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Numeri eloquenti. I numeri confortano i promotori
del nuovo corso: a recarsi alle urne è stato il 77 percento degli aventi
diritto, e il referendum è stato sostenuto da quasi tutte le forze politiche.
Grazie alle modifiche apportate alla Costituzione, la Mauritania diventerà uno
stato presidenziale, ma senza derive autoritarie: il mandato del capo di stato,
rieleggibile una sola volta, è
stato infatti ridotto a 5 anni. Il presidente nominerà il Primo Ministro, che
potrà però essere sfiduciato dal Parlamento. Cosa ancora più importante, la
nuova Costituzione sarà blindata, non potendo né il Parlamento, né il presidente,
modificarla a loro piacimento, come è successo fin troppe volte nella storia del
Paese. Basteranno queste modifiche a far cambiare direzione alla politica
locale?
Buone
nuove. Ora
la palla passa alla giunta militare, presieduta dal colonnello Ely Mohamed Ould
Vall, che dovrà organizzare in fretta le prossime elezioni, con uno
sguardo alle presidenziali di primavera. Accolta con molto scetticismo dalla
comunità internazionale, la giunta è riuscita a guadagnare credito grazie alla
scarcerazione dei prigionieri politici, al ritorno dei profughi rifugiati da
anni in Senegal e alla cancellazione totale del debito con il Fondo Monetario
Internazionale, ottenuta pochi giorni fa. Tutti i suoi membri, compreso il
presidente, si sono impegnati a lasciare la vita politica alla fine del periodo
di transizione. Solo il mantenimento di questa promessa sarebbe un grande
risultato per il Paese.
L’incognita Taya. Per ora, i militari si godono il più che soddisfacente risultato di
domenica. La percentuale quasi eccessiva di preferenze per il “sì” potrebbe far
pensare a uno svolgimento non regolare del referendum, che è stato però
avallato dagli osservatori internazionali inviati dall’Unione Africana, dalla
Lega Araba e dall’Organizzazione Internazionale della Francofonia. Resta invece
l’incognita sul perché non siano stati accettati osservatori locali,
provenienti dalle Ong mauritane, una questione sulla quale le autorità non
hanno fatto luce. L’unico a non essere soddisfatto dell’esito del referendum è
l’ex-presidente Taya, costretto a fare da spettatore dal lontano Qatar, dove è
in esilio da quasi un anno. Le autorità mauritane lo ritengono inoltre l’organizzatore
di un fallito golpe che si sarebbe dovuto tenere pochi giorni prima del
referendum. Solo e isolato, Taya ha dovuto incassare un risultato referendario
che, oltre che una speranza per il futuro del Paese, è una sonora bocciatura
dei suoi 22 anni di regno incontrastato. Matteo Fagotto