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Boom dei traffici. Le cifre parlano da sole: secondo il Financial Times, dal 2001 a oggi gli
scambi tra Cina e Africa sarebbero quadruplicati, crescendo del 35 percento
solo nel 2005. Nello stesso anno, Pechino è diventata il terzo partner
commerciale del continente, dietro Usa e Francia, e il primo fornitore di
merci. A fare la parte del leone, come sempre, il petrolio: un terzo del
fabbisogno cinese viene dall’Africa, mentre sono circa 850 le imprese cinesi
che, soprattutto nel campo energetico e delle infrastrutture, fanno affari nel
continente. Il viaggio di Jiabao ha permesso di rafforzare i legami con i
vecchi amici, come il Congo-Brazzaville e l’Angola, e di farsene di nuovi, come
il Ghana e, soprattutto, il Sudafrica.
Fame di risorse. La “filantropia” cinese non nasconde ovviamente il
principale motivo dello sbarco in Africa: l’atavica fame di materie prime che
colpisce la Cina, la cui economia sta crescendo a ritmi vertiginosi. Non a
caso, le principali esportazioni africane in Cina sono costituite, oltre che
dal petrolio, da minerali preziosi (oro e metalli vari), legname e cotone, che
serve a rifornire l’imponente macchina tessile cinese. La Sinopec, la seconda compagnia petrolifera cinese, è riuscita a
mettere le mani su tre giacimenti angolani offshore,
con riserve stimate a 3,2 miliardi di barili. Pechino ha anche spuntato un
contratto di 2,7 milioni di dollari in Nigeria, finora terra di conquista
privilegiata per la Shell e le
compagnie americane, e un accordo con il Ghana per la costruzione di un grande
bacino idroelettrico, in cambio dello sfruttamento delle risorse aurifere del
Paese.
La questione
tessile. Ultimo risultato raggiunto, l’appianamento dei
contrasti sul tessile. Mentre infatti, negli altri campi, i beni di consumo
cinesi sono complementari a quelli africani e permettono anzi un certo
risparmio rispetto ai prodotti americani ed europei, l’invasione dei panni
cinesi ha fatto perdere, nel solo Sudafrica, 25 mila posti di lavoro. Pechino
è
disposta a venire incontro alle richieste di Pretoria (che da sola copre il 20
percento del commercio sino-africano e fornisce alla Cina buona parte
dell’uranio di cui abbisogna) anche rinunciando alla penetrazione del tessile
nel continente, che potrà “sfogarsi” su altri mercati. Per Pechino, le risorse
naturali africane vengono prima di tutto. Matteo Fagotto