È una novità senza precedenti. La Rete delle donne kosovare
e le Donne in nero della Serbia si sono unite in una Coalizione pacifista per
intervenire nei negoziati sullo status del Kosovo. La Coalizione richiama la
risoluzione 1325 dell’Onu sul ruolo delle donne nei processi postbellici.
Potere alle donne. La Coalizione pacifista femminista ha da poco pubblicato il suo primo
comunicato, a proposito dei negoziati sulla protezione del patrimonio
culturale. Il comunicato sottolinea tra le altre cose che le autorità di Serbia
e Kosovo hanno passato sotto silenzio la risoluzione 1325 del Consiglio di
sicurezza delle Nazioni Unite, che invita i governi a coinvolgere un maggior
numero di donne nei processi politici postbellici, e che la Coalizione appena
costituita ha deciso di tenere dei negoziati paralleli. È la prima volta, in questi ultimi quindici
anni di attivismo femminista sul territorio dell’ex Jugoslavia, che viene
formata ufficialmente una coalizione tra due importanti organizzazioni di
Serbia e Kosovo. Certo durante tutti questi anni è stata a più riprese espressa
solidarietà tra le donne del Kosovo e quelle serbe, ma non c’era mai stata una
collaborazione
istituzionale così forte.
Cosa rivendica la Coalizione pacifista femminista nei negoziati sullo status
del Kosovo?
- Il rispetto della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite «Le donne, la pace, la sicurezza»
- La partecipazione delle donne ai negoziati sullo status del Kosovo
- Il riconoscimento e il rispetto delle pacifiche iniziative delle donne legate
ai negoziati sullo status del Kosovo
- Un seguito ai negoziati pacifici sotto forma di valutazione da parte delle
reti pacifiste di donne (di Serbia e Kosovo)
- Il sostegno alla sua piattaforma da parte delle reti femminili internazionali
- Il riconoscimento e il rispetto da parte degli attori importanti della
comunità internazionale, non in quanto soggetto «complementare» o «ornamentale»
nei negoziati, ma come attore di estrema rilevanza nel processo di pace e di
pacifica negoziazione.
La rete delle donne. La serie di riunioni che si è tenuta tra le Donne in nero serbe e la Rete delle
donne kosovare ha dato l’avvio ad una iniziativa civica indipendente fondata
sulla solidarietà delle donne. La coordinatrice della Rete delle donne
kosovare, Igbala Rogova, e le rappresentanti delle Donne in nero, Stasa
Zajovic, Jovana Vukovic e Vera Markovic, si sono incontrate all’inizio di marzo
2006 a Belgrado nel quadro di una riunione regionale della fondazione svedese
Kvinna till Kvinna, per discutere della situazione politica in Serbia, della
sicurezza, della pace nella regione e della partecipazione delle donne in
questo processo.
In quell’occasione si sono occupate della loro futura collaborazione: riunioni
comuni, tavole rotonde, comprensione femminista delle implicazioni della
sicurezza, partecipazione delle donne alla costruzione della pace e nei
processi pacifici, organizzazione di negoziati paralleli delle donne in cui
saranno commentate e criticate le posizioni e le conclusioni ufficiali (serbe
e
kosovare) delle équipe di negoziazione.
Negoziati paralleli. Un mese e mezzo più tardi, il 23 maggio, queste due
organizzazioni hanno pubblicato il loro primo comunicato sotto il nome comune
di Coalizione pacifista femminista, a proposito dei negoziati sulla protezione
del patrimonio culturale. Il comunicato annuncia che le autorità di Serbia e
Kosovo non hanno tenuto conto della risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite, che invitava i governi ad includere un maggior numero di
donne nei processi politici postbellici, e che questa nuova Coalizione delle
donne ha deciso di tenere dei negoziati paralleli e di presentare delle
valutazioni in merito a tutte le questioni affrontate a Vienna.
Benché la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione
contro le donne sia un documento giuridico ratificato dalla maggioranza dei
Paesi membri delle Nazioni Unite, la risoluzione 1325 rappresenta il primo
documento giuridico obbligatorio concernente la partecipazione delle donne
nelle questioni della pace e della sicurezza. Essa è stata adottata il 31
ottobre 2000 dal Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite, e sottolinea
soprattutto l’importanza della partecipazione delle donne nei processi
pacifici, come pure nelle regioni di crisi e di guerra, la protezione delle
donne contro la violenza, soprattutto la violenza sessuale, così come
l’integrazione di queste prospettive all’interno dei meccanismi di applicazione
degli accordi pacifici.
La Coalizione pacifista femminista propone di escludere dalla politica i
monumenti culturali e religiosi, e d’includere nei negoziati tutte le comunità
che vivono in prossimità di questi monumenti, di fondare una organizzazione
professionale e indipendente per la protezione dei monumenti, così come di
coinvolgere i cittadini del Kosovo nella protezione del patrimonio culturale
attraverso dibattiti, discussioni e riunioni pubbliche. La Coalizione pacifista
femminista sottolinea nel suo primo comunicato ufficiale che «le chiese, le
cattedrali, i minareti e gli altri edifici sono legati al patrimonio culturale
ed alla storia di tutti i gruppi etnici», e che «questa è la ragione per cui
tutti i gruppi etnici hanno il diritto di condividerli, conservarli e
proteggerli».
Le donne, attrici della pace. È vero che a livello internazionale le
donne non sono visibili praticamente che come vittime della guerra, come
oggetti passivi del nazionalismo e del militarismo. In quanto attrici della
pace, in quanto promotrici di iniziative pacifiche, esse sono quasi invisibili.
Ciò è confermato dalla composizione delle missioni di pace in ogni parte del
mondo e naturalmente anche in Kosovo. Non ci sono donne nelle alte sfere
decisionali della Unmik, della KFOR, dell’OCSE e delle altre istituzioni
internazionali. Nei negoziati sullo status del Kosovo le donne sono presenti
solo come «decorazione»: non si conta che una donna nelle due delegazioni. Questo
fatto, insieme alla reviviscenza delle resistenze nazionaliste ai negoziati,
rende questi negoziati di pace ancora più fragili e incerti. ”I gruppi di donne
che in questi anni hanno tenuto dei contatti coi gruppi del Kosovo sono quelli
che devono essere consultati nel momento dei negoziati, ma c’è il pericolo che
gli incontri alternativi che intercorrono costantemente tra i gruppi femministi
di Serbia e Kosovo diventino il segno di un parallelismo dei negoziati sociali”,
avverte Borka Pavicevic, direttrice del Centro per la decontaminazione
culturale di Belgrado. Aggiunge che è indispensabile che la via della società
civile e la via degli Stati si incontrino, si riconoscano, si rispettino e
siano produttive. “Chi portava il cambiamento in Kosovo erano le donne, esse si
sono emancipate attraverso una vera rivoluzione. Naturalmente, bisogna che le
donne siano incluse da entrambe le parti, il che non succede nel caso della
politica. Tutta la regione è inquinata dal maschilismo. È il segno di una
chiusura delle società, l’annuncio di ciò a cui esse vogliono assomigliare. Le
donne possiedono un istinto per le fasi di cambiamento, perché la domanda
centrale è: come vivremo, come sarà organizzata la società? Le donne, nelle
équipe di negoziazione, devono rappresentare gli interessi dei cittadini, della
popolazione. Bisogna affrontare la realtà e il virtuale, il reale e la
mitologia”, conclude Borka Pavicevic.
Piattaforma della Coalizione pacifista femminista. I diritti della
persona umana, ed in particolare quelli delle donne, e la qualità della vita
dell’individuo devono stare al di sopra del territorio e delle frontiere. Il
diritto all’autodeterminazione per noi donne sottintende il controllo sulla
nostra vita, il nostro corpo, il nostro spirito; il diritto all’integrità e
all’autonomia (economica, politica, morale, emotiva, sessuale). Come donne
attiviste della società civile, femministe e pacifiste, noi sosteniamo il
diritto all’autodeterminazione, che respinge qualsiasi forma di
omogeneizzazione e di esclusione etnica. Noi ci impegniamo senza riserve per la
separazione di Stato e Chiesa, il che significa che le comunità religiose non
possono prendere decisioni sulle questioni di Stato, sui sistemi educativi o
sanitari. Il diritto all’autodeterminazione non deve minacciare alcun diritto
acquisito fino ad ora. La legge consuetudinaria, che più di tutte minaccia i
diritti delle donne, non deve essere riabilitata col pretesto di preservare
l’«identità culturale», indipendentemente dal fatto che si tratti di comunità
religiose maggioritarie o minoritarie. I diritti della persona umana, e
soprattutto quelli delle donne, sono sottoposti alla sovranità degli Stati:
tutti i Paesi firmatari dei documenti internazionali sui diritti della persona
umana devono in primo luogo sostenere gli interessi di cittadini e cittadine,
anziché quelli dello Stato. La sicurezza delle persone è soggetta alla
sovranità dello Stato: ciò significa la sicurezza di cittadini e cittadine
(economica, politica, personale, sanitaria, etc.), il rispetto dei diritti
umani, soprattutto quelli delle donne; il sanzionamento di ogni forma di
violenza contro le donne, tanto sul piano privato quanto su quello pubblico; la
smilitarizzazione della società. La sicurezza delle persone sottintende una piena
collaborazione col Tribunale dell’Aja, la condanna di tutti coloro che hanno
commesso crimini di guerra nei territori dell’ex Jugoslavia, e l’esigenza che
tutti quelli che hanno commesso dei crimini, per primi quelli che l’hanno fatto
in nostro nome e in nome di tutti gli altri, se ne assumano la piena
responsabilità. Il diritto e l’obbligo per noi di partecipare ai processi
pacifici, d’influenzare i negoziati pacifici: in quanto donne, noi paghiamo il
prezzo più caro della guerra, del militarismo e di ogni forma di violenza. In
quanto cittadine, noi abbiamo il diritto di esigere che il Paese in cui viviamo
e la comunità internazionale rendano conto del modo in cui i fondi sono spesi:
si tratta del denaro di tutti i cittadini/cittadine e noi abbiamo il diritto e
l’obbligo di esigere che essi siano investiti per la pace, lo sviluppo e il
benessere anziché nella guerra. Noi esigiamo da ogni attore importante della
comunità internazionale che essi considerino i diritti delle donne come una
questione internazionale essenziale, e che ci riconoscano e ci rispettino in
quanto attrici della pace.