28/06/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Invece che dagli insorti, due soldati Usa furono uccisi dagli iracheni che stavano addestrando
Fino a qualche giorno fa, Nadia McCaffrey era propensa a credere che suo figlio Patrick – morto in Iraq il 22 giugno 2004 – fosse stato ucciso in un’imboscata tesa dagli insorti, tanto che aveva pure inserito la causa della morte nella firma delle sue e-mail. Nel secondo anniversario della scomparsa di Patrick, la donna ha avuto la conferma ufficiale di quanto temeva da tempo: il figlio, insieme al commilitone Andre Tyson, non cadde vittima di un agguato degli insorti. A uccidere i due ragazzi furono – deliberatamente – membri del nuovo esercito iracheno, che proprio i militari statunitensi stavano e stanno ancora addestrando. Un fatto di cui il dipartimento della Difesa era al corrente da almeno nove mesi. Ma che non era stato riferito alle famiglie. Così, ora il Pentagono è accusato di aver coperto il tutto a fini politici.
 
Un gruppo di soldati iracheniLa ricostruzione. Già a inizio 2005 un articolo del Los Angeles Times aveva cercato di far luce sulla vicenda, ricostruendola grazie al contributo dei colleghi di McCaffrey e Tyson. Era emerso che, pochi giorni prima della sua morte, Patrick McCaffrey aveva confidato al padre Bob tutti i suoi dubbi sui giovani iracheni che gli era stato ordinato di addestrare. Il 34enne padre di due bimbi piccoli aveva appena scoperto che un suo “allievo” aveva sparato un razzo contro la base Usa di Balad, 80 km a nord della capitale. Ma appena aveva denunciato il fatto al comandante della sua unità, gli era stato detto “di tenere la bocca chiusa”. Parlando con alcuni commilitoni del figlio ucciso, Bob McCaffrey apprese che gli insorti offrivano ai poliziotti e ai soldati iracheni fino a 100 dollari per ogni militare statunitense ucciso. Lo scorso settembre, un’inchiesta del Pentagono era giunta alla conclusione che McCaffrey e Tyson erano davvero stati uccisi da due iracheni che stavano addestrando. Si erano appena staccati dal gruppo, quando è partita la raffica di colpi fatale. La conclusione contrastava con la versione data ai parenti delle due vittime.
 
Una richiesta di aiuto. Ma intanto Nadia McCaffrey, che da quando è morto il figlio è diventata una convinta pacifista, continuava a non essere del tutto convinta della versione ufficiale. Per mesi si è attaccata alla cornetta, telefonando a mezzo Pentagono per cercare di sapere come erano andate esattamente le cose. “Mi davano continuamente un altro numero da chiamare, persino dell’esercito iracheno. Non aveva alcun senso”, dice la donna. Finché, un mese fa, la McCaffrey ha chiesto aiuto alla senatrice democratica della California Barbara Boxer, considerata “all’ala sinistra” del partito. “Qualche giorno dopo, mi hanno chiamato dal Pentagono per dirmi che un dottore mi avrebbe contattato presto, per consegnarmi un rapporto sull’autopsia di Patrick”, spiega la donna. Il giorno prima del secondo anniversario della morte dei ragazzi, un generale dell’esercito si è recato dalle due famiglie per spiegare la verità.
 
Nadia McCaffreyLe accuse di copertura. Una verità che non restituirà la vita a McCaffrey e Tyson. Ma che solleva nuovi interrogativi: perché Washington ha tenuto segrete le conclusioni di un’inchiesta terminata nove mesi fa? Dal dipartimento alla Difesa sono arrivate le scuse alle famiglie per il ritardo. La causa, ha detto un ufficiale, è stata “la complessità” del caso. Ma la senatrice Boxer ha un’altra teoria: “Credo sia abbastanza ovvio che, se gli americani sapessero che gli iracheni da noi addestrati si ribellano contro i nostri soldati, il sostegno alla guerra si eroderebbe”, ha detto ai giornalisti. “E se è capitato al mio Patrick, quanti altri nostri soldati saranno morti nello stesso modo?”, si chiede Nadia McCaffrey.

Alessandro Ursic

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