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Il verdetto. “Il tribunale militare destinato a processare Hamdan non ha il potere di andare
avanti con il procedimento perché la sua struttura e le sue procedure violano
l’accordo internazionale che garantisce il trattamento dei prigionieri di guerra,
nonché le leggi militari degli Stati Uniti”, ha scritto il giudice John Paul Stevens,
uno dei cinque magistrati che hanno votato a favore, mentre tre giudici si sono
dichiarati contrari. Uno dei giudici considerati “moderati”, Anthony Kennedy,
si è schierato con i “progressisti” evitando così il pareggio che avrebbe confermato
la linea dell’amministrazione Bush, mentre il presidente della Corte John Roberts
si è astenuto perché era un componente della corte d’appello che l’anno scorso
aveva dato ragione all’amministrazione Bush sul caso "Hamdan contro Rumsfeld".
Che ora, dopo il verdetto, è stato rinviato a una corte d’appello federale.
Le conseguenze. La decisione della Corte non significa la chiusura di Guantanamo. Tecnicamente
la Corte ha semplicemente dato ragione ad Hamdan, uno dei primi dieci presunti
terroristi che avrebbero dovuto comparire davanti al giudice militare, ma che
aveva appunto fatto ricorso chiedendo di essere processato in un tribunale civile
o davanti alla corte marziale. Come conseguenza immediata, i processi militari
in programma per un’altra sessantina di detenuti a Guantanamo non avranno luogo.
Ma il verdetto della Corte Suprema rappresenta comunque una sconfitta per l’amministrazione
Bush, che aveva definito i detenuti di Guantanamento “combattenti nemici” per
i quali – contrariamente ai prigionieri delle guerre convenzionali – non valeva
quindi la Convenzione di Ginevra.
Le reazioni. Dalla Casa Bianca è arrivata subito la risposta di Bush: “Non metterò in pericolo
la vita degli americani mettendo in strada degli assassini”, ha detto il presidente.
Che ha poi fatto capire come cercherà di aggirare la sentenza della Corte con
un intervento del Congresso, controllato dai repubblicani. "Se ci sarà la possibiltà
di lavorare con il Congresso per stabilire se i tribunali militari possano processare
i detenuti, lo faremo", ha detto il presidente. “La decisione della Corte rappresenta
la fine dell’idea che il presidente può dare il via a questi processi”, ha invece
commentato Barbara Olshansky, direttrice legale del Center for Constitutional
Rights, che rappresenta circa 300 detenuti di Guantanamo su 450. David Remes,
un altro avvocato che rappresenta 17 yemeniti a Camp Delta, dice a PeaceReporter di essere “compiaciuto, perché la Corte Suprema ha rigettato il tentativo di
Bush di assumere i poteri di un monarca o di un dittatore. Anche se i giudici
non hanno menzionato la sua chiusura, sarà sempre più dura mantenere il centro
di detenzione di Guantanamo. La Corte ha stabilito che il diritto internazionale
arriva anche lì dentro. E la ragione d’essere di Guantanamo non esiste più”. Alessandro Ursic