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Somalia e Costa d’Avorio. Nonostante non siano nell’agenda dei
lavori, i conflitti ancora in corso nel continente occuperanno, come sempre, buona
parte del tempo a disposizione. A parte le buone notizie provenienti dal Congo,
dove a fine luglio si terranno le elezioni, e da Burundi e Uganda, entrambi
impegnati nei colloqui di pace coi rispettivi ribelli, le questioni spinose non
mancano. La Somalia in primis, tornata in primo piano sulla scena internazionale
dopo la vittoria delle Corti islamiche a Mogadiscio, che ha provocato gli
interventi, finora solamente diplomatici, di Usa ed Etiopia. La situazione nel
Corno d’Africa si sta pericolosamente surriscaldando, ma l’Ua finora è rimasta
abbastanza defilata. Per non parlare della grana ivoriana: il programma di
disarmo di milizie e ribelli è stato rimandato per l’ennesima volta, e pensare
che le elezioni possano tenersi il 30 ottobre, come da accordi, sta diventando
un sogno.
Darfur. Ma è nella crisi darfurina che l’Ua dà la maggior prova
della sua inconsistenza: pochi giorni fa, l’Unione ha fatto sapere di non avere
più i soldi per proseguire la missione di peacekeeping
nella regione sudanese, dove sono schierati 7 mila berretti verdi. Nessuna
sorpresa, visto che il bilancio dell’Ua è in larga parte sovvenzionato dall’Onu
e dall’Unione Europea: finché l’Ua non riuscirà a dotarsi di un proprio
bilancio, rimarrà un’organizzazione a metà, come riconosce buona parte dei suoi
membri. I quali, però, non contribuiscono a cambiare la situazione, visto che
l’organizzazione ha un credito contributivo di ben 93 milioni di dollari nei
confronti degli stati membri. A parte la questione finanziaria, la grana Darfur
sta pericolosamente scivolando di mano: chiusa tra l’intransigenza del Sudan,
che non vuole sentire parlare di caschi blu sul proprio territorio, e l’Onu,
l’Ua è stata superata nelle ultime settimane anche dalla Lega Araba, che
appoggia attivamente il governo sudanese.
La
questione Habré. Il dossier più importante rimane però quello di
Hissène Habré, l’ex-presidente ciadiano accusato di crimini contro l’umanità,
su cui pende una richiesta di estradizione della giustizia belga. Il Senegal,
il Paese dove Habré è ospite da più di 15 anni, ha demandato la questione
all’Ua, la quale ha incaricato un pannello di esperti di studiare la questione.
Ora il tempo è scaduto, e a Banjul dovrà arrivare una risposta. Da cui
dipenderà molta della credibilità dell’organizzazione. A riempire l’agenda,
anche la questione dell’immigrazione clandestina in Europa, su cui l’Ua da
tempo sta cercando di trovare una linea comune da contrapporre a quella della
Ue, e quella del Somaliland, che ha presentato una formale richiesta di
riconoscimento agli stati africani, dopo 15 anni di “esistenza informale”
all’ombra della irrequieta Somalia. Anche in questo caso, la comunità
internazionale ha fatto sapere che si adeguerà a quanto deciso dai leader
africani. Un segnale di considerazione che il continente non può permettersi di
sottovalutare. Matteo Fagotto