scritto per noi da
Luigi Jorio
Mentre la Repubblica Democratica del
Congo si avvicina alle prime elezioni libere da oltre 40 anni (il voto
per la scelta di presidente e assemblea nazionale è previsto per il 30 luglio),
nell’est del paese la popolazione continua a vivere nella paura. Saccheggi,
abusi sessuali e rapimenti sono quotidiani.

Non paghi di derubare abitazioni e negozi diroccati,
i signori del terrore se la prendono ora anche con la chiesa. Nel villaggio di
Ciherano, ad una cinquantina di chilometri da Bukavu (provincia del Sud Kivu),
il 25 maggio una banda di uomini armati ha fatto irruzione nella parrocchia,
rubando tutto ciò che c'era di valore. "Ci hanno selvaggiamente picchiato,
fatto sdraiare per terra e portato via soldi, telefoni e vestiti",
racconta un addetto. Dalle testimonianze raccolte sul posto non si
può stabilire con certezza chi fossero i banditi: vestiti in modo strano
(qualcuno con i pantaloni dell’uniforme, altri con la sola camicia, altri
ancora in pantaloncini), si sono espressi in francese, swahili e lingala (due
delle
quattro lingue nazionali) prima di dileguarsi nella notte a bordo di un
veicolo. Secondo gli abitanti, potrebbe trattarsi di ex soldati dell’esercito
congolese (Fardc) che al momento della smobilitazione non hanno consegnato le
armi.
Nell’incomprensibile mosaico di ribelli,
milizie e truppe armate che terrorizzano la provincia, potrebbe però anche trattarsi
dei ribelli delle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda, attive nel Sud
Kivu, o, come detto prima, di soldati dell’esercito repubblicano. Le Fardc non
sono per nulla affidabili: l’ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento
degli Affari Umanitari (Ocha) a Kinshasa rileva che i peggiori crimini sono
proprio quelli commessi dai soldati dell’esercito.

Anche nel villaggio di Ibanda, a pochi
chilometri dalla parrocchia, le violenze si susseguono. "Da circa tre settimane,
il clima di insicurezza si è accentuato e la popolazione è costantemente vittima
delle scorribande di uomini armati di fucile", afferma un responsabile
della comunità civile. "Il 27 maggio hanno stuprato una donna incinta di 8
mesi e alcuni giorni prima hanno sequestrato dei residenti per 72 ore, prima di
rilasciarli a decine di chilometri di distanza". Il
modus
operandi è lo stesso che in altre regioni orientali del paese: irrompono
nelle abitazioni, solitamente di notte, picchiano e stuprano a loro piacimento
e ripartono con una o più persone. Poi costringono qualcuno a ritornare al
villaggio per cercare del denaro per il riscatto.
Neppure la scuola di Ibanda è stata
risparmiata: i vetri delle finestre sono spariti, così come tutto il materiale
di base. A rischio di saccheggio è anche il centro sanitario. Finora, gli unici
due poliziotti del villaggio (che si dividono una sola arma) sono riusciti a
far desistere i banditi. "Dormo da parecchi giorni nelle piantagioni di
banani o nella foresta, siccome ho paura di finire nelle loro mani",
riferisce il responsabile del dispensario. Come lui, numerose famiglie del
villaggio trascorrono la notte all’aperto. A causa di questa situazione, gli addetti
sanitari (due medici e un’infermiera) si attendono un aumento delle epidemie.
La popolazione deve già affrontare la malaria, per la quale mancano sufficienti
trattamenti, la lebbra e gli effetti della malnutrizione.

Con una lettera a noi consegnataci - siamo i
primi giornalisti a recarci in questa zona - la comunità chiede all’autorità
provinciale maggiore protezione. Nonostante le ricorrenti malefatte dei soldati,
gli abitanti di Ibanda vogliono il ritorno dell’esercito, partito qualche mese
fa. Il clima di paura è
tangibile: al rumore della jeep, molte donne e bambini che camminano lungo la
strada fuggono a nascondersi tra i cespugli. Soltanto quando la giornalista
congolese che ci accompagna si rivolge loro in swahili, un’espressione di
scampato pericolo e un timido sorriso si dipinge sul loro viso.