23/06/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Al via il processo a Charles Taylor, l’imputato che l’Africa non vuole giudicare
Dopo una saga durata mesi, Charles Taylor è arrivato l’altro ieri all’Aja, dove dovrà difendersi da 11 capi di imputazione per crimini di guerra e contro l’umanità, commessi sostenendo i ribelli del Revolutionary United Front durante la guerra civile in Sierra Leone. Dopo uno scaricabarile infinito, alla fine la patata bollente è stata data all’Olanda, che ha accettato di ospitare il processo contro l’ex-presidente liberiano.
 
L'ex-presidente liberiano Charles TaylorGiustizia e sicurezza. Ieri, dall’Aja, hanno però fatto sapere che il processo potrebbe slittare al prossimo anno, per dare tempo alla difesa di studiare tutti i documenti. “E’ comunque un’ottima notizia”, riferisce a PeaceReporter Sahr Musa Yamba, direttore del giornale sierraleonese Concord Times. “Finalmente le vittime della guerra potranno avere giustizia. Certo, non è la stessa cosa che giudicarlo qui, ma bisogna tenere in conto i problemi di sicurezza che avrebbe comportato un processo a Freetown”. La sicurezza, appunto. Arrestato il 29 marzo scorso in Nigeria, Taylor fu trasferito prima a Monrovia e poi in Sierra Leone, ma il sostegno goduto dall’ex-presidente in Liberia è ancora così forte che si è preferito organizzare il processo in Europa. “In effetti, da quando Taylor è arrivato a Freetown, le infiltrazioni di Liberiani oltre confine sono aumentate”, continua Musa Yamba. Un’opinione condivisa anche da David Crane, ex-procuratore generale del Tribunale Speciale per la Sierra Leone, e ora docente di diritto all’università di Syracuse, negli Usa. “Taylor ha ancora un forte supporto in Liberia, normale che i presidenti di Sierra Leone e Liberia fossero preoccupati per la sicurezza dei rispettivi Paesi”, dichiara a PeaceReporter. “Lo spostamento all’Aja garantirà un processo equo”.
 
Questione di maturità. Il dibattito è durato mesi ed è stato risolto spostando il processo, ma facendolo gestire da legali provenienti da Freetown. Visto che è meglio sciacquare i panni sporchi in casa propria, molte personalità africane di spicco si dissero favorevoli a tenere il processo in Sierra Leone. Lasciando partire Taylor, l’Africa ha perso l’occasione per risolvere da sola i propri problemi e per dare un segnale di maturità? “Non sono d’accordo”, ribatte Musa Yamba. “Il Tribunale Speciale è un organo internazionale, non africano. E le autorità sierraleonesi hanno mostrato di interessarsi alla questione Taylor in maniera approfondita”. Meno diplomatica la risposta di Crane, secondo cui “i capi di stato africani, finora, non hanno dimostrato la volontà di punire i loro colleghi. Questa è un’occasione storica, perché Taylor sarà il primo capo di stato africano a essere giudicato per i suoi crimini. E stiamo parlando di una persona che, tra uccisioni di massa, stupri e violenze, ha rovinato la vita a più di 1 milione di persone”.
 
Ribelli del Ruf in azioneNon solo Taylor. Ma le responsabilità della guerra in Sierra Leone sono da attribuire solo a Taylor? Domanda retorica, come confermano le risposte dei nostri interlocutori. “Siamo sicuri che Taylor ricevesse aiuti dall’estero, probabilmente anche da qualche grossa nazione occidentale. Ma sono questioni che lasciamo al processo”, conclude Musa Yamba. Per Crane, invece, “il processo farà emergere le responsabilità di alcuni capi di stato africani, in primis il libico Muhammar Gheddafi e il leader del Burkina Faso, Blaise Compaore, impegnati in un disegno sistematico di destabilizzazione dei Paesi dell’Africa occidentale”. Congetture e supposizioni che verranno confermate o smentite dallo Taylor. Il quale, non avendo più nulla da perdere, potrebbe vuotare il sacco, facendo il nome di tutti i “vecchi amici” che lo hanno tradito… 

Matteo Fagotto

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