03/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Punizione collettiva a Gaza, trattative a rischio e timore di emergenza umanitaria
“L’escalation militare israeliana non porterà da nessuna parte”, ha dichiarato oggi un portavoce di Hamas, indicando per le sei di martedì mattina la scadenza del nuovo ultimatum per la liberazione del militare di Tel Aviv, Gilad Shalit. “Se Israele continua con gli attacchi e le uccisioni quotidiane non avranno indietro il loro soldato vivo. Se il nemico non risponderà alle nostre richieste umanitarie, considereremo chiuso il caso.”
 
Madre palestinese mostra la foto della figlia in carcereTrattative. Mentre a Gaza l’esercito israeliano continua a  premere sulla popolazione palestinese con bombardamenti e raid, le trattative non si fermano. Domenica i negoziatori egiziani sono riusciti a sincerarsi sulle condizioni di salute di Shalit. Il militare, ferito da tre colpi di arma da fuoco, è stato curato da un medico palestinese e pare sia in discrete condizioni. Mentre da parte israeliana sembra si stia ammorbidendo il rifiuto di qualunque trattativa. Le autorità di Tel Aviv avevano escluso qualunque concessione o scambio, ma domenica, il ministero della Difesa ha prospettato la possibilità di rilasciare i prigionieri palestinesi, almeno quelli che non siano stati coinvolti in attacchi terroristici. D’altra parte però, Peretz e Olmert temono che esaudire le richieste dei rapitori di Shalit potrebbe provocare una serie di altri rapimenti di militari. Preoccupazioni queste, che potrebbero prolungare, e di molto, la soluzione della vicenda.
 
Gliat ShalitAttesa. A Gaza questa mattina l’atmosfera è di relativa tranquillità. “Viviamo in attesa che accada qualcosa” spiega una cooperante da Gaza. Una trattativa sembra essere in corso, ma nel frattempo Israele sta bombardando tutte le strutture di Hamas: dal ministero dell’Interno all’ufficio del premier, fino alle scuole e ai centri training, che con la politica non hanno nulla a che fare. Ieri è stato aperto per qualche ora il valico di Karni allo scopo di fare entrare un po’ di gasolio, necessario a far funzionare i generatori. È il caso dell’ospedale di Shufa, a Gaza, che è già al limite delle sue potenzialità e teme, in caso di invasione, un’autentica emergenza. La crisi umanitaria a Gaza, infatti, non è iniziata col rapimento, i medicinali e le scorte alimentari mancavano già da gennaio, ma anche prima. La crisi, dovuta al blocco degli aiuti da parte dell’Unione Europea e al fatto che Israele trattiene le tasse per l’esportazione dei prodotti palestinesi, è iniziata a gennaio con la vittoria elettorale di Hamas, ma era già stata prevista Nazioni Unite oltre un anno fa.
 
L'ufficio di Haniyeh colpito da un missile israelianoPunizione collettiva. Oltre alle strutture di Hamas, Israele ha colpito anche infrastrutture civili, come la centrale elettrica che ha lasciato al buio oltre settecentomila abitanti della Striscia. Questa mattina i militari sono penetrati nel nord della Striscia in cerca di miliziani, fin quasi dentro Beit Hanoun. E, sempre oggi, è giunta la notizia di bulldozer israeliani impegnati nella distruzione di campi coltivati attorno a Khan Younis. “Si tratta di una punizione collettiva -spiega ancora la cooperante- il cui vero scopo è far cadere Hamas. In Cisgiordania gli esponenti del movimento sono stati tutti arrestati, mentre pare che a Gaza lo scopo sia direttamente quello di eliminarli”. Questa punizione collettiva, che nelle speranze degli strateghi israeliani avrebbe minato il sostegno popolare di Hamas, sta ottenendo invece l’effetto opposto. I palestinesi sentono che la loro scelta di voto non è mai stata accettata, né da Israele, né dalla comunità internazionale, e dunque si stanno stringendo attorno a Hamas. L’attacco israeliano ha paradossalmente avuto l’effetto di unire le fazioni palestinesi, Hamas e Fatah in testa. Un’unità ritrovata,  che ha visto un’importante conferma nell’accordo sul “documento dei prigionieri”. “Quel documento è una mano tesa e un passo avanti verso una trattativa per la pace –conclude la cooperante -, ma Israele non mostra di essere interessato. Quello che la gente capisce è questo: qualsiasi posizione si  prenda, si stia con Hamas o con Fatah, si facciano elezioni democratiche o meno, si sparino i Qassam o si dichiari un cessate il fuoco, la risposta di Israele è sempre la stessa: attacchi, uccisioni e chiusure. Fino a qualche tempo fa la maggior parte dei palestinesi era contraria ai rapimenti, ma oggi questa opinione è cambiata: vogliamo qualcosa in cambio, dice la gente. Se l’ostaggio è l’unica carta disponibile per avere qualcosa da Israele, è giusto non rilasciarlo senza una contropartita. Anche se questo significa subire una punizione collettiva.”
 

Naoki Tomasini

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