21/06/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La storia di un Marine che ha sniffato cocaina pur di non tornare in Iraq. E che ora ne paga le conseguenze
Come molti altri militari statunitensi ora in Iraq, il giovane Daniel si arruolò dopo gli attentati dell’11 settembre ed era disposto a fare tutto per la patria. Poi vennero due periodi distinti di servizio in Iraq. Le solite situazioni, amici che muoiono in imboscate, il pericolo che potrebbe essere dovunque. E la paura di ritornare lì, se ti ordinano di farlo. Per evitare un terzo invio in Medioriente, Daniel ha finto di avere problemi di droga. Il giorno prima del test ha sniffato cocaina, per la prima volta in vita sua. Ha così raggiunto il suo obiettivo di non tornare in Iraq. Ma in compenso ha perso tutte le decorazioni guadagnate e i benefici delle cure per i veterani, proprio ora che anche lui soffre di disordine post-traumatico da stress (Ptsd).
 
Il Marine Daniel in un ritratto effettuato per il sito Alternet.orgC’è chi dice no. La storia di Daniel, che ha chiesto rimanere anonimo, è contenuta in libro appena uscito negli Usa. “Mission rejected: U.S. soldiers who say no to Iraq”, scritto dall’obiettore ai tempi del Vietnam Peter Lauffer, raccoglie i tanti esempi di militari che si sono rifiutati di combattere dopo aver capito che loro con questa guerra non avevano niente a che fare. Con modi e metodi diversi, ma con lo stesso fine. E Daniel, assicura lui, non è stato l’unico a scegliere di fingersi drogato, come estrema chiamata di aiuto.
 
Dall’esaltazione alla disperazione. “Quando mi arruolai nel corpo dei Marines credevo a tutto quello che mi dicevano”, dice. “Mi riempirono la testa con le loro idee, non ci misi molto a diventare come loro. Ma dopo essere stato due volte in Iraq tornai indietro profondamente anti-Bush. Prima di diventare un soldato ero un repubblicano, ma ora non lo sono più”. Si convinse anche lui che la presenza statunitense in Iraq era stata pianificata per controllare il Medioriente e i profitti del petrolio. Poco dopo essere tornato negli Usa per la seconda volta, scoprì che tre mesi dopo sarebbe stato rispedito in Iraq. “Ma stai tranquillo, e vai a casa a rilassarti per tre settimane”, gli dissero. “Mi sentivo come se mi avessero messo dei pesi sul petto. Non riuscivo a respirare, avevo attacchi di panico”, ricorda. Chiese allora di parlare con uno psicologo, ma niente. Provò a spacciarsi per obiettore di coscienza, ma gli risero in faccia. “Volevo che mi ascoltassero. Allora decisi di drogarmi – sniffando cocaina, perché con uno spinello mi avrebbero dato uno scapaccione e basta – tre giorni prima dell’esame delle urine”. Era quasi Natale. Dopo le vacanze, gli dissero che era risultato positivo.
 
Come un appestato. Le conseguenze non tardarono ad arrivare. Le sue otto decorazioni per meriti sul campo non valevano più. Ricevette un “congedo non onorevole”, il che gli preclude di godere delle cure mediche per i veterani. E ne avrebbe bisogno: soffrendo di Ptsd, di notte il suo sonno è disturbato dalle scene di guerra vissute in Iraq, e ha ricominciato a balbettare come faceva da piccolo. Ha chiesto l’aiuto psicologico per l’ansia con cui convive, ma gli è stato negato. Ora che non ha più un lavoro, ha una nuova battaglia da combattere: convincere l’esercito a cancellare quella macchia, e ricominciare a vivere.

Alessandro Ursic

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