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I candidati. Se non altro, dopo 40 anni di
guerre e dittature, i Congolesi hanno la possibilità di far sentire la propria
voce. Sono 31 i candidati che si contenderanno la presidenza: grande favorito
rimane Kabila, i cui principali avversari sono anche i protagonisti della
guerra civile che ha insanguinato il Paese per 7 anni, causando la morte di almeno
4 milioni di persone. A partire da Jean-Pierre Bemba, leader del Mouvement de Liberation Congolais, ex-gruppo ribelle sostenuto
dall’Uganda trasformatosi in partito politico. Stesso discorso per Azarias
Ruberwa, capo del Rassemblement Congolais
pour la Democratie-Goma, vicino al Ruanda. Unica eccezione, Pierre Pay-Pay,
ex-governatore della Banca Centrale Congolese. Considerata la pesante eredità
che Bemba e Ruberwa si portano dietro, viste le atrocità commesse dagli ex-ribelli,
l’unico candidato ad avere un certo seguito nazionale è Kabila. I suoi
avversari lo sanno, per questo hanno lanciato una pesante campagna denigratoria
contro di lui.
Tutti contro Kabila. Il bilancio della presidenza Kabila
presenta luci e ombre, ma almeno il presidente uscente può contare su alcuni
successi che dovrebbero far pendere la bilancia a suo favore: soprattutto il
fatto di aver preso in mano un Paese al collasso, dopo la morte
dell’ex-presidente (e suo padre) Laurent Kabila, e di essere riuscito ad arrivare
alla firma degli accordi di pace, che hanno fatto cessare gli scontri in buona
parte del Paese. Peccato che nella campagna elettorale in corso, cominciata in
maniera informale ormai da mesi, non ci sia spazio per i programmi. Gli
attacchi personali agli avversari stanno avvelenando il clima politico
nazionale, specie il dibattito sulla presunta “non-congolité” di Kabila,
presentato come uno straniero, pupazzo nelle mani della comunità
internazionale.
I pericoli. Inutili i tentativi, compiuti
dalla Monuc (la missione Onu nel Paese) e dalle Nazioni Unite per rasserenare
il clima politico. La tensione che si respira non lascia presagire nulla di
buono, anche perché si teme che gli ex-protagonisti della guerra civile possano
riprendere le armi se l’esito elettorale non sarà di loro gradimento. Il nuovo
esercito, creato dopo la firma degli accordi di pace, e comprendente
contingenti di soldati ed ex-ribelli, è un’accozzaglia di uomini in armi che ha
mantenuto i legami e le fedeltà della guerra civile. In particolare, i membri
del Rcd-Goma controllano ancora buona
parte del Kivu, la regione orientale confinante con il Ruanda rimasta nelle
loro mani durante tutto il conflitto.
Ancora guerra. Più che uno stato, il Congo oggi sembra un insieme di feudi tenuti
assieme più dall’attesa dell’esito elettorale che da un’autentica volontà
comune. I gruppi armati sono ancora attivi nell’est del paese e in Katanga, per
non parlare dell’Ituri, la regione al confine con l’Uganda, dove vari gruppi di
miliziani si contendono il controllo del territorio. Per non far precipitare
una situazione già di per sé difficile, l’Unione Europea ha deciso di inviare
una forza di pace (Eufor) composta da circa 2 mila uomini, che avranno il
compito di mantenere la sicurezza nel Paese prima e dopo le consultazioni, assieme
ai 17 mila caschi blu della Monuc. Basterà? Matteo Fagotto