Gaza verrà re-invasa e gli omicidi continueranno, ma non sarà un ritorno al passato
Abbiamo chiesto a Giorgio Bernardelli, giornalista di
Avvenire e autore del saggio “Incatenati a un sogno”, di commentare gli scenari
in cui si inserisce il rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit.
Non accadeva da anni che un soldato israeliano venisse
rapito. Stiamo assistendo alla fine della Road Map e a un ritorno ai sistemi
adottati dalla resistenza palestinese prima e durante la prima intifada?
È possibile, ma bisogna essere cauti, è presto per dire se si è davvero
entrati in una nuova fase del conflitto. Di sicuro ci sono diversi elementi,
più o meno esterni, che stanno cercando di avere voce in capitolo nella crisi
palestinese. In particolare mi pare credibile l’ipotesi che dietro al rapimento
ci siano Khaled Meshal e l’ufficio politico di Hamas in esilio a Damasco.
Quanto alla Road Map, non c’è dubbio che sia un processo morto e defunto. Dalla
mediazione del quartetto a oggi sono accadute due cose imprescindibili: il
disimpegno da Gaza e la costruzione del muro di separazione. Nella Road Map non
si parla di questi due elementi, e rispetto ad allora è venuto meno il
riconoscimento -almeno ufficialmente - tra le parti. La Road Map oggi è solo un
vuoto argomento per i politici, ma sul fronte opposto mi pare che sia
altrettanto sbagliato sostenere che dal disimpegno da Gaza non sia cambiato
nulla.
Olmert ha prospettato una ritorsione militare in grande
stile e ha ordinato all’esercito di schierarsi ai confini della Striscia. C’è
il rischio di una nuova invasione?
Penso che ci sarà certamente, se Israele schiera così tante
truppe sul confine l’invasione ci sarà. Ma credo anche che sarà un atto
puramente dimostrativo e provvisorio. Anche in questo caso però la re-invasione
della Striscia non sarebbe un ritorno al passato, sarebbe una rioccupazione senza
coloni, una differenza non da poco. Ormai l’opinione pubblica israeliana ha
accettato che le colonie sono soprattutto un problema: da Olmert a Lieberman
tutti vogliono liberarsi degli avamposti indifendibili. A questo proposito
bisogna prestare attenzione anche all’altra importante notizia di giornata: il
rapimento di un colono dell’insediamento di Itamar. Itamar è una di quelle
colonie isolate che Olmert avrebbe intenzione di sgomberare. Se fossimo
all’inizio di una nuova strategia di rapimenti di coloni la situazione
diventerebbe insostenibile e il piano di disimpegno unilaterale dagli
insediamenti minori in Cisgiordania fallirebbe. Per questo Israele non è in
grado di accettare nessuna richiesta o trattativa da parte dei rapitori,
nemmeno quella di liberare donne e bambini.
Olmert e Ben Elyezer hanno anche minacciato di riprendere
le uccisioni mirate dei dirigenti di Hamas.
La politica degli omicidi mirati non si è mai interrotta,
Israele ha minacciato di uccidere sia Haniyeh che Meshal.. Tutto è possibile,
ma colpire Haniyeh sarebbe un grave autogol per Israele, sarebbe una mossa
spregiudicata che metterebbe a rischio l’esistenza stessa dell’Autorità
palestinese. Tra i due, comunque, direi che quello che ha più da temere è
sicuramente Meshal. Omicidi mirati a così alto livello sarebbero un boomberang,
ed è improbabile che Israele decida di attuarli. La minacce fanno parte del
gioco, Israele minacciava anche Arafat, ma nemmeno gli Stati Uniti
acconsentirebbero all’uccisione di alto esponente di Hamas. Esecuzioni Mirate
ce ne saranno, ma verranno colpiti dei militanti di medio livello. Se
colpissero Haniyeh lo scenario che si aprirebbe sarebbe incontrollabile.
Bisogna riconoscere che al di sotto delle dichiarazioni roboanti quella che è
in
corso è una partita a scacchi con delle logiche razionali e calcoli ben
precisi. Anche Olmert, del resto, ha i problema di consolidare la propria
maggioranza, e deve difendersi all’interno della sua colazione da concorrenti
come
il ministro della Difesa, il laburista Amir Peretz, e la ministro degli Esteri
Tzipi Livini.
È possibile che l’ufficio politico di Damasco abbia dato
il via all’operazione di domenica, conclusa col rapimento di Gilad Shalit,
temendo di essere tagliato fuori dai giochi nel caso di un accordo tra gli esponenti
di Hamas nei Territori e Fatah, sul documento dei Prigionieri?
Il referendum sul documento dei Prigionieri, su cui proprio
ieri Hamas e Fatah hanno trovato un intesa, è nato come iniziativa contro
Haniyeh. Mirava a indebolire il suo governo rilanciando l’immagine di Fatah.
Pare evidente che la stessa proposta di mediazione -sottoscritta dai
prigionieri di Fatah e Hamas nelle carceri israeliane - è stata possibile
grazie al margine di manovra lasciato loro da Israele. Barghouti è passato
dall’isolamento totale alle interviste e alle iniziative politiche dal carcere
israeliano in cui si trova. Segno che Israele sta iniziando a sondare gli
scenari possibili. Abu Mazen comunque vadano le cose, ha tutto da perdere. Il
futuro di
Fatah è sempre più nelle mani di Barghouti. Tra l’ufficio politico di Hamas a
Damasco e la leadership del gruppo nei territori c’è una divaricazione
d’intenti e interessi sempre più chiara. Nel giro di due anni il panorama della
crisi è cambiato completamente e molte cose potrebbero cambiare ancora. Molti
degli attori stanno cambiando e altri tentano di inserirsi per condizionare la
partita. Lo dimostra il fatto che gli unici a non sottoscrivere il documento
dei prigionieri sono stati gli uomini di jihad islamica, un’organizzazione
legata all’Iran.