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Festeggiamenti. Sabato scorso, per
festeggiare la storica qualificazione agli ottavi, l’Independence Square di
Accra è stata presa d’assalto da una folla di tifosi, tra cui si contavano
almeno quattro ministri. La febbre per la partita più importante della storia
ghanese ha contagiato da tempo tutto il Paese, oltre che gli emigrati in giro
per il mondo. Dopo la vittoria sugli Usa, i tifosi delle Black Stars hanno addirittura invaso Times Square, a New York,
mentre in Germania i giocatori sono stati quasi trascinati a forza dai
supporters festanti in un locale di Norimberga dopo la partita, per celebrare
la vittoria. Ora, finita la sbornia dei festeggiamenti, Stephen Appiah ha
lanciato la carica, dichiarando che le Black
Stars sono pronte a morire sul campo per passare il turno.
Cabala avversa. Senza arrivare a tanto, per battere il Brasile
probabilmente servirà la classica impresa. La formazione campione del mondo,
dopo un inizio deludente, ha accelerato battendo per 4 a 1 il Giappone
nell’ultima partita del girone. I carioca hanno vinto gli ultimi dieci match di
coppa del mondo (l’ultima sconfitta rimane la famosa finale contro la Francia
del 1998), mentre negli scontri al mondiale le squadre africane hanno battuto
quelle sudamericane solo 3 volte su 17. Due di queste furono firmate nel 1990
dai Leoni Indomabili camerunensi, diventati da allora il modello da inseguire
per tutte le squadre africane. Il Ghana non fa eccezione. Ma per eguagliare il
record, sarà necessario battere Ronaldinho e compagnia.
Storia
comune. Colore a parte, Ghana e Brasile hanno una dolorosa
storia comune. Pochi sanno infatti che i primi forti coloniali, costruiti dagli
europei, furono eretti proprio sulla Costa d’Oro ghanese. Servivano ai
portoghesi come basi d’appoggio per la circumnavigazione dell’Africa, ma furono
ben presto utilizzate anche per la tratta degli schiavi, che dalle coste
ghanesi finivano nelle piantagioni brasiliane. Due secoli fa, però, circa 70
schiavi riuscirono a fuggire dal Brasile e a fare ritorno nella loro terra
d’origine, diventando i capostipiti di una comunità afro-brasiliana che ora
conta circa duemila persone. Chiamati dai ghanesi Tabon (nome derivato dal portoghese “tutto bene”), questi sangue
misto riflettono, nelle loro tradizioni, l’eredità brasiliana. Una domanda
sorge spontanea: domani, per chi tiferanno?
Matteo Fagotto