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Trattative. Mentre a Gaza l’esercito israeliano
continua a premere sulla popolazione palestinese con bombardamenti e
raid, le trattative non si fermano. Domenica i negoziatori egiziani sono
riusciti a sincerarsi sulle condizioni di salute di Shalit. Il militare, ferito
da tre colpi di arma da fuoco, è stato curato da un medico palestinese e pare
sia in discrete condizioni. Mentre da parte israeliana sembra si stia
ammorbidendo il rifiuto di qualunque trattativa. Le autorità di Tel Aviv
avevano escluso qualunque concessione o scambio, ma domenica, il ministero
della Difesa ha prospettato la possibilità di rilasciare i prigionieri
palestinesi, almeno quelli che non siano stati coinvolti in attacchi terroristici.
D’altra parte però, Peretz e Olmert temono che esaudire le richieste dei
rapitori di Shalit potrebbe provocare una serie di altri rapimenti di militari.
Preoccupazioni queste, che potrebbero prolungare, e di molto, la soluzione
della vicenda.
Attesa. A Gaza questa mattina l’atmosfera è di
relativa tranquillità. “Viviamo in attesa che accada qualcosa” spiega una cooperante
da Gaza. Una trattativa
sembra essere in corso, ma nel frattempo Israele sta bombardando tutte le
strutture di Hamas: dal ministero dell’Interno all’ufficio del premier, fino
alle scuole e ai centri training, che con la politica non hanno nulla a che fare.
Ieri è stato aperto per qualche ora il valico di Karni allo scopo di fare
entrare un po’ di gasolio, necessario a far funzionare i generatori. È il caso
dell’ospedale di Shufa, a Gaza, che è già al limite delle sue potenzialità e
teme, in caso di invasione, un’autentica emergenza. La crisi umanitaria a Gaza,
infatti, non è iniziata col rapimento, i medicinali e le scorte alimentari mancavano
già da gennaio, ma anche prima. La crisi, dovuta al blocco degli aiuti da parte
dell’Unione Europea e al fatto che Israele trattiene le tasse per
l’esportazione dei prodotti palestinesi, è iniziata a gennaio con la vittoria
elettorale di Hamas, ma era già stata prevista Nazioni Unite oltre un anno fa.
Punizione collettiva.
Oltre alle strutture di Hamas,
Israele ha colpito anche infrastrutture civili, come la centrale
elettrica che
ha lasciato al buio oltre settecentomila abitanti della Striscia.
Questa
mattina i militari sono penetrati nel nord della Striscia in cerca di
miliziani, fin quasi dentro Beit Hanoun. E, sempre oggi, è giunta la
notizia di
bulldozer israeliani impegnati nella distruzione di campi coltivati
attorno a
Khan Younis. “Si tratta di una punizione collettiva -spiega ancora la
cooperante- il
cui vero scopo è far cadere Hamas. In Cisgiordania gli esponenti del
movimento
sono stati tutti arrestati, mentre pare che a Gaza lo scopo sia
direttamente
quello di eliminarli”. Questa punizione collettiva, che nelle speranze
degli
strateghi israeliani avrebbe minato il sostegno popolare di Hamas, sta
ottenendo invece l’effetto opposto. I palestinesi sentono che la loro
scelta di
voto non è mai stata accettata, né da Israele, né dalla comunità
internazionale,
e dunque si stanno stringendo attorno a Hamas. L’attacco israeliano ha
paradossalmente avuto l’effetto di unire le fazioni palestinesi, Hamas
e Fatah
in testa. Un’unità ritrovata, che ha visto un’importante conferma
nell’accordo
sul “documento dei prigionieri”. “Quel documento è una mano tesa e un
passo
avanti verso una trattativa per la pace –conclude la cooperante -, ma
Israele
non mostra di essere interessato. Quello che la gente capisce è questo:
qualsiasi posizione si prenda, si
stia con Hamas o con Fatah, si facciano elezioni democratiche o meno,
si sparino i Qassam o si dichiari un cessate il fuoco, la risposta di
Israele
è
sempre la stessa: attacchi, uccisioni e chiusure. Fino a qualche tempo
fa la
maggior parte dei palestinesi era contraria ai rapimenti, ma oggi
questa
opinione è cambiata: vogliamo qualcosa in cambio, dice la gente. Se
l’ostaggio
è
l’unica carta disponibile per avere qualcosa da Israele, è giusto non
rilasciarlo senza una contropartita. Anche se questo significa subire
una
punizione collettiva.”Naoki Tomasini