27/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Physicians for Human Rights promuove la salute e i diritti umani nel mondo

Prigione di Abu Graib (Physicians for Human Rights)Da quasi vent’anni promuovono la salute proteggendo i diritti umani. Sono i medici e gli operatori sanitari di Physicians for Human Rights, organizzazione protagonista di numerose campagne su diversi temi scottanti: mine antiuomo (per la quale ha diviso il Premio Nobel per la pace nel 1997 come co-fondatrice della campagna internazionale che ne chiedeva l’eliminazione), tortura, disparità di cura per etnia e razza, richieste di asilo, giovani nel sistema giudiziario, AIDS e Sudan, solo per citarne alcuni. Attualmente l’organizzazione conta su un organico di 35 persone, con uffici a Boston e a Washington DC.

 
“Fondata nel 1986, Physicians for Human Rights crede che i diritti umani siano precondizione essenziale per la salute e lo stare bene di tutte le persone” spiega John Heffernan, membro dell’associazione, con una lunga esperienza nel campo dei diritti umani. Heffernan ha partecipato in prima persona alle indagini in Afghanistan sulle condizioni nelle carceri e, prima dell’estate, ha raccolto le testimonianze dei rifugiati in Ciad provenienti dalla regione sudanese del Darfur insieme con la collega Jennifer Leaning. “Utilizzando metodi medici e scientifici, indaghiamo, denunciamo le violazioni dei diritti umani in tutto il mondo e lavoriamo per porvi fine. Sosteniamo le istituzioni affinché fermino chi commette tali violazioni, inclusi gli operatori della salute, responsabili delle loro azioni. Abbiamo condotto indagini in diversi Paesi, inclusi Ruanda, Bosnia, Kosovo, Sierra Leone, Iraq, Afghanistan, Sudan, Guatemala. Physicians for Human Rights è nel suo genere unica per l’abilità ad assemblare gruppi investigativi composti a partire da chi vi fa parte: internisti, infemieri, patologi, operatori sociali, epidemiologi, tossicologi, chirurghi ortopedici, psichiatri, psicologi e medici forensi”.
 
La medicina al servizio della salute in tutti i sensi dunque, non solo nella cura diretta del paziente ma anche nell’assicurare a chiunque la possibilità di ricevere le cure adeguate e il diritto di vivere in salute e in pace. Sfruttando l’impostazione medica e il rigore della scienza per raccogliere prove e denunciare al mondo ciò che succede, primo passo per interrompere qualsiasi sopruso. Una visione della professione molto diversa dall’immagine offerta al mondo con le ultime notizie sulla pratica della tortura provenienti dall’Iraq (che rappresentano però l’ultimo esempio, e forse quello di cui si è parlato di più, di episodi purtroppo non isolati né recenti.

profughi sudanesi in Ciad (Physicians for Human Rights) Racconta Heffernan: “Physicians for Human Rights è impegnata da lungo tempo nell’opporsi alla tortura, ha lavorato assiduamente per chiedere un’indagine indipendente sulle torture effettuate a Guantanamo, Abu Graib in Iraq e nelle prigioni afgane. Ha sottolineato le conseguenze fisiche e mentali di tali trattamenti. Fin dalla fondazione, un punto centrale dell’attività dell’organizzazione è stata proprio la tortura, con indagini e resoconti sulle sue conseguenze devastanti. Gli operatori della salute possono utilizzare le loro conoscenze ed esperienze per trovare i segni di tortura, anche quando appaiono sfumati e non chiari alle indagini tradizionali. Dove l’obiettivo dei torturatori è il silenzio della vittima, il nostro lavoro è stato dare un valore alla voce dei sopravvissuti. Dove il torturatore ha puntato a coprire le prove della sua brutalità, abbiamo fornito le prove della violazione. E dove il torturatore ha utilizzato medici come complici, abbiamo svelato la situazione in atto. Nel 2002 Physicians for Human Rights ha condotto un’indagine in Afghanistan che ha portato alla scoperta di una prigione afgana (Sherbergan) sotto l’autorità degli Stati Uniti, dove i prigionieri erano tenuti in condizioni deplorevoli; ha inoltre scoperto una fossa comune vicino alla prigione”.

 
Physicians for Human Rights ha voluto vederci chiaro anche in Sudan, nella crisi del Darfur. E come di consueto è andata direttamente sul posto per capire cosa stava succedendo. In maggio di quest’anno è stato infatti mandato in Ciad un gruppo di investigazione, di cui ha fatto parte anche John Heffernan, che ha raccolto una serie di testimonianze sia da parte di organizzazioni umanitarie impegnate nella zona, sia da parte dei rifugiati che avevano oltrepassato il confine per salvarsi la vita. Sulla base delle informazioni raccolte è stato redatto un resoconto dettagliato ove sono stati riportati sei indicatori di genocidio: in base a tali indicatori, sarebbe questo il termine da usare per ciò che è successo in Darfur, arrivato in ritardo agli occhi del mondo. Tutte e sei le categorie elencate indicano un proposito organizzato di annientamento di una parte di popolazione: attacchi ai villaggi, ripetuti in diversi casi con le medesime caratteristiche temporali e di violenza; distruzione degli stessi; distruzione dei mezzi di sopravvivenza della popolazione (bestiame, coltivazioni e così via); inseguimento degli sfollati; interventi solo sui villaggi con abitanti non arabi, ai quali sembra siano state negate anche le cure mediche (anche se non è stato ancora possibile avere conferma certa di quest’ultimo punto); stupro sistematico delle donne.
 
profughi del Darfur in Ciad (Physicians for Human Rights) E’ infine appena terminata la raccolta di firme promossa da Physicians for Human Rights in vista del G7, che radunerà il primo ottobre a Washington i Ministri delle Finanze dei diversi Governi. L’appello chiede la cancellazione del debito dei Paesi poveri: questo permetterebbe di liberare grandi somme di denaro, “utilizzabili per costruire sistemi sanitari più forti e più equi, che sono disperatamente necessari se si vuole vincere la battaglia contro l’AIDS e altre malattie mortali”. Commenta John Heffernan.”Abbiamo raccolto firme da 25 Paesi e diverse provengono dall’Italia. Non so cosa succederà all’incontro dei G7, ma so che i nostri sforzi aumenteranno la consapevolezza e porteranno il condono del debito nella prospettiva della salute e dei diritti umani più visibile di quanto è stato finora”. Le parole che concludono la lettera indirizzata da Physicians for Human Rights al G7 racchiudono il significato di una professione e di un impegno per la vita e i diritti di tutti gli uomini: “Noi siamo professionisti della salute. Il nostro lavoro è curare. (...) Speriamo ardentemente nel vostro aiuto per svolgere il lavoro per il quale abbiamo studiato”.


Valeria Confalonieri



 
 

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