30/06/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Al via la campagna elettorale, in un clima di tensione e veleni
Si parte, signori. Mancano esattamente 30 giorni alle elezioni presidenziali e parlamentari in Congo, che dovrebbero sancire la fine del periodo di transizione postbellico e il ritorno vero alla pace. Peccato che l’aspra propaganda, condotta specie contro il presidente uscente Joseph Kabila, non lasci presagire nulla di buono. I pericoli di una ripresa del conflitto sono concreti.
 
Processo di registrazione dei votantiI candidati. Se non altro, dopo 40 anni di guerre e dittature, i Congolesi hanno la possibilità di far sentire la propria voce. Sono 31 i candidati che si contenderanno la presidenza: grande favorito rimane Kabila, i cui principali avversari sono anche i protagonisti della guerra civile che ha insanguinato il Paese per 7 anni, causando la morte di almeno 4 milioni di persone. A partire da Jean-Pierre Bemba, leader del Mouvement de Liberation Congolais, ex-gruppo ribelle sostenuto dall’Uganda trasformatosi in partito politico. Stesso discorso per Azarias Ruberwa, capo del Rassemblement Congolais pour la Democratie-Goma, vicino al Ruanda. Unica eccezione, Pierre Pay-Pay, ex-governatore della Banca Centrale Congolese. Considerata la pesante eredità che Bemba e Ruberwa si portano dietro, viste le atrocità commesse dagli ex-ribelli, l’unico candidato ad avere un certo seguito nazionale è Kabila. I suoi avversari lo sanno, per questo hanno lanciato una pesante campagna denigratoria contro di lui.
 
Il presidente congolese Joseph KabilaTutti contro Kabila. Il bilancio della presidenza Kabila presenta luci e ombre, ma almeno il presidente uscente può contare su alcuni successi che dovrebbero far pendere la bilancia a suo favore: soprattutto il fatto di aver preso in mano un Paese al collasso, dopo la morte dell’ex-presidente (e suo padre) Laurent Kabila, e di essere riuscito ad arrivare alla firma degli accordi di pace, che hanno fatto cessare gli scontri in buona parte del Paese. Peccato che nella campagna elettorale in corso, cominciata in maniera informale ormai da mesi, non ci sia spazio per i programmi. Gli attacchi personali agli avversari stanno avvelenando il clima politico nazionale, specie il dibattito sulla presunta “non-congolité” di Kabila, presentato come uno straniero, pupazzo nelle mani della comunità internazionale.
 
Caschi blu della MonucI pericoli. Inutili i tentativi, compiuti dalla Monuc (la missione Onu nel Paese) e dalle Nazioni Unite per rasserenare il clima politico. La tensione che si respira non lascia presagire nulla di buono, anche perché si teme che gli ex-protagonisti della guerra civile possano riprendere le armi se l’esito elettorale non sarà di loro gradimento. Il nuovo esercito, creato dopo la firma degli accordi di pace, e comprendente contingenti di soldati ed ex-ribelli, è un’accozzaglia di uomini in armi che ha mantenuto i legami e le fedeltà della guerra civile. In particolare, i membri del Rcd-Goma controllano ancora buona parte del Kivu, la regione orientale confinante con il Ruanda rimasta nelle loro mani durante tutto il conflitto.
 
Miliziani in IturiAncora guerra. Più che uno stato, il Congo oggi sembra un insieme di feudi tenuti assieme più dall’attesa dell’esito elettorale che da un’autentica volontà comune. I gruppi armati sono ancora attivi nell’est del paese e in Katanga, per non parlare dell’Ituri, la regione al confine con l’Uganda, dove vari gruppi di miliziani si contendono il controllo del territorio. Per non far precipitare una situazione già di per sé difficile, l’Unione Europea ha deciso di inviare una forza di pace (Eufor) composta da circa 2 mila uomini, che avranno il compito di mantenere la sicurezza nel Paese prima e dopo le consultazioni, assieme ai 17 mila caschi blu della Monuc. Basterà? 

Matteo Fagotto

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