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Che non fosse tutto oro quello che luccicava, si poteva immaginare. Era infatti
difficile mettere la parola fine alle violenze continue che avevano gambizzato
Haiti nei mesi scorsi. All’indomani della presa di potere da parte di Rene Preval
scoppiassero ancora incidenti e l’incertezza sociale ha preso il sopravvento su
una popolazione già disastrata, e le violenze sono tornate a far parlare di Haiti,
così come i rapimenti. Ultimo quello del missionario canadese (fortunatamente
pare che sia in buone condizioni) per il quale sono stati richiesti 45 mila dollari
di riscatto.
Cosa succede in città. “Dopo i brutti periodi passati l’anno scorso nei mesi di giugno, luglio, novembre
e dicembre quando a causa delle continue violenze, abbiamo vissuto dei momenti
veramente difficili, con l’elezione di Renè Preval sembrava che le cose andassero
per il verso giusto”, racconta da Port au Prince Alessandra de Matteis, console
Onorario nell’isola caraibica .
Ribelli, Minustah, imprenditori e mafia.. “Il vero problema di questo paese, però, sono le armi” dice la de Matteis.
“Ce ne sono tante, anzi troppe. Vi sono armi ovunque, una quantità spropositata
per questo piccolo paese. Fino a quando il governo, qualunque esso sia, di qualunque
tendenza politica, non deciderà di passare ad un’azione forte di disarmo, la violenza
sarà una costante della vita haitiana” . Essere armati ad Haiti è considerata
una cosa normale. E’ una tradizione. Nelle giornate festive, come la domenica,
non è difficile vedere nei cortili delle case uomini vestiti di tutto punto, mostrare
la pistola all’amico o al figlio, far vedere come è bella e come è ben tenuta.
“Più si armano le bande, anche quelle legate alla politica, più si arma il privato
cittadino per difendere le proprie cose e la propria vita”, continua De Matteis
“Chi possiede una fabbrica o un negozio si arma per difendere la sua attività”.
Ma la cosa grave è che anche nella piccola Haiti esiste il problema ‘pizzo’.
Molti imprenditori devono pagare una tangente per avere la certezza di riuscire
a lavorare e soprattutto per poter entrare e uscire liberamente dalla propria
fabbrica, senza incorrere nel rischio di essere sequestrati. Alessandro Grandi