Sollievo e gioia in Arabia Saudita per le famiglie dei detenuti di Guantanamo liberati
Non si può descrivere cosa si prova ad
abbracciare un figlio, un nipote o un fratello, dopo un’assenza durata cinque
anni.
Ritorno a casa. “Non riesco a descrivere quello che ho
provato, ho pianto di gioia. Solo vederli ritornare da noi dopo tutto questo
tempo di ansia e di dubbi, nessuno ha potuto trattenere le lacrime”.
Settantasette parenti dei quattordici
prigionieri sauditi, detenuti nel carcere di Guantanamo, sono arrivati a Riad
per
visitare i loro cari, arrivati sabato mattina. Un misto di sollievo, gioia e
speranza ha riempito l’atmosfera già dal momento in cui i parenti accorsi nella
capitale sono entrati nell’albergo che li avrebbe ospitati, prima che potessero
vedere i loro congiunti rimpatriati.
Abdullah, che ha rilasciato
dichiarazioni ad Arab News a nome di tutti i parenti dei detenuti, ha voluto
prima di tutto ringraziare pubblicamente l’avvocato Katib Al-Shammari. Inoltre
ha aggiunto che la cosa più importante, per ora, era che le condizioni, fisiche
e mentali, dei suoi nipoti fossero buone. Uno di loro, Abdul Aziz, ha dovuto
lasciare una moglie e due figlie (di cui una di solo un anno e mezzo) durante
il suo periodo di detenzione. “Mi ha commosso
vedere la sua figlia più piccola Reem, che oggi ha sei anni, dirmi che era
molto agitata al pensiero di vedere suo padre dopo tutto questo tempo tempo”.
Presunto innocente. Nelle dichiarazioni di Abdullah c’è
spazio per dire che ha saputo con una telefonata che i suoi due nipoti,
entrambi ventunenni al momento dell’arresto da parte di forze USA al confine
tra Afghanistan e Pakistan, erano detenuti a Guantanamo.“Abdul Aziz
inizialmente ci ha detto che sarebbe andato in Siria in vacanza. Quindi ci è
arrivata una chiamata da qualcuno che ci disse ‘ tuo figlio è stato catturato
al confine afgano’”. Secondo Abdullah, Abdul Aziz e Ibrahim erano stati
influenzati, nella loro scelta di andare in Afghanistan, da tutti quei
reportages che riportavano le uccisioni di civili innocenti (dopo l’11
settembre), in seguito alle incursioni della coalizione multinazionale guidata
dagli Usa.
“Abbiamo chiamato molte volte i
dipartimenti governativi, ed infine ci siamo sentiti dire che i nostri ragazzi
erano prigionieri a Guantanamo. Abbiamo capito che, da quel momento in poi, il
loro
rimpatrio sarebbe stato una questione tra governi.” Nonostante tutto, i
pubblici ufficiali del Ministero degli Interni sono stati molto disponibili e
“la loro porta era sempre aperta per noi”. Abdul Aziz ha detto a suo zio e agli
altri parenti che ha incontrato ieri che durante la sua prigionia ha scritto
loro centinaia di lettere, “ quasi una al giorno”, che sarebbero dovute arrivare
tramite la Croce Rossa e il Ministero degli Interni saudita.
Persi nel buio. “Abbiamo avuto solo qualche lettera, a
volte anche una sola nell’arco di molti mesi. Ma ci siamo resi conto che
non arrivavano direttamente da loro. Avevano tutte la data, ma molte delle
frasi che scrivevano erano censurate con pennarello nero”.
Abdullah ha dichiarato che i due ragazzi lavoravano con lui nell’impresa di
dolci, prima di intraprendere il loro viaggio nel 2001. “Erano bravi ragazzi e bravi lavoratori. E
posso assicurare che anche le idee in cui credevano erano buone”, ha continuato.
Non
aveva dubbi che i suoi nipoti fossero stati torturati, sia fisicamente o psicologicamente,
nei loro cinque anni di prigionia a Guantanamo, ma l’importante era che
finalmente erano tornati a casa. “Ne abbiamo visto i segni, ma grazie a Dio non
sui loro visi.” Ibrahim ha detto a sua madre e a suo zio che vuole sposarsi non
appena avrà finito di essere interrogato dagli ufficiali sauditi. Abdullah,
invece, sperava che un suo nipote, anche lui prigioniero a Guantanamo, potesse
essere presto liberato.
Raid Qusti*