27/06/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



I rapimenti di miltari israeliani, tre infelici precedenti per i governi di Tel Aviv
Il rapimento del militare israeliano Gilad Shalit, un ragazzo di diciannove anni, minaccia di essere una svolta, in negativo, nei già critici rapporti dell’Anp con Israele.
 
Gilad ShalitIl punto. Il sequestro di Gilad Shalit è stato rivendicato dai Comitati di Resistenza Popolare, da Hamas e da una sigla nuova, l’Esercito islamico, che, secondo alcuni analisti, sarebbe legato alla galassia di al Qaeda. Per fornire informazioni sulla sorte di Shalit, i rapitori hanno chiesto la liberazione di tutte le donne e i minorenni nelle carceri israeliane, ma il premier israeliano, Ehud Olmert, ha dichiarato che i prigionieri non saranno rilasciati, che non ci saranno trattative o accordi e che considererà Abu Mazen responsabile per l’eventuale morte del giovane soldato. Olmert ha poi ordinato all’esercito di schierarsi ai confini -sigillati da domenica - della Striscia, pronto per lanciare un’offensiva militare. Nelle carceri israeliane sono detenuti circa novemila palestinesi, tra loro ci sono cento donne e trecento minorenni. Il presidente Abu Mazen, si è appellato ai rapitori perché tengano in vita l’ostaggio -ferito alla spalla e all’addome -, e ha assicurato che le forze sotto il suo controllo stanno facendo di tutto per localizzarlo e liberarlo. Il sospetto è che all’interno di Hamas stia crescendo la delusione per non essere stati accettati come formazione politica e che, specialmente dai suoi uffici all’estero, ci siano pressioni per una ripresa della lotta armata. L’operazione militare di domenica, condotta in territorio israeliano, segna la fine della tregua di Hamas -durata oltre un anno - e mostra i sintomi di nuove fratture all’interno della resistenza palestinese. L’ipotesi che l’azione di domenica fosse spinta da Damasco si legge anche nelle parole del ministro Ban Eliezer, che in un intervista alla radio militare ha minacciato direttamente la vita del leader di Hamas a Damasco, Khaled Meshal.
 
Il rapimento di militari israeliani è una tecnica usata dai movimenti della resistenza palestinese sin dal 1992. In tutti i casi precedenti, le autorità Israeliane hanno cercato di salvare la vita dei militari rapiti, anche a costo di grandi concessioni. Spesso però le trattative imbastite, le concessioni e le ritorsioni, hanno finito col danneggiare la politica di Tel Aviv.
 
Miliziano dei Comitati di Resistenza PopolareNissin Toledano. Era il 13 dicembre del 1992 quando le Brigate Izz ad Din al Qassam, braccio armato di Hamas, annunciarono il rapimento di Nissin Toledano, un militare dell’esercito di Tel Aviv. In cambio del suo rilascio venne chiesta la liberazione dello sceicco Yassin. Israele, nel tentativo di salvare Toledano, consentì al religioso di parlare alla televisione pubblica, ma ciò non servì a evitare che il militare fosse ucciso, due giorni dopo, con una pugnalata dai suoi rapitori. Il rapimento di Toledano fu una svolta, perché Hamas, fino ad allora sostenuta sottobanco per contrastare l’autorità dell’Olp, divenne il nemico numero uno per Israele. Le autorità di Tel Aviv decisero di stroncare la minaccia della resistenza islamica palestinese con una deportazione di massa che, come un boomerang, si ritorcerà contro Tel Aviv. L’allora premier Rabin ordinò il rastrellamento dell’intelligenzia islamica vicina ad Hamas, mille persone, quattrocento delle quali vennero espulse verso il Libano. Beirut rifiutò allora di levare le castagne dal fuoco per conto di Tel Aviv, e non consentì l’ingresso. Il campo allestito sulle colline tra Libano e Israele diventò così una tribuna mediatica per i deportati, tra cui c’era Abdul Aziz Rantisi, futuro leader di Hamas. La deportazione seguita all’omicidio di Toledano pose anche le basi per i rapporti tra Hamas e il movimento sciita libanese Hezbollah.
 
Militari israeliani attendono fuori dal confine con GazaNachsonn Wachsmann. L’11 ottobre 2004, Ytzhak Rabin e Yasser Arafat avevano appena ricevuto il premio Nobel per la Pace, quando un altro militare venne rapito. Nachsonn Wachsmann, un soldato israeliano di 19 anni, viene sequestrato mentre faceva l’autostop vicino all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Izz ad Din al Qassam rivendica l’azione con una videocassetta in cui mostra l’M16 del soldato e chiede, in cambio del rilascio, la liberazione di Yassin e altri alti esponenti di Hamas e Hezbollah. I servizi israeliani scoprono che Wachsmann è tenuto prigioniero nei sobborghi di Gerusalemme e tentano un irruzione, che fallisce. Wachsmann viene ucciso con due colpi di pistola un attimo prima che i reparti speciali lo raggiungano. Ancora una volta l’opinione pubblica israeliana è sconvolta, lo stesso Rabin dichiara che rinuncerebbe volentieri al nobel per riavere il militare in vita e, parlando alla Knesset, giustifica l’uso della tortura negli interrogatori dei prigionieri palestinesi, quando si tratta di salvare vite israeliane. L’anno successivo Israele dovette nuovamente cedere di fronte a un sequestro. A settembre, due uomini del Mossad vengono inviati in Giordania per assassinare Khaled Meshal, oggi ministro degli esteri di Hamas dall’esilio a Damasco. L’omicidio non riesce e i due sono catturati. L’operazione verrà definita il peggior fallimento dell’intelligence israeliana, e costerà a Netanyahu l’umiliazione di dover consegnare l’antidoto per salvare Meshal dal tentativo di avvelenamento, e la liberazione del capo spirituale di Hamas, lo sceicco Yassin. I due militari dei servizi vennero liberati.

Naoki Tomasini

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