Da quasi vent’anni promuovono la salute proteggendo i diritti umani. Sono i medici
e gli operatori sanitari di Physicians for Human Rights, organizzazione protagonista di numerose campagne su diversi temi scottanti:
mine antiuomo (per la quale ha diviso il Premio Nobel per la pace nel 1997 come
co-fondatrice della campagna internazionale che ne chiedeva l’eliminazione), tortura,
disparità di cura per etnia e razza, richieste di asilo, giovani nel sistema giudiziario,
AIDS e Sudan, solo per citarne alcuni. Attualmente l’organizzazione conta su un
organico di 35 persone, con uffici a Boston e a Washington DC.
“Fondata nel 1986, Physicians for Human Rights crede che i diritti umani siano
precondizione essenziale per la salute e lo stare bene di tutte le persone” spiega
John Heffernan, membro dell’associazione, con una lunga esperienza nel campo dei
diritti umani. Heffernan ha partecipato in prima persona alle indagini in Afghanistan
sulle condizioni nelle carceri e, prima dell’estate, ha raccolto le testimonianze
dei rifugiati in Ciad provenienti dalla regione sudanese del Darfur insieme con
la collega Jennifer Leaning. “Utilizzando metodi medici e scientifici, indaghiamo,
denunciamo le violazioni dei diritti umani in tutto il mondo e lavoriamo per porvi
fine. Sosteniamo le istituzioni affinché fermino chi commette tali violazioni,
inclusi gli operatori della salute, responsabili delle loro azioni. Abbiamo condotto
indagini in diversi Paesi, inclusi Ruanda, Bosnia, Kosovo, Sierra Leone, Iraq,
Afghanistan, Sudan, Guatemala. Physicians for Human Rights è nel suo genere unica
per l’abilità ad assemblare gruppi investigativi composti a partire da chi vi
fa parte: internisti, infemieri, patologi, operatori sociali, epidemiologi, tossicologi,
chirurghi ortopedici, psichiatri, psicologi e medici forensi”.
La medicina al servizio della salute in tutti i sensi dunque, non solo nella
cura diretta del paziente ma anche nell’assicurare a chiunque la possibilità di
ricevere le cure adeguate e il diritto di vivere in salute e in pace. Sfruttando
l’impostazione medica e il rigore della scienza per raccogliere prove e denunciare
al mondo ciò che succede, primo passo per interrompere qualsiasi sopruso. Una
visione della professione molto diversa dall’immagine offerta al mondo con le
ultime notizie sulla pratica della tortura provenienti dall’Iraq (che rappresentano
però l’ultimo esempio, e forse quello di cui si è parlato di più, di episodi purtroppo
non isolati né recenti.
Racconta Heffernan: “Physicians for Human Rights è impegnata da lungo tempo
nell’opporsi alla tortura, ha lavorato assiduamente per chiedere un’indagine indipendente
sulle torture effettuate a Guantanamo, Abu Graib in Iraq e nelle prigioni afgane.
Ha sottolineato le conseguenze fisiche e mentali di tali trattamenti. Fin dalla
fondazione, un punto centrale dell’attività dell’organizzazione è stata proprio
la tortura, con indagini e resoconti sulle sue conseguenze devastanti. Gli operatori
della salute possono utilizzare le loro conoscenze ed esperienze per trovare i
segni di tortura, anche quando appaiono sfumati e non chiari alle indagini tradizionali.
Dove l’obiettivo dei torturatori è il silenzio della vittima, il nostro lavoro
è stato dare un valore alla voce dei sopravvissuti. Dove il torturatore ha puntato
a coprire le prove della sua brutalità, abbiamo fornito le prove della violazione.
E dove il torturatore ha utilizzato medici come complici, abbiamo svelato la situazione
in atto. Nel 2002 Physicians for Human Rights ha condotto un’indagine in Afghanistan
che ha portato alla scoperta di una prigione afgana (Sherbergan) sotto l’autorità
degli Stati Uniti, dove i prigionieri erano tenuti in condizioni deplorevoli;
ha inoltre scoperto una fossa comune vicino alla prigione”.
Physicians for Human Rights ha voluto vederci chiaro anche in Sudan, nella crisi
del Darfur. E come di consueto è andata direttamente sul posto per capire cosa
stava succedendo. In maggio di quest’anno è stato infatti mandato in Ciad un gruppo
di investigazione, di cui ha fatto parte anche John Heffernan, che ha raccolto
una serie di testimonianze sia da parte di organizzazioni umanitarie impegnate
nella zona, sia da parte dei rifugiati che avevano oltrepassato il confine per
salvarsi la vita. Sulla base delle informazioni raccolte è stato redatto un resoconto
dettagliato ove sono stati riportati sei indicatori di genocidio: in base a tali
indicatori, sarebbe questo il termine da usare per ciò che è successo in Darfur,
arrivato in ritardo agli occhi del mondo. Tutte e sei le categorie elencate indicano
un proposito organizzato di annientamento di una parte di popolazione: attacchi
ai villaggi, ripetuti in diversi casi con le medesime caratteristiche temporali
e di violenza; distruzione degli stessi; distruzione dei mezzi di sopravvivenza
della popolazione (bestiame, coltivazioni e così via); inseguimento degli sfollati;
interventi solo sui villaggi con abitanti non arabi, ai quali sembra siano state
negate anche le cure mediche (anche se non è stato ancora possibile avere conferma
certa di quest’ultimo punto); stupro sistematico delle donne.

E’ infine appena terminata la raccolta di firme promossa da Physicians for Human
Rights in vista del G7, che radunerà il primo ottobre a Washington i Ministri
delle Finanze dei diversi Governi. L’appello chiede la cancellazione del debito
dei Paesi poveri: questo permetterebbe di liberare grandi somme di denaro, “utilizzabili
per costruire sistemi sanitari più forti e più equi, che sono disperatamente necessari
se si vuole vincere la battaglia contro l’AIDS e altre malattie mortali”. Commenta
John Heffernan.”Abbiamo raccolto firme da 25 Paesi e diverse provengono dall’Italia.
Non so cosa succederà all’incontro dei G7, ma so che i nostri sforzi aumenteranno
la consapevolezza e porteranno il condono del debito nella prospettiva della salute
e dei diritti umani più visibile di quanto è stato finora”. Le parole che concludono
la lettera indirizzata da Physicians for Human Rights al G7 racchiudono il significato
di una professione e di un impegno per la vita e i diritti di tutti gli uomini:
“Noi siamo professionisti della salute. Il nostro lavoro è curare. (...) Speriamo
ardentemente nel vostro aiuto per svolgere il lavoro per il quale abbiamo studiato”.
Valeria Confalonieri