Nonostante l’amnistia, si continua a morire. Intervista a Karim Metref, giornalista algerino
Il conflitto tra le forze dell’ordine algerine e i
fondamentalisti del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc)
sembra vivere un momento di massima tensione. L’ultimo episodio, accaduto ieri,
è stato l’omicidio di due militari e due poliziotti nel governatorato di
Skikda, nell’Algeria orientale. Con le vittime di questo attacco sale a 53 il
bilancio dei morti nel solo mese di giugno. Questo bilancio appare in netta
contraddizione con le dichiarazioni del ministro degli Interni algerino Yazid
Zerhouni, il quale, in una conferenza stampa del 28 giugno scorso, ha
dichiarato che sono almeno 200 gli integralisti che hanno consegnato le armi
accettando l’amnistia entrata in vigore il 27 febbraio dopo l’approvazione,
attraverso un referendum popolare, della Carta per la pace e la riconciliazione
nazionale; un documento che dovrebbe chiudere l’eredità della guerra civile in
Algeria che, dal 1992 al 1997, è costata la vita a circa 150mila persone. Per
capire meglio la situazione in Algeria, PeaceReporter
ha intervistato Karim Metref, giornalista algerino.
Come si spiega la distanza tra le rassicuranti
dichiarazioni del ministro e i dati degli scontri?
La stagione della guerra
civile è stata chiusa troppo in fretta, senza un dibattito politico e senza
processi. Né per quanto riguarda i militari, né per quanto riguarda i
fondamentalisti che si sono macchiati di crimini gravi durante il conflitto.
Questo ha generato una tensione sociale destinata a salire, perché la gente non
può accettare di vedere girare liberamente per la strada le stesse persone che
hanno magari ucciso un loro parente. Non solo li vedono liberi, ma queste persone
finiscono per essere dei privilegiati, perché la Carta prevede dei sussidi per
coloro i quali rinunciano alla lotta armata. In un paese dove la disoccupazione
è alle stelle, la rabbia della gente cresce e tanti decidono per la lotta
armata. Tra queste persone attinge il Gspc. Loro sono gli ultimi rimasti a
combattere, ma non mollano”.
Se la gente è così arrabbiata, come si spiega il fatto che
il referendum è stato approvato a larga maggioranza?
I dati del referendum sono molto meno chiari di quello che
sembra il voto è stato presentato in modo capzioso, quasi come se si mettesse
la gente di fronte alla scelta tra la pace e la guerra. Cosa avrebbero dovuto
rispondere? Inoltre il ministro Zerhouni è un maestro nella gestione del voto:
solo ad Algeri centro e nella regione della Cabilia i servizi segreti non hanno
il controllo assoluto dei seggi elettorali e questo è indicativo di quanto
possano essere credibili i risultati del voto. E comunque molti hanno votato
per l’entrata in vigore della Carta, ma l’affluenza alle urne è stata
bassissima.
Secondo molti osservatori, il Gspc è il braccio operativo
di al-Qaeda in Algeria. Condivide questa ipotesi?
No, assolutamente. Dopo l’11 settembre molti regimi arabi
hanno fatto la fila per accreditarsi come paladini della lotta all’integralismo
legato ad al-Qaeda, ma non esiste alcuna prova di questo legame.
Il terrorismo resta al centro del dibattito politico
algerino, anche perché negli ultimi mesi si è molto parlato di una riforma
costituzionale che il presidente Boutefilka vorrebbe far passare per avere la
possibilità di un terzo mandato, visto che al momento la Costituzione algerina
prevede un massimo di due mandati. Può essere, come sottolinea qualche
osservatore, che questa recrudescenza della violenza serva a Bouteflika per
ottenere la riforma, presentandosi come argine all’integralismo?
Il governo algerino, ora come ora, ha bisogno del
terrorismo, ma in maniera differente rispetto al passato all’epoca della guerra
civile bisognava destabilizzare la popolazione perché la vera posta in palio
era la privatizzazione delle risorse statali. Milioni di lavoratori sono stati
messi in mezzo a una strada, mentre una minoranza si è appropriata delle
ricchezze del paese. In quel tempo il terrorismo serviva e non a caso colpiva
solo nelle zone interessate dalle privatizzazioni. Oggi ha un ruolo differente.
Serve a tenere vivo il problema, per mantenere il controllo del paese
attraverso la repressione delle libertà civili, ma non si può correre neanche
il rischio di allontanare gli investitori stranieri, in modo che la classe al
potere possa continuare ad arricchirsi. La situazione è molto diversa dai tempi
della guerra. All’epoca c’era l’Esercito islamico di Salvezza, legato al Fronte
(la formazione islamista che aveva vinto le elezioni del 1991), ma c’erano
anche i miliziani del Gruppo Islamico Armato, che nessuno ha mai capito da dove
provenissero. Per molti erano vicini allo stesso governo e servivano ad
autorizzare la repressione militare. Poi c’erano i salafiti, integralisti veri.
Oggi saranno un migliaio questi ultimi, e sono gli unici che combattono il
governo. Gli altri si sono accordati e non è un caso che il nuovo premier
algerino sia Abdelaziz Belkhaden, un uomo che è sempre stato considerato vicino
agli islamisti.
Passerà la riforma costituzionale?
Se non ci sono sconvolgimenti imprevedibili, credo proprio di sì.
L’unico problema è quello delle condizioni di salute di Bouteflika, ma è
probabile che Belkhaden stia già lavorando alla sua successione. In verità, pur
non essendo una riforma corretta, c’è quasi da sperare che passi e che
Bouteflika resti presidente. Altrimenti si aprirebbe la lotta per la
successione, e non riesco a vedere un esito pacifico. Troppi giovani sono
disperati per la disoccupazione e per la corruzione che attanaglia questo
paese. Ed è su di loro che il Gspc esercita il suo fascino.