28/06/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Gaza verrà re-invasa e gli omicidi continueranno, ma non sarà un ritorno al passato
Abbiamo chiesto a Giorgio Bernardelli, giornalista di Avvenire e autore del saggio “Incatenati a un sogno”, di commentare gli scenari in cui si inserisce il rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit.
 
Gliad ShalitNon accadeva da anni che un soldato israeliano venisse rapito. Stiamo assistendo alla fine della Road Map e a un ritorno ai sistemi adottati dalla resistenza palestinese prima e durante la prima intifada?
È possibile, ma bisogna essere cauti, è presto per dire se si è davvero entrati in una nuova fase del conflitto. Di sicuro ci sono diversi elementi, più o meno esterni, che stanno cercando di avere voce in capitolo nella crisi palestinese. In particolare mi pare credibile l’ipotesi che dietro al rapimento ci siano Khaled Meshal e l’ufficio politico di Hamas in esilio a Damasco. Quanto alla Road Map, non c’è dubbio che sia un processo morto e defunto. Dalla mediazione del quartetto a oggi sono accadute due cose imprescindibili: il disimpegno da Gaza e la costruzione del muro di separazione. Nella Road Map non si parla di questi due elementi, e rispetto ad allora è venuto meno il riconoscimento -almeno ufficialmente - tra le parti. La Road Map oggi è solo un vuoto argomento per i politici, ma sul fronte opposto mi pare che sia altrettanto sbagliato sostenere che dal disimpegno da Gaza non sia cambiato nulla.

Il colono rapito, Eliahu AshdiOlmert ha prospettato una ritorsione militare in grande stile e ha ordinato all’esercito di schierarsi ai confini della Striscia. C’è il rischio di una nuova invasione?
Penso che ci sarà certamente, se Israele schiera così tante truppe sul confine l’invasione ci sarà. Ma credo anche che sarà un atto puramente dimostrativo e provvisorio. Anche in questo caso però la re-invasione della Striscia non sarebbe un ritorno al passato, sarebbe una rioccupazione senza coloni, una differenza non da poco. Ormai l’opinione pubblica israeliana ha accettato che le colonie sono soprattutto un problema: da Olmert a Lieberman tutti vogliono liberarsi degli avamposti indifendibili. A questo proposito bisogna prestare attenzione anche all’altra importante notizia di giornata: il rapimento di un colono dell’insediamento di Itamar. Itamar è una di quelle colonie isolate che Olmert avrebbe intenzione di sgomberare. Se fossimo all’inizio di una nuova strategia di rapimenti di coloni la situazione diventerebbe insostenibile e il piano di disimpegno unilaterale dagli insediamenti minori in Cisgiordania fallirebbe. Per questo Israele non è in grado di accettare nessuna richiesta o trattativa da parte dei rapitori, nemmeno quella di liberare donne e bambini.
Khaled MeshalOlmert e Ben Elyezer hanno anche minacciato di riprendere le uccisioni mirate dei dirigenti di Hamas.
La politica degli omicidi mirati non si è mai interrotta, Israele ha minacciato di uccidere sia Haniyeh che Meshal.. Tutto è possibile, ma colpire Haniyeh sarebbe un grave autogol per Israele, sarebbe una mossa spregiudicata che metterebbe a rischio l’esistenza stessa dell’Autorità palestinese. Tra i due, comunque, direi che quello che ha più da temere è sicuramente Meshal. Omicidi mirati a così alto livello sarebbero un boomberang, ed è improbabile che Israele decida di attuarli. La minacce fanno parte del gioco, Israele minacciava anche Arafat, ma nemmeno gli Stati Uniti acconsentirebbero all’uccisione di alto esponente di Hamas. Esecuzioni Mirate ce ne saranno, ma verranno colpiti dei militanti di medio livello. Se colpissero Haniyeh lo scenario che si aprirebbe sarebbe incontrollabile. Bisogna riconoscere che al di sotto delle dichiarazioni roboanti quella che è in corso è una partita a scacchi con delle logiche razionali e calcoli ben precisi. Anche Olmert, del resto, ha i problema di consolidare la propria maggioranza, e deve difendersi all’interno della sua colazione da concorrenti come il ministro della Difesa, il laburista Amir Peretz, e la ministro degli Esteri Tzipi Livini.

Incontro tra Abu Mazen e Haniyeh sul "documento dei prigionieri"È possibile che l’ufficio politico di Damasco abbia dato il via all’operazione di domenica, conclusa col rapimento di Gilad Shalit, temendo di essere tagliato fuori dai giochi nel caso di un accordo tra gli esponenti di Hamas nei Territori e Fatah, sul documento dei Prigionieri?
Il referendum sul documento dei Prigionieri, su cui proprio ieri Hamas e Fatah hanno trovato un intesa, è nato come iniziativa contro Haniyeh. Mirava a indebolire il suo governo rilanciando l’immagine di Fatah. Pare evidente che la stessa proposta di mediazione -sottoscritta dai prigionieri di Fatah e Hamas nelle carceri israeliane - è stata possibile grazie al margine di manovra lasciato loro da Israele. Barghouti è passato dall’isolamento totale alle interviste e alle iniziative politiche dal carcere israeliano in cui si trova. Segno che Israele sta iniziando a sondare gli scenari possibili. Abu Mazen comunque vadano le cose, ha tutto da perdere. Il futuro di Fatah è sempre più nelle mani di Barghouti. Tra l’ufficio politico di Hamas a Damasco e la leadership del gruppo nei territori c’è una divaricazione d’intenti e interessi sempre più chiara. Nel giro di due anni il panorama della crisi è cambiato completamente e molte cose potrebbero cambiare ancora. Molti degli attori stanno cambiando e altri tentano di inserirsi per condizionare la partita. Lo dimostra il fatto che gli unici a non sottoscrivere il documento dei prigionieri sono stati gli uomini di jihad islamica, un’organizzazione legata all’Iran.
 

Naoki Tomasini

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