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“Subiamo continue minacce e pressioni dai paramilitari.
Cercano di reclutarci e non abbiamo scelta. Chi ha la forza di opporsi alla
loro prepotenza?”. Ha 15 anni, cappellino azzurro, rosario al collo. Esita a
dirci il suo nome. È alto e la sua pelle è scura: “Sono afrodiscendente, vivo
qui a Ciudad Bolivar con la mia gente. Questo è il nostro quartiere”. Siamo
nella periferia di Bogotà, un’immensa distesa di casupole misere in nudo
mattone, spesso coperte da tetti arrangiati in lamiera. È il luogo di raccolta
di tutti coloro che fuggono dalle loro terre, dalle loro vite, magari per
mischiarsi nella folla e cercare un po’ di tranquillità. Ma la miseria è tanta.
Bambini dovunque si rincorrono fra le strade sterrate e costellate di buche.
Anche l’aria è povera, rarefatta: siamo su uno degli altopiani che circondano
la capitale colombiana. Qui si superano i 3000 metri d’altezza. “Ma basta farci
l’abitudine”, sorride il giovane.
Questioni di punti di vista. “Eh no. Non reclutiamo bambini – ci aveva raccontato Pastor
Alape, uno dei nove comandanti delle Forze armate rivoluzionarie della
Colombia, capo del blocco del Magdalena Medio, un'ampia regione che si estende
dal centro al nordest del paese - Sono generalizzazioni inculcate dalla stampa
che manipola la verità. La nostra legge parla chiaro: reclutiamo persone dai 16
ai 30 anni. Con eccezioni, naturalmente. Se ci troviamo di fronte a bambini
orfani per la violenza di esercito e paramilitari, li prendiamo con noi,
formandoli, facendoli studiare e insegnando loro la lotta per un futuro
migliore. Diamo loro una speranza. Ma non li costringiamo”. Però, parlando con
le donne e gli uomini del blocco, nessuno nascondeva di essere entrato nelle
Farc poco più che bambino: “Ero stanca di vedere i miei genitori far la fame e
subire le prepotenze dei paramilitari che erano soliti arrivare e distruggere
tutto, con mitra spianati e occhi pieni d’odio – ci ha spiegato Andrea,
guerrigliera 35enne – quindi ho deciso molto presto di unirmi alle Farc. Per
cambiare le cose”. E le storie come questa si sprecano. Storie di povertà e
disperazione.
Denunciarli. A lanciare l’allarme “sull’invisibilità” dei bambini-soldato
è stato il procuratore generale, Edgardo Maya, massima autorità per la difesa
dei diritti umani in Colombia, il quale, riferendosi alla smobilitazione dei
paramilitari in atto da mesi grazie alla legge Giustizia e Pace voluta da
Uribe, si è chiesto: “Ma cos’è successo ai minorenni che erano nelle Autodifese
unite della Colombia?”. Dato che sono stati registrati 30mila smobilitati e
solo 212 erano bambini, “che fine hanno fatto gli altri?”. Mentre è
praticamente impossibile avere notizie veritiere sui minori che militano nelle
file di Farc ed Esercito di liberazione nazionale (Eln), farli uscire allo
scoperto si impone invece come un dovere per tutti coloro che hanno deciso di
aderire al cosiddetto processo di pace, rinunciando, almeno a parole, alla
lotta armata. Che dimostrino la loro buona volontà denunciando tutti quei
ragazzini, che solo così potranno aderire al programma di protezione e
reinserimento sociale a cui hanno diritto. Stella Spinelli