01/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Guerre, immigrazione, questione Habré. Tanta carne al fuoco al summit di Banjul
Le autorità gambiane hanno mobilitato anche la popolazione civile per ripulire le strade della capitale Banjul, intonacare i palazzi e rimettere in sesto i parchi. Il presidente Yahya Jammeh non ha trascurato nulla per arrivare pronto al summit dell’Unione Africana, in programma a Banjul l’1 e 2 luglio prossimi. Un vertice che dovrà dare risposte esaurienti a numerose questioni in sospeso, e rivelare se l’Ua è pronta per il salto di qualità.
 
Foto di gruppo per i presidenti africaniSomalia e Costa d’Avorio. Nonostante non siano nell’agenda dei lavori, i conflitti ancora in corso nel continente occuperanno, come sempre, buona parte del tempo a disposizione. A parte le buone notizie provenienti dal Congo, dove a fine luglio si terranno le elezioni, e da Burundi e Uganda, entrambi impegnati nei colloqui di pace coi rispettivi ribelli, le questioni spinose non mancano. La Somalia in primis, tornata in primo piano sulla scena internazionale dopo la vittoria delle Corti islamiche a Mogadiscio, che ha provocato gli interventi, finora solamente diplomatici, di Usa ed Etiopia. La situazione nel Corno d’Africa si sta pericolosamente surriscaldando, ma l’Ua finora è rimasta abbastanza defilata. Per non parlare della grana ivoriana: il programma di disarmo di milizie e ribelli è stato rimandato per l’ennesima volta, e pensare che le elezioni possano tenersi il 30 ottobre, come da accordi, sta diventando un sogno.
 
Un soldato dell'Ua in DarfurDarfur. Ma è nella crisi darfurina che l’Ua dà la maggior prova della sua inconsistenza: pochi giorni fa, l’Unione ha fatto sapere di non avere più i soldi per proseguire la missione di peacekeeping nella regione sudanese, dove sono schierati 7 mila berretti verdi. Nessuna sorpresa, visto che il bilancio dell’Ua è in larga parte sovvenzionato dall’Onu e dall’Unione Europea: finché l’Ua non riuscirà a dotarsi di un proprio bilancio, rimarrà un’organizzazione a metà, come riconosce buona parte dei suoi membri. I quali, però, non contribuiscono a cambiare la situazione, visto che l’organizzazione ha un credito contributivo di ben 93 milioni di dollari nei confronti degli stati membri. A parte la questione finanziaria, la grana Darfur sta pericolosamente scivolando di mano: chiusa tra l’intransigenza del Sudan, che non vuole sentire parlare di caschi blu sul proprio territorio, e l’Onu, l’Ua è stata superata nelle ultime settimane anche dalla Lega Araba, che appoggia attivamente il governo sudanese.
 
L'ex-presidente ciadiano Hissène HabréLa questione Habré. Il dossier più importante rimane però quello di Hissène Habré, l’ex-presidente ciadiano accusato di crimini contro l’umanità, su cui pende una richiesta di estradizione della giustizia belga. Il Senegal, il Paese dove Habré è ospite da più di 15 anni, ha demandato la questione all’Ua, la quale ha incaricato un pannello di esperti di studiare la questione. Ora il tempo è scaduto, e a Banjul dovrà arrivare una risposta. Da cui dipenderà molta della credibilità dell’organizzazione. A riempire l’agenda, anche la questione dell’immigrazione clandestina in Europa, su cui l’Ua da tempo sta cercando di trovare una linea comune da contrapporre a quella della Ue, e quella del Somaliland, che ha presentato una formale richiesta di riconoscimento agli stati africani, dopo 15 anni di “esistenza informale” all’ombra della irrequieta Somalia. Anche in questo caso, la comunità internazionale ha fatto sapere che si adeguerà a quanto deciso dai leader africani. Un segnale di considerazione che il continente non può permettersi di sottovalutare. 

Matteo Fagotto

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