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La decisione. L’annuncio è stato dato dallo stesso presidente
senegalese Abdoulaye Wade, ieri sera. Dopo due giorni di incontri a porte
chiuse, i capi di stato africani, consultatisi con un pool di giuristi
incaricati di studiare il problema lo scorso gennaio, hanno deciso di affidare
la patata bollente al Senegal, il Paese dove Habré risiede dal 1990, anno in
cui fu rovesciato dall’attuale presidente ciadiano Idriss Deby. Habré è
accusato di aver ucciso migliaia di oppositori politici e semplici cittadini
durante la sua presidenza, cominciata nel 1982. Finora, i tentativi dei
familiari delle vittime di portare davanti a un tribunale l’ex-capo di stato,
erano tutti falliti.
Precedente importante. Sia la giustizia ciadiana, sia quella
senegalese, si erano infatti rifiutate di giudicare Habré. Lo scorso anno, il
tribunale di Dakar si era dichiarato incompetente, visto che i crimini in
questione erano stati commessi in un altro Paese. Domenica, però, è stato
segnato un precedente importante: il Senegal giudicherà Habré grazie a un
mandato concessogli da tutti gli altri stati africani. Come ha ricordato lo
stesso Wade, la costituzione senegalese prevede infatti la possibilità di una
“attenuazione della sovranità” in favore dell’Ua. Non male, per un’istituzione
che fino a ieri era stata accusata di non interessarsi della questione, per
paura che il precedente potesse nuocere ai capi di stato ancora in carica e con
qualche scheletro nell’armadio.
Maturità
africana. Proprio per questo l'assunzione di responsabilità è
così importante: i capi di stato africani non hanno preso neanche per un
momento in considerazione la richiesta di estradizione presentata dal Belgio,
perché, come ha ricordato lo stesso Wade, è passata la linea che prevede che
gli Africani siano giudicati in Africa. Una vittoria per le vittime del regime
di Habré, ma anche per l’intero continente, perché pone fine a decenni di
impunità che hanno visto numerosi presidenti macchiarsi di crimini orribili
senza doverne rendere conto a nessuno. L’Ua non poteva dare segno di maturità
maggiore, una maturità che l’organizzazione ha sempre rivendicato rispetto alle
altre istituzioni internazionali. Quello di Habré rimarrà un caso isolato, che
colpisce un uomo ormai fuori dalla politica e senza protezioni, o servirà da
monito? Per ora, godiamoci questa vittoria. Sperando che non sia l’ultima. Matteo Fagotto