - Prima ancora del massacro di Tak Bai, un altro episodio aveva sconvolto la Thailandia. Il 28 aprile
2004 oltre cento insorti erano stati uccisi dalla polizia dopo che avevano
attaccato varie stazioni delle forze di sicurezza. Più di trenta giovani musulmani
erano stati uccisi in un’antica moschea nei dintorni di Pattani, disintegrata
dai poliziotti a colpi
di arma da fuoco e lanci di granate.
La mano dura del governo per riportare l’ordine nel sud - dove è stata aumentata
la presenza dell’Esercito – e lottare contro il narcotraffico in tutto il paese
ha avuto l’effetto opposto di esacerbare le violenze. Ovunque sono stati registrati
omicidi extragiudiziali, torture, sparizioni e arresti indiscriminati. Si legge
nell’ultimo rapporto di Amnesty International: “La coalizione di governo guidata dal partito Thai Rak Thai del primo ministro Thaksin Shinawatra ha lanciato una campagna antidroga della
durata di tre mesi tra febbraio e aprile. Secondo fonti della polizia, 2.245 persone
sono state uccise in questo contesto. Il dichiarato intento di questa campagna
era di ridurre drasticamente il traffico di metamfetamine, sostanze di cui farebbe
uso quasi il 5 per cento della popolazione. Il governo ha lanciato altre campagne
durante l’anno, mirate a debellare il crimine organizzato, la corruzione e la
detenzione illegale di armi. I soggetti che hanno dimostrato posizioni critiche
nei confronti del governo, tra cui difensori dei diritti umani ed organizzazioni
non governative, hanno continuato ad essere oggetto di minacce. Quasi 42mila persone
sono state inserite nella "lista nera" del governo in qualità di sospetti trafficanti
o consumatori di droga”.
Le
campagne governative, dunque, finora non sembrano avere raggiunto i
propri obiettivi. Al contrario, la durissima repressione ha sicuramente alzato il livello dello scontro. Chissà se le colombe
di
carta avranno più fortuna.