Domenico Affinito, di Reporter Senza Frontiere, spiega com'è cambiata questa professione
scritto per noi da
Erminia Calabrese
Raccontare una realtà nascosta, tanto lontana, violenta e scomoda.
Raccontare una realtà che può costare anche la vita. Raccontare una guerra, un
conflitto, con tutta una serie di problemi da affrontare: il rapporto con le
fonti e le autorità militari, il doversi mettere in relazione con un nemico spesso tecnologico e invisibile.
Domenico Affinito, vicepresidente della
sezione italiana di Reporter Senza Frontiere e inviato per l'Agenzia AGR, ci
spiega cosa vuol dire essere un
reporter di guerra, prendendo in considerazione l'ultimo conflitto
iracheno.
Dall'inizio del conflitto iracheno, 87 giornalisti sono
stati uccisi. Quale è il futuro per
i reporter di guerra? Ci sarà
posto solo per gli embedded?
Dal 1991 in poi i conflitti sono cambiati. Si è
iniziato a usare l'arma dell'informazione come propaganda delle parti in
conflitto, che è sempre esistita, ma che da quel momento i giornalisti sono
diventati parte attiva del conflitto, cosa che invece non era mai successa.
Certo che c'è un futuro per i reporter di guerra. È sicuramente più difficile
muoversi rispetto a prima. Penso che
il giornalista meno è visibile e meglio è, andare in un conflitto con macchine
blindate è un errore, bisogna mimetizzarsi. Il ruolo del giornalista embedded
è
importante, ma non serve solo quello. Lui può raccontarci uno spaccato di
guerra, che non è tutta la guerra. Per
contratto i giornalisti embedded non possono divulgare determinate notizie, ma
anche un reporter di guerra è influenzato dalla situazione di sicurezza in cui
vive e quindi la sua libertà di raccontare può avere dei limiti.
Crede che esista una differenza tra media occidentali e
media arabi nel presentare il conflitto iracheno o quello palestinese?
Assolutamente si. Spesso vediamo informazioni riguardanti
gli errori degli americani, o azioni di bombardamenti a sedi di televisioni o
giornali, prima su al-Jazeera e poi sui media occidentali, che comunque
utilizzano fonti occidentali. I media arabi hanno un altro tipo di accesso, in
primo luogo sanno la lingua e il dialetto di quel posto e possono instaurare un
rapporto di fiducia, mentre un occidentale crea più diffidenza. Poi i media
arabi hanno contatti specifici, per esempio con la resistenza irachena, ci sono
video che ai media occidentali non arrivano. In terzo luogo un media arabo,
vivendo lì, ha posizioni diverse da quelle occidentali.
Pensa che i
rapimenti e gli assassinii operati da guerriglieri fondamentalisti
possano essere parte di una strategia mediatica o di comunicazione? In che modo
tutelate i reporter di guerra?
I rapimenti nascono per raccolta di fondi, come nel
caso iracheno, o come scelta del fondamentalismo islamico. Nel tempo poi è
diventata anche una strategia mediatica che ha portato a una moltiplicazione
dei casi.
Leggendo il rapporto sulla libertà di stampa del 2005,
sembra essere tornati indietro di 10 anni, ai tempi della guerra in Algeria.
Non le pare?
E' vero. La libertà di stampa è peggiorata. Sono 63
i giornalisti uccisi, 68 se si contano anche i cameraman, contro i 64 della
guerra di Algeria. I media occidentali hanno incominciato a preoccuparsi più
dei problemi interni e della loro sicurezza che del resto del mondo, leggi
nuove hanno peggiorato la libertà di stampa, ci sono state molte persecuzioni
a
giornalisti e a redazioni di giornali. Molti fondi sono stati tolti anche per
scelte politiche.
Libertà in Occidente
e rispetto per il mondo arabo musulmano: contro una politica dei due
pesi e delle due misure a proposito delle caricature del profeta Mohammad.
Per noi la libertà di stampa è un pilastro che non
può essere messo in discussione, neanche quando vengono pubblicate vignette sul
profeta Mohammad o su Gesù , gli unici che non difendiamo sono i media che
inneggiano all'odio e alle violenze.
Nel caso delle vignette, dopo la grande rivolta dei musulmani, abbiamo chiesto
la sospensione di questa pubblicazione per calmare il clima. Però per noi non è stata una mancanza di
rispetto.
Il 5 aprile 2006 Maxime Vivas, su Metro, scriveva:
"Reporters senza frontiere è una
ong finanziata dalla Cia". C'è del vero in questa affermazione?
Per Berlusconi siamo una associazione comunista,
come ha detto a Palazzo Chigi quando Rsf aveva classificato l'Italia al 45
posto per quanto riguarda la libertà di stampa. In realtà abbiamo criticato la
legge Gasparri e il conflitto di interessi. Invece a Cuba veniamo considerati
di destra e finanziati dalla Cia. Noi siamo finanziati dalla vendita dei
prodotti editoriali, da varie ong, dall'Onu e dall'Ue, e il nostro bilancio è
scaricabile da Internet.
Chi minaccia la
stampa, a nord e sud del Mediterraneo?
A Nord è minacciata dai poteri forti, da quelli che
hanno interessi politici e economici. Nel sud del Mediterraneo abbiamo varie
dittature come quella di Gheddafi in Libia, o realtà politiche che si
presentano democratiche, ma in realtà sono regimi, come in Tunisia. E
sicuramente queste minacce al sud sono più vistose perché si parla di carcere
e
di espulsioni, mentre al nord è meno invasiva, più sottile.
Come si esercita la professione di giornalista in un regime?
O ci si assoggetta, e
quindi si smette di essere un giornalista, oppure si cerca di andare contro in
modo intelligente. In Cina quasi tutta la stampa è controllata dallo Stato, dal
partito unico, quindi alcuni giornalisti lavorano facendo inchieste marginali,
aprendo piccole finestre, magari collegandole con gli ambienti universitari. Partendo
in sordina riescono ad aprire un piccolo dibattito.