Un contratto in lingua araba e in inglese firmato appena prima di partire. Un
contratto incomprensibile. La tua lingua madre è infatti un'altra. Promesse: 200
euro al mese per tre anni e un biglietto di ritorno al tuo paese.
Ti prepari. Prendi solo una valigia. Non sai quello che ti aspetta. Forse avrai
una stanza per te che sarà piccolissima. Un decollo. Un atterraggio. Ti ritrovi
all'aeroporto di Beirut dove una famiglia libanese ti aspetta. Eccoti a casa .
Inizia la tua "avventura". E' così che spesso arriva una donna delle Filippine,
dello Sri Lanka o dell'Etiopia
in Medio-Oriente per lavorare come domestica.
La testimonianza. E'
così che è successo anche a Maria, ha soli 18 anni viene dalle
Filippine ed
è a Beirut da circa due mesi. Non parla l'arabo, ma solo un pò di
inglese. "Sono
venuta qui per poter inviare dei soldi alla mia famiglia e costruirmi
una casa"
racconta Maria. "Sai, a volte qui mi sento trattata come una schiava.
Non posso
uscire, nè ricevere telefonate, non riesco nemmeno ad incontrare altre
mie connazionali.
Passo tutto il tempo a casa a lavorare. Quando esco, lo faccio con la
signora
o con suo marito ed è per andare al supermercato o per andare a
prendere suo figlio".
Le chiedo di cosa si occupa. Di tutto, risponde. "Cucino, lavo, stiro e
mi occupo
dei bambini. E non ho nemmeno un giorno libero a settimana. Non ho mai
visto Beirut
da quando sono qui".
Può sembrare assurda la sua vita, ma nel contratto che lei ha firmato,
intitolato
"Contratto di lavoro per un'impiegata domestica cingalese in
Medio-Oriente", una
clausola specifica: " Le ore di lavoro non sono fissate. L'impiegata ha
la responsabilità sia di giorno che di notte. Non ha diritto al
riposo, eccetto quando dorme,
mangia o prega". Inoltre appena arrivano il passaporto viene confiscato
per paura
di fuga.
La segregazione. Rose,
che viene dallo Sri Lanka, sembra essere più fortunata. La
"signora" le ha dato il permesso di uscire la domenica dalle
15 alle 19. La trovi a Beirut in via Hamra, in un pub che apre di
pomeriggio. "Queste sono le uniche ore in cui
posso essere libera e ne approfitto per venire qui, incontrare le mie
amiche e
parlare del mio paese. Zara, 24 anni:" A volte ci incontriamo per
poter cucinare un piatto del nostro paese e mangiarlo
tutte assieme, senza uomini ovviamente". Poi arriva Anna: "Figurati che
la signora
dove lavoro mi chiama "ma srilankiyye" (la mia cingalese)
quando parla con le sue amiche, come se
non avessi un nome e non fossi una persona. Ci vogliono silenziose. Non
ho nessun
dialogo con lei".Intanto a Beirut numerose sono le agenzie che si
occupano di trovare domestiche
asiatiche per le donne libanesi. Basta fare una telefonata, fissare un
appuntamento,
compilare un modulo in cui fai l'identikit della tua
domestica e dopo circa un mese sei già all'aeroporto
ad accoglierla. Rania, una signora libanese di Ashrafyee, dice : " E'
da circa
un mese che Rose è qui. E' arrivata quando quella che c'era prima è
andata via
col suo ragazzo. Lei invece non ha nemmeno il diritto di uscire, almeno
per ora.
Non mi fido". In effetti il contratto riporta:"La domestica non può
uscire sola,
nè frequentare persone del sesso opposto. Può solo andare al mercato
alla banca
accompagnata dalla famiglia. Rinuncia ad aver diritto ai fine settimana
liberi".
Nessuna di loro ha letto il contratto. Hanno avuto fiducia e la
necessità di
lavorare vince anche sulla loro dignità.