03/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Nonostante l’amnistia, si continua a morire. Intervista a Karim Metref, giornalista algerino
Il conflitto tra le forze dell’ordine algerine e i fondamentalisti del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc) sembra vivere un momento di massima tensione. L’ultimo episodio, accaduto ieri, è stato l’omicidio di due militari e due poliziotti nel governatorato di Skikda, nell’Algeria orientale. Con le vittime di questo attacco sale a 53 il bilancio dei morti nel solo mese di giugno. Questo bilancio appare in netta contraddizione con le dichiarazioni del ministro degli Interni algerino Yazid Zerhouni, il quale, in una conferenza stampa del 28 giugno scorso, ha dichiarato che sono almeno 200 gli integralisti che hanno consegnato le armi accettando l’amnistia entrata in vigore il 27 febbraio dopo l’approvazione, attraverso un referendum popolare, della Carta per la pace e la riconciliazione nazionale; un documento che dovrebbe chiudere l’eredità della guerra civile in Algeria che, dal 1992 al 1997, è costata la vita a circa 150mila persone. Per capire meglio la situazione in Algeria, PeaceReporter ha intervistato Karim Metref, giornalista algerino.
 
un gruppo di salafiti festeggia l'amnistiaCome si spiega la distanza tra le rassicuranti dichiarazioni del ministro e i dati degli scontri?
 
La stagione della guerra civile è stata chiusa troppo in fretta, senza un dibattito politico e senza processi. Né per quanto riguarda i militari, né per quanto riguarda i fondamentalisti che si sono macchiati di crimini gravi durante il conflitto. Questo ha generato una tensione sociale destinata a salire, perché la gente non può accettare di vedere girare liberamente per la strada le stesse persone che hanno magari ucciso un loro parente. Non solo li vedono liberi, ma queste persone finiscono per essere dei privilegiati, perché la Carta prevede dei sussidi per coloro i quali rinunciano alla lotta armata. In un paese dove la disoccupazione è alle stelle, la rabbia della gente cresce e tanti decidono per la lotta armata. Tra queste persone attinge il Gspc. Loro sono gli ultimi rimasti a combattere, ma non mollano”.
 
Se la gente è così arrabbiata, come si spiega il fatto che il referendum è stato approvato a larga maggioranza?
 
I dati del referendum sono molto meno chiari di quello che sembra il voto è stato presentato in modo capzioso, quasi come se si mettesse la gente di fronte alla scelta tra la pace e la guerra. Cosa avrebbero dovuto rispondere? Inoltre il ministro Zerhouni è un maestro nella gestione del voto: solo ad Algeri centro e nella regione della Cabilia i servizi segreti non hanno il controllo assoluto dei seggi elettorali e questo è indicativo di quanto possano essere credibili i risultati del voto. E comunque molti hanno votato per l’entrata in vigore della Carta, ma l’affluenza alle urne è stata bassissima.
 
Secondo molti osservatori, il Gspc è il braccio operativo di al-Qaeda in Algeria. Condivide questa ipotesi?
 
No, assolutamente. Dopo l’11 settembre molti regimi arabi hanno fatto la fila per accreditarsi come paladini della lotta all’integralismo legato ad al-Qaeda, ma non esiste alcuna prova di questo legame.
 
abdelaziz bouteflika, presidnete algerinoIl terrorismo resta al centro del dibattito politico algerino, anche perché negli ultimi mesi si è molto parlato di una riforma costituzionale che il presidente Boutefilka vorrebbe far passare per avere la possibilità di un terzo mandato, visto che al momento la Costituzione algerina prevede un massimo di due mandati. Può essere, come sottolinea qualche osservatore, che questa recrudescenza della violenza serva a Bouteflika per ottenere la riforma, presentandosi come argine all’integralismo?
 
Il governo algerino, ora come ora, ha bisogno del terrorismo, ma in maniera differente rispetto al passato all’epoca della guerra civile bisognava destabilizzare la popolazione perché la vera posta in palio era la privatizzazione delle risorse statali. Milioni di lavoratori sono stati messi in mezzo a una strada, mentre una minoranza si è appropriata delle ricchezze del paese. In quel tempo il terrorismo serviva e non a caso colpiva solo nelle zone interessate dalle privatizzazioni. Oggi ha un ruolo differente. Serve a tenere vivo il problema, per mantenere il controllo del paese attraverso la repressione delle libertà civili, ma non si può correre neanche il rischio di allontanare gli investitori stranieri, in modo che la classe al potere possa continuare ad arricchirsi. La situazione è molto diversa dai tempi della guerra. All’epoca c’era l’Esercito islamico di Salvezza, legato al Fronte (la formazione islamista che aveva vinto le elezioni del 1991), ma c’erano anche i miliziani del Gruppo Islamico Armato, che nessuno ha mai capito da dove provenissero. Per molti erano vicini allo stesso governo e servivano ad autorizzare la repressione militare. Poi c’erano i salafiti, integralisti veri. Oggi saranno un migliaio questi ultimi, e sono gli unici che combattono il governo. Gli altri si sono accordati e non è un caso che il nuovo premier algerino sia Abdelaziz Belkhaden, un uomo che è sempre stato considerato vicino agli islamisti.
 
Passerà la riforma costituzionale?
 
Se non ci sono sconvolgimenti imprevedibili, credo proprio di sì. L’unico problema è quello delle condizioni di salute di Bouteflika, ma è probabile che Belkhaden stia già lavorando alla sua successione. In verità, pur non essendo una riforma corretta, c’è quasi da sperare che passi e che Bouteflika resti presidente. Altrimenti si aprirebbe la lotta per la successione, e non riesco a vedere un esito pacifico. Troppi giovani sono disperati per la disoccupazione e per la corruzione che attanaglia questo paese. Ed è su di loro che il Gspc esercita il suo fascino. 

Christian Elia

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