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Il mondo reale. Leggendo le note del rappresentante
degli Stati Uniti in Iraq, emerge un quadro disastroso del paese, fuori dal
contesto della propaganda che accompagna l’operazione Iraqi Freedom dal
primo giorno, non può essere manipolata e si presenta in tutta la sua tragedia.
La relazione tocca tutti gli aspetti della vita, con brevi note tratte dalle
testimonianze dei dipendenti dell’ambasciata. “La situazione delle donne non è
positiva e le stesse impiegate che lavorano per noi, finito il turno e quando
vanno verso casa, indossano il velo e tentano di non farsi riconoscere”,
racconta Khalilzad, citando casi specifici. “Un’impiegata sciita che si veste
all’occidentale, quando torna a casa, finito il turno, è costretta ad
abbigliarsi in maniera più casta per non finire preda dei fondamentalisti che
picchiano le donne per strada se non sono vestite nel modo giusto, se parlano
al cellulare o se chiacchierano con uomini non della famiglia. Una impiegata
sunnita mi ha confermato le stesse cose, e ha aggiunto che il tassista che la
porta ogni giorno dalla Zona Verde a casa sua le ha chiesto d’indossare il
velo, perché altrimenti lui ha paura a portarla a bordo. O infine una ragazza
impiegata alla sezione culturale che, da qualche mese a questa parte, è
costretta a indossare il velo integrale per non avere problemi nel suo
quartiere, quello di Adhamya. Tutte raccontano che il problema non è
circoscrivibile, perché le minacce vengono indistintamente da uomini e donne,
sciiti e sanniti, e dall’interno della pubblica amministrazione stessa, come
dagli impiegati del ministero dei Trasporti, vicini ad al-Sadr, che hanno imposto
il velo a tutte le impiegate degli uffici”.
A tutto tondo. Ma il problema non riguarda solo le
donne. “Per quanto riguarda gli uomini, e i bambini, spesso sento dire che è
meglio non indossare i jeans invece degli abiti tradizionali, perché si
rischiano aggressioni da parte di uomini che vengono definiti saadristi o
wahabiti”, scrive l’ambasciatore. Un altro tema rovente è quello delle
divisioni etniche e confessionali. “Un impiegato curdo e un editore di un
giornale che vive a Erbil parlano espressamente di pulizia etnica a danno degli
arabi, in particolare per rastrellare case da dare poi ai curdi che sono venuti
via da Baghdad. La tensione esterna si riflette anche all’interno. Due
impiegate, una sannita e una sciita, hanno litigato violentemente perché una
rimproverava l’altra di vestirsi in modo inadeguato”. La relazione tocca tutti
i settori, come quello dei rapimenti di civili,
rispetto al quale Khalilzad scrive che “uno degli uomini che lavora qui mi ha
raccontato che hanno rapito suo fratello un mese fa. Pagando lo si libera, ma
la maggior parte delle famiglie vive nell’incubo”. E’ il lavoro stesso per
l’ambasciata Usa a generare paura nei dipendenti iracheni, tanto che Khalilzad
scrive che “molti ci chiedono di cambiare la dicitura del pass per il check-point,
perché lavorare all’ambasciata Usa equivale a una condanna a morte. Come
parlare inglese in pubblico o avere un cellulare statunitense”. Ma è tutta la
popolazione a vivere male. L’ambasciatore spiega a Bush che “le zone
strategiche, come la Zona Verde, hanno corrente elettrica per 24 ore, ma ci
sono città dove non c’è mai. Un amico di un uomo che lavora qui vive in un
ministero dove riesce a nascondersi, ma almeno ha luce per 24 ore! Tutti sono
costretti a comprare generatori, i cui prezzi sono alle stelle. La condizione
attuale spinge le famiglie a scappare dall’Iraq. Una delle nostre dipendenti ha
visto partire in pochi mesi la madre, il padre e due sorelle. Sono tutti tesi,
uno di loro che vive in una zona a maggioranza sciita mi ha chiesto se immagino
come si vive in un posto dove ogni sera c’è un funerale. Sono tutti stressati
dal fatto di lavorare qui e di doverlo nascondere, temono per loro e per i loro
cari. Uno di loro mi ha raccontato che quando la gente si muove fa di tutto per
vestirsi e parlare come si usa nel quartiere dove si sta recando”. Un incubo
insomma, come Khalilzad sintetizza alla fine, spiegando al presidente Bush che
nell’Iraq liberato “le condizioni necessarie per una vita normale, al momento,
non ci sono”.Christian Elia