27/06/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Al referendum costituzionale stravince il “sì”. Un passo avanti verso la democrazia
Vittoria doveva essere, e vittoria è stata. Ma neanche i più inguaribili ottimisti avrebbero potuto immaginare un sostegno così massiccio, oltre il 97 percento, alle modifiche costituzionali che dovrebbero aprire la strada alle elezioni parlamentari di novembre. La Mauritania prosegue nel suo cammino di transizione alla democrazia, con il sostegno della popolazione e della comunità internazionale.
 
Operazioni di voto in MauritaniaNumeri eloquenti. I numeri confortano i promotori del nuovo corso: a recarsi alle urne è stato il 77 percento degli aventi diritto, e il referendum è stato sostenuto da quasi tutte le forze politiche. Grazie alle modifiche apportate alla Costituzione, la Mauritania diventerà uno stato presidenziale, ma senza derive autoritarie: il mandato del capo di stato, rieleggibile una sola volta,  è stato infatti ridotto a 5 anni. Il presidente nominerà il Primo Ministro, che potrà però essere sfiduciato dal Parlamento. Cosa ancora più importante, la nuova Costituzione sarà blindata, non potendo né il Parlamento, né il presidente, modificarla a loro piacimento, come è successo fin troppe volte nella storia del Paese. Basteranno queste modifiche a far cambiare direzione alla politica locale?
 
Fine delle dinastie? Se non altro, i principali ostacoli alla transizione democratica sono stati tolti: il fatto che il presidente, prima di domenica, potesse a suo piacimento modificare la Costituzione e rimanere in carica per un numero illimitato di mandati, ha avuto effetti pesanti sul Paese. Non è un caso che, in 46 anni di indipendenza, la Mauritania abbia conosciuto solo due presidenti, il primo dei quali rovesciato con la forza dal secondo, Maaouiya Ould Taya, a sua volta spodestato, lo scorso agosto, da una giunta militare ancora al potere. In mezzo, un processo politico fatto di elezioni farsa e giri di vite contro le opposizioni.
 
Manifesto di sostegno al presidente VallBuone nuove. Ora la palla passa alla giunta militare, presieduta dal colonnello Ely Mohamed Ould Vall, che dovrà organizzare in fretta le prossime elezioni, con uno sguardo alle presidenziali di primavera. Accolta con molto scetticismo dalla comunità internazionale, la giunta è riuscita a guadagnare credito grazie alla scarcerazione dei prigionieri politici, al ritorno dei profughi rifugiati da anni in Senegal e alla cancellazione totale del debito con il Fondo Monetario Internazionale, ottenuta pochi giorni fa. Tutti i suoi membri, compreso il presidente, si sono impegnati a lasciare la vita politica alla fine del periodo di transizione. Solo il mantenimento di questa promessa sarebbe un grande risultato per il Paese.
 
L'ex-presidente mauritano TayaL’incognita Taya. Per ora, i militari si godono il più che soddisfacente risultato di domenica. La percentuale quasi eccessiva di preferenze per il “sì” potrebbe far pensare a uno svolgimento non regolare del referendum, che è stato però avallato dagli osservatori internazionali inviati dall’Unione Africana, dalla Lega Araba e dall’Organizzazione Internazionale della Francofonia. Resta invece l’incognita sul perché non siano stati accettati osservatori locali, provenienti dalle Ong mauritane, una questione sulla quale le autorità non hanno fatto luce. L’unico a non essere soddisfatto dell’esito del referendum è l’ex-presidente Taya, costretto a fare da spettatore dal lontano Qatar, dove è in esilio da quasi un anno. Le autorità mauritane lo ritengono inoltre l’organizzatore di un fallito golpe che si sarebbe dovuto tenere pochi giorni prima del referendum. Solo e isolato, Taya ha dovuto incassare un risultato referendario che, oltre che una speranza per il futuro del Paese, è una sonora bocciatura dei suoi 22 anni di regno incontrastato.  

Matteo Fagotto

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