scritto per noi da
Matteo Colombi

Chicago - La domenica dopo il Giorno del Ringraziamento, il Chicago Tribune in prima pagina titolava “A scuola di Jihad”. Sotto una grande fotografia di
bambini seri e sereni, seduti a terra, gli occhi fissi sull’obiettivo della macchina
fotografica. Capelli scuri, occhi brillanti e vivaci, cappelli colorati
tutti della stessa fattura, ma con ricami e ghirigori diversi: un’immagine al
tempo stesso esotica e priva di aggressività. Ecco il nemico, ci addita il giornale,
il nemico futuro, bambini innocenti che vengono barbarizzati in scuole islamiche
in Pakistan, o altrove; scuole in cui imparano a odiare l’Occidente, Israele,
gli Usa, e in cui vengono preparati per la guerra santa, preparati a uccidere
e a morire, a sacrificarsi per poi andare in Paradiso come martiri. Stranamente, mi ricordava qualcosa.
La domenica dopo Thanksgiving è anche
il momento in cui comincia in grande stile l’assalto mediatico per
promuovere le spese natalizie. Le stazioni radio, che avevano già
cominciato a suonare decine di versioni delle stesse canzoni natalizie,
ora triplicano gli sforzi. Ecco Nat King Cole cantare Merry Christmas,
ecco Sting, ecco il Coro tal dei tali, ecco musica classica, Lo
Schiaccianoci, in una colonna sonora interminabile. E arrivano i
cataloghi, di giardinaggio, di elettronica, di elettrodomestici, di
arredamento, di giochi. All’Hollywood Video ho noleggiato un film, e
preso il loro catalogo del mese.
I videogiochi di guerre future e passate sono numerosissimi, pronti per le feste.
Un paio, Killzone e Halo, hanno a che fare con un futuro prossimo in cui la terra
viene invasa da alieni pronti a sterminare tutti. Le pubblicità per Killzone sono
qui e là, lungo la sopraelevata e nel metrò: sono manifesti piccoli con immagini
che ricordano lo stile degli anni Trenta, e mostrano soldati con visori al posto
degli occhi e maschere anti-gas al posto della bocca. Uno tiene una bandiera,
con un simbolo che potrebbe essere ugualmente una falce e martello o una svastica.
I messaggi sono simili: “kneel before us”, mettetevi in ginocchio dinanzi a noi. Alcuni promettono sterminio totale,
altri promettono una guerra senza quartiere fino alla sottomissione di chi
legge. Sono dichiarazioni volte a suscitare una reazione forte, e il desiderio
di farla pagare a questi fascisti che ci importunano per le nostre strade, ripagarli
per via digitale, sulla Playstation, o l’Xbox. Eppure assomigliano moltissimo
alle frasi pronunciate dall’amministrazione Bush: infatti mia moglie, quando le
ha viste, ha pensato fossero parte della campagna elettorale del presidente, o
forse di qualche gruppo patriottico.
Adesso in televisione sono cominciati gli spot per Killzone (il business mondiale
dei videogiochi vale decine di miliardi di dollari). L’inno nazionale americano
si sente confusamente, e una bandiera statunitense annerita in un cielo arancione-sporco
sventola flaccidamente, e poi un rumore assordante sopravviene e la musica si
interrompe. La bandiera è soverchiata, si passa a spezzoni di soldati che combattono.
Ottima strategia di marketing: richiamarsi a uno spirito libertario e ribelle,
a un senso di pericolo e vittimismo, per riversare tale energia nella legittimità
della violenza patriottarda.
Da qualche parte, sopra la stazione del metrò, a Marshall Fields o a Carson Pirie
Scott, la nenia di musiche natalizie passa per John Lennon: “...give peace a chance...” Anch’egli è stato digerito nella litania musicale, poca gente credo s’accorga
che la canzone ci invita a un atto politico, ci rammenta che possiamo scegliere
di scendere dal carro della Guerra. Che Natale è anche il momento giusto per farlo.
Quello che più mi colpisce però sono i giochi “storici”, poiché lo sfogo della
violenza e della paura su mostri che escono da un bestiario immaginario prende
forme sempre più vicine al nostro prossimo, si lega sempre più direttamente (e
non per metafora) ai conflitti politici odierni, diviene compartecipazione teatralizzata
all’eccidio di stato. Il catalogo è pieno di giochi che simulano la guerra in
Vietnam, con tanto di raid sui villagg, e azioni anti-guerriglia
in giungle centroamericane. Fra tutti spicca, nel catalogo di Hollywood Video,
un gioco che promette di vivere le emozioni di “battaglie urbane, tra forze speciali
e marines, e terroristi e insorti”. Il gioco è ambientato in un “setting mediorientale”
e “si è avvalso della consulenza di marines e forze speciali coinvolte tuttora
in Iraq e Afghanistan”. Un prodotto di qualità. Che bel regalo per Natale, sotto
l’albero. Che bello celebrare Gesù Bambino così.
Anche noi, dunque, mandiamo i nostri figli, i nostri bambini e ragazzi a scuola
di jihad. Non stanno seduti sul pavimento a recitare il Corano, ascoltando un
religioso in una stanza senza aria condizionata. No, i nostri figli stanno seduti
sul pavimento, o in poltrona, e giocano a uccidere gli altri bambini, quelli
della foto (una volta cresciuti un pochetto). E i civili di Falluja? Come sono
scomparsi nei resoconti ufficiali della presa della città, di certo non li troveremo
nel mondo virtuale costruito per socializzarci alla violenza imperiale.
Aspettiamoci fra qualche settimana un articolo, su qualche altra testata, sul
perché “loro” sono barbari che insegnano la violenza, e “noi” siamo civili, progrediti
e messi in pericolo da questo estraneo “culto della morte”. Così in pericolo che
abbiamo il diritto di passare alla violenza, ma per profilassi. E mentre il presidente
ordina qualche altro blitzkrieg, qualche altra pacificazione, possiamo sempre accendere lo schermo, e tra il ronzare
della musica di Natale, e le immagini confezionate della Cnn, passare all’interattività,
vera promessa delle nuove tecnologie.