Chaman, da dove partono i volontari della jihad afgana. Istigati da film, mullah e politici

Chaman, caotica e polverosa città di frontiera pachistana,
sul confine con l’Afghanistan, a metà strada tra Quetta e Kandahar. Questa
città-bazaar, a metà degli anni Novanta, era la principale retrovia
dell’avanzata talebana in Afghanistan. Da qui partivano comandanti,
combattenti, armi e soldi per l’esercito del mullah Omar.
Oggi, dieci anni dopo, Chaman ritorna a svolgere lo stesso
ruolo di retrovia della guerriglia talebana tornata all’offensiva nel sud
dell’Afghanistan.
Di sera, le multicolori botteghe di cd e dvd attirano folle
di ragazzini che vengono a guardare i film proiettati nei negozi.
Sono entrato in una di questi, dove stavano vedendo un
rumorosissimo film d’azione, un film di guerra: uomini barbuti e dai tratti
arabi sparavano razzi contro un convoglio militare.
“Cosa state guardando?”, chiedo al giovane pubblico?
“Jihad”, mi risponde un ragazzino.
“Cosa?”, chiedo, non avendo sentito bene la risposta a causa
del frastuono.
“Jihad, jihad! Cosa c’è, non capisci cosa vuol dire?”, mi
risponde il padrone della bottega.
“Tutta roba che arriva dall’Afghanistan”, racconta un
venditore. “Noi masterizziamo e vendiamo a mezzo dollaro a copia”.
“Questo posto è tornato a essere un centro di propaganda e
dello jihadismo talebano”, spiega Abdul Rahman, impiegato locale di una Ong
sanitaria. “E gli effetti si vedono. Il radicalismo islamico ha preso nuovamente
piede. Ogni giorno sentiamo la notizia di giovani del posto che tornano, morti,
ai villaggi della zona dopo essere stati a combattere con i talebani in
Afghanistan. I ragazzi di Chaman e dintorni hanno solo un sogno: passare il
confine e andare a uccidere gli americani. Tutta colpa dei mullah delle moschee
e delle madrasa locali, che fanno alzare la febbre della jihad per poter
mettere le mani sui gran soldi che arrivano dall’estero per finanziare il
proselitismo jihadista”.

“Tutte balle!”, dice
l’ex campione nazionale di cricket, Imarn Khan, ora datosi alla politica.
“Questa radicalizzazione è colpa della politica oppressiva degli americani, che
genera questo tipo di razione. Ed è anche colpa della condotta del governo
pachistano, che in Waziristan ha ucciso centinaia di suoi cittadini in nome
della ‘guerra al terrorismo’ e ne ha consegnate altre centinaia agli
americani.”.
Le mura delle case lungo la strada che collega Chaman a
Quetta sono coperte di scritte dipinte di fresco, che inneggiano all’Amir-ul-Momineen
(il comandante dei fedeli, mullah Omar) e al Quaid-ul-Mujaheddin (la
guida dei mujaheddin, Osama bin Laden) e augurano lunga vita al movimento
talebano e morte all’America.

Questa regione è governata dallo
Jamiat
Ulema-e-Islam (Jui), partito integralista islamico filo-talebano guidato da
Maulana Fazrul Rehman: la forza più consistente all’interno della
Muttahida
Majlis-e-Amal (Mma), ovvero la coalizione dei partiti islamici
d’opposizione al regime del generale Pervez Musharraf, da essi duramente
osteggiato in quanto considerato corrotto e servo degli Stati Uniti. L’enorme
successo elettorale che nel 2002 portò al potere il Jui in Balucistan, Aree
Tribali e Frontiera Nord-Ovest, fu dovuto proprio al suo aperto sostegno ai
talebani. Anche se nel Jui ci sono molti che negano legami con i talebani, i
suoi leader storici sostengono che oggi più che mai il Jui dovrebbe schierarsi
ufficialmente con il mullah Omar.
Tra questi c’è l’anziano Maulana Noor Mohammed, braccio
destro di Fazrul Rehman e parlamentare del Jui.
“Dobbiamo sostenere i talebani, costi quel che costi”, dice Noor, intervistato
a Islamabad.

“Li abbiamo sostenuti negli anni Novanta, abbiamo sostenuto i
mujaheddin anti-sovietici negli anni Ottanta, sosteniamo tutti i movimenti
musulmani di liberazione del mondo, dai palestinesi di Hamas ai musulmani di
Bosnia. Ora che i talebani sono tornati a combattere per la liberazione
dell’Afghanistan contro i crociati di Bush e dei suoi alleati, abbiamo il
dovere di sostenerli. Dovremmo forse non farlo solo perché il nostro presidente
Musharraf ha messo l’esercito pachistano al servizio degli Usa per uccidere e
imprigionare centinaia di fratelli musulmani? Chi nega il suo sostegno ai
talebani – sentenzia Norr – non è alto che un alleato di Bush!”.
Syed Saleem Shahzad*