01/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Mubarak non ama i giornali, ma due nuove leggi fanno sperare in un cambiamento
Il Consiglio dei ministri egiziano ha approvato, il 29 giugno scorso, il progetto di legge che modifica il codice penale vigente in materia di diffamazione a mezzo stampa, abolendo il carcere per i colpevoli. Ahmad Nazif, presidente del consiglio, ha affermato che le modifiche rientrano nel quadro del programma elettorale del presidente egiziano Hosni Mubarak, per aumentare la libertà di stampa nel paese.
 
il blogger alaaLeggi all’ultimo minuto. Lo stesso giorno, il Consiglio del Popolo, cioè il Parlamento egiziano, ha approvato un emendamento alla legge sulle tasse che interessa le pubblicazioni a mezzo stampa. Boutros Ghali, ministro delle Finanze, ha dichiarato che con questo emendamento le tasse sulla stampa diminuiranno, per facilitare la nascita di nuovi soggetti nel campo dell’editoria. Sembrerebbe dunque che il mondo dell’informazione in Egitto se la passi bene. Ma non tutti la pensano così, e le due nuove leggi sembrano uno dei tentativi di Mubarak di concedere quella riforme che il suo popolo, e gli alleati chiave come gli Stati Uniti, chiedono a gran voce. Il 20 giugno scorso è tornato in libertà, dopo 45 giorni di carcere, Alaa Seif el-Islam, conosciuto anche come Alaa Abdel Fatah, un blogger diventato all’improvviso una celebrità mondiale. E’ lui l’animatore, assieme alla moglie Manal Bahy el-Din, del sito Manaala (premiato da Reporter sans Frontiere per la libertà d’informazione) che è diventato un punto di riferimento per i dissidenti egiziani. Alaa era stato arrestato assieme ad altri 10 attivisti per aver organizzato una manifestazione, il 7 maggio scorso, in favore dell’indipendenza della magistratura in Egitto. La notizia del suo arresto aveva scatenato una rete di solidarietà mondiale attraverso il tam tam dei blogger, che avevano cominciato a raccogliere le firme per la scarcerazione di Alaa.
 
il direttore ibraihm issaUn mondo in fermento. Le riforme e le polemiche s’inseriscono in un quadro piuttosto complesso: quello della lbertà di stampa in Egitto. Solo alla fine del 2004, per la prima volta nella storia del paese, è nato il primo giornale la cui proprietà non è riconducibile al governo: El Masri el Yom (L’egiziano oggi), fondato da un gruppo di 10 imprenditori privati. In poco più di 18 mesi di vita è riuscito a guadagnarsi una consistente fetta di mercato, passando da 5mila a 50mila copie vendute. Le buone performance in edicola, “nonostante il boicottaggio che subiamo dalle testate nazionali”, come raccontava in un’intervista il direttore 41enne Magdy el-Gallad, denotano una grande richiesta da parte dell’opinione pubblica egiziana di una informazione differente. Ed è in questo contesto che s’inserisce il blog di Alaa e della moglie, vero e proprio ripetitore dell’esercito di blogger egiziani che rappresentano la fonte d’informazione più libera e più sfuggente ai legacci della censura. In Egitto si stima vi siano circa 800 bloggers. Il numero di blogger incarcerati è arrivato a 6, tra i queli Alaa è il più famoso. Ma i blogger non bastano e il problema della libertà di stampa in Egitto resta. Lunedì 12 giugno, la Corte Criminale di Giza, ha condannato a un anno di reclusione Ibrhaim Issa e Sahar Zaki, rispettivamente direttore e inviato del quotidiano al-Dostour, per diffamazione ai danni del presidente Mubarak. Issa ha convocato una conferenza stampa, con i due colleghi el-Gallad e Wael El-Ibrashi, direttore di Sawt Al-Umma, durante la quale ha apertamente parlato delle difficoltà dei giornalisti in Egitto e del fatto che il governo si comporti come un vero e proprio regime. Una scelta coraggiosa, che non ha precedenti nel paese. Adesso Issa e Zaki ricorreranno in appello, sperando che le leggi votate dal Parlamento siano il segnale un reale cambiamento e non un operazione di maquillage diplomatico.

Christian Elia

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