04/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il primo ministro Thailandese sgancia milioni di origami sul sud del Paese, ma non allenta la repressione
Ottanta milioni di colombe di carta cadranno domenica 5 dicembre sul sud della Thailandia, una delle regioni più povere del Paese, sconvolta nell’ultimo anno da un’escalation di violenze che ha causato la morte di cinquecentocinquanta per repressione tak baisone. L’iniziativa “in nome dell’unità” è stata lanciata dal primo ministro Thaksin Shinawatra e – com’era prevedibile – non è stata ben accolta dalle popolazioni locali che la definiscono solo “un colpo mediatico”. Non basteranno del resto gli origami, lanciati da trentacinque aerei militari, a calmare le tensioni tra la comunità musulmana (due milioni di persone concentrate nelle quattro province meridionali di Narathinat, Pattani, Songhkla e Yala) e quella buddista che qui è in netta minoranza.
Le ragioni del conflitto sono profonde: miseria, emarginazione, criminalità diffusa, risentimento verso le autorità centrali, aspirazioni separatiste e strategia repressiva del governo. Ma non è facile capire chi ci sia dietro alle decine, forse centinaia di attacchi che gruppi armati appartenenti alla comunità musulmana hanno condotto a partire da gennaio contro i compaesani buddisti. Di certo, però, la reazione delle forze dell’ordine è stata in più di un caso durissima, portando alla morte di quasi duecento ribelli.
 
Il massacro di Tak Bai -  L’ultima tragedia è avvenuta il 25 ottobre scorso, una data che verrà ricordata come “il massacro di Tak Bai”. Di prima mattina duecento persone hanno iniziato a protestare davanti a una stazione di polizia contro la detenzione di sette musulmani. Poco dopo erano già tremila i cittadini scesi in marcia per le strade del villaggio del Narathinat. Per fermare la folla, le forze di sicurezza hanno reagito in modo spropositato: sette manifestanti sono rimasti uccisi da colpi d’arma da fuoco e altri settantotto sono soffocati dentro le camionette della polizia. Decine di corpi sono stati visti strisciare a terra mentre venivano presi a calci e venivano colpiti con le canne dei fucili. Queste immagini hanno fatto il giro del mondo, insieme a quelle dei parenti che piangevano davanti alle liste – esposte al pubblico il giorno dopo – con i nomi delle vittime.  Il premier ha ordinato un’inchiesta indipendente, ma ha continuato a chiamare “criminali” le persone uccise e arrestate (mille e trecento) dai poliziotti. La vendetta non ha tardato ad arrivare. Dal 25 ottob 28 aprile 2004re ci sono stati attentati dinamitardi, decapitazioni, incendi, imboscate contro le comunità e i simboli buddisti. Almeno trenta persone hanno perso la vita e altre decine sono rimaste ferite. Un messaggio del Pattani United Liberation Organisation (PULO), un gruppo separatista, ha seminato il panico: “Pagherete per quello che avete fatto, le città saranno bruciate. I ribelli hanno minacciato anche di compiere attentati in luoghi turistici e nella capitale Bangkok.
 
Chi guida i ribelli?  - I gruppi separatisti sono stati attivi nella regione dagli anni Settanta fino alla metà degli Ottanta, ma in seguito si sono dileguati. Secondo alcuni osservatori, il PULO sarebbe solo una sorta di “strascico” di quei movimenti. Eppure l’ex primo ministro malesiano, l’autoritario Mohamad Mahathir, è convinto che la calma potrebbe ritornare proprio concedendo l’autonomia alle province confinanti con la Malesia. Altre fonti locali sospettano che molti giovani della zona siano stati reclutati da estremisti islamici infiltrati e legati ad organizzazioni internazionali del terrore come la Jemaah Islamiah, ma tale ipotesi finora non ha trovato alcuna conferma. In queste terre di frontiera, a mille chilometri da Bangkok, si consumano anche diversi giochi di potere e traffici di ogni sorta, tra cui prostituzione e droga. Qualcuno ha detto addirittura che un politico locale avrebbe legami con il primo attacco ribelle del 4 gennaio scorso. Allora una banda armata assaltò un campo militare, facendo razzia di armi da combattimento. E diverse scuole furono date alle fiamme.
 
La repressione del governo - Prima ancora del massacro di Tak Bai, un altro episodio aveva sconvolto la Thailandia.  Il 28 aprile 2004 oltre cento insorti erano stati uccisi dalla polizia dopo che avevano attaccato varie stazioni delle forze di sicurezza. Più di trenta giovani musulmani erano stati uccisi in un’antica moschea nei dintorni di Pattani, disintegrata dai poliziotti a colpi Thaksin Shinawatra di arma da fuoco e lanci di granate.
La mano dura del governo per riportare l’ordine nel sud - dove è stata aumentata la presenza dell’Esercito – e lottare contro il narcotraffico in tutto il paese ha avuto l’effetto opposto di esacerbare le violenze. Ovunque sono stati registrati omicidi extragiudiziali, torture, sparizioni e arresti indiscriminati. Si legge nell’ultimo rapporto di Amnesty International: “La coalizione di governo guidata dal partito Thai Rak Thai del primo ministro Thaksin Shinawatra ha lanciato una campagna antidroga della durata di tre mesi tra febbraio e aprile. Secondo fonti della polizia, 2.245 persone sono state uccise in questo contesto. Il dichiarato intento di questa campagna era di ridurre drasticamente il traffico di metamfetamine, sostanze di cui farebbe uso quasi il 5 per cento della popolazione. Il governo ha lanciato altre campagne durante l’anno, mirate a debellare il crimine organizzato, la corruzione e la detenzione illegale di armi. I soggetti che hanno dimostrato posizioni critiche nei confronti del governo, tra cui difensori dei diritti umani ed organizzazioni non governative, hanno continuato ad essere oggetto di minacce. Quasi 42mila persone sono state inserite nella "lista nera" del governo in qualità di sospetti trafficanti o consumatori di droga”.
 
Le campagne governative, dunque, finora non sembrano avere raggiunto i propri obiettivi. Al contrario, la durissima repressione ha sicuramente alzato il livello dello scontro. Chissà se le colombe di carta avranno più fortuna.

Francesca Lancini

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