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La ricostruzione. Già a inizio 2005 un articolo del Los Angeles Times aveva cercato di far luce
sulla vicenda, ricostruendola grazie al contributo dei colleghi di McCaffrey e
Tyson. Era emerso che, pochi giorni prima della sua morte, Patrick McCaffrey aveva
confidato al padre Bob tutti i suoi dubbi sui giovani iracheni che gli era stato
ordinato di addestrare. Il 34enne padre di due bimbi piccoli aveva appena scoperto
che un suo “allievo” aveva sparato un razzo contro la base Usa di Balad, 80 km
a nord della capitale. Ma appena aveva denunciato il fatto al comandante della
sua unità, gli era stato detto “di tenere la bocca chiusa”. Parlando con alcuni
commilitoni del figlio ucciso, Bob McCaffrey apprese che gli insorti offrivano
ai poliziotti e ai soldati iracheni fino a 100 dollari per ogni militare statunitense
ucciso. Lo scorso settembre, un’inchiesta del Pentagono era giunta alla conclusione
che McCaffrey e Tyson erano davvero stati uccisi da due iracheni che stavano addestrando.
Si erano appena staccati dal gruppo, quando è partita la raffica di colpi fatale.
La conclusione contrastava con la versione data ai parenti delle due vittime.
Le accuse di copertura. Una verità che non restituirà la vita a McCaffrey e Tyson. Ma che solleva nuovi
interrogativi: perché Washington ha tenuto segrete le conclusioni di un’inchiesta
terminata nove mesi fa? Dal dipartimento alla Difesa sono arrivate le scuse alle
famiglie per il ritardo. La causa, ha detto un ufficiale, è stata “la complessità”
del caso. Ma la senatrice Boxer ha un’altra teoria: “Credo sia abbastanza ovvio
che, se gli americani sapessero che gli iracheni da noi addestrati si ribellano
contro i nostri soldati, il sostegno alla guerra si eroderebbe”, ha detto ai giornalisti. “E
se è capitato al mio Patrick, quanti altri nostri soldati saranno morti nello
stesso modo?”, si chiede Nadia McCaffrey.Alessandro Ursic