22/06/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Sono 11mila i minorenni coinvolti nella guerra colombiana e nessuno compare fra gli smobilitati
Il quindicenne dal cappello azzurro. Foto di Matt Shonfeld“Subiamo continue minacce e pressioni dai paramilitari. Cercano di reclutarci e non abbiamo scelta. Chi ha la forza di opporsi alla loro prepotenza?”. Ha 15 anni, cappellino azzurro, rosario al collo. Esita a dirci il suo nome. È alto e la sua pelle è scura: “Sono afrodiscendente, vivo qui a Ciudad Bolivar con la mia gente. Questo è il nostro quartiere”. Siamo nella periferia di Bogotà, un’immensa distesa di casupole misere in nudo mattone, spesso coperte da tetti arrangiati in lamiera. È il luogo di raccolta di tutti coloro che fuggono dalle loro terre, dalle loro vite, magari per mischiarsi nella folla e cercare un po’ di tranquillità. Ma la miseria è tanta. Bambini dovunque si rincorrono fra le strade sterrate e costellate di buche. Anche l’aria è povera, rarefatta: siamo su uno degli altopiani che circondano la capitale colombiana. Qui si superano i 3000 metri d’altezza. “Ma basta farci l’abitudine”, sorride il giovane.
 
Migliaia di bambini-soldato. Le frotte di ragazzini che si rincorrono in cerca di diversivi sono veri e propri bersagli per i gruppi armati che da oltre 40 anni si fanno la guerra, coinvolgendo chiunque serva. Reclutare bambini è la norma. I modi cambiano da zona a zona. “Qui a Ciudad Bolivar ci costringono a entrare nelle loro fazioni criminali. Si comincia con la droga e si finisce per impugnare un fucile. Se un paras ti adocchia è finita. Non hai scelta. Più ti vedono vagabondare in giro più ti avvicinano”. E sono molte organizzazioni non governative a confermare il racconto del giovane dal cappello azzurro.
Secondo le stime di Human Rights Watch e dell’Unicef, i paramilitari minorenni sono oltre 4mila. E se si contano quelli coinvolti dai gruppi rivoluzionari, Farc ed Eln, la stima sale bruscamente a 11mila. Eppure da ogni parte si tende a negare l’evidenza.
 
Alvaro Uribe, comandante del blocco Farc Magdalena MedioQuestioni di punti di vista. “Eh no. Non reclutiamo bambini – ci aveva raccontato Pastor Alape, uno dei nove comandanti delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia, capo del blocco del Magdalena Medio, un'ampia regione che si estende dal centro al nordest del paese - Sono generalizzazioni inculcate dalla stampa che manipola la verità. La nostra legge parla chiaro: reclutiamo persone dai 16 ai 30 anni. Con eccezioni, naturalmente. Se ci troviamo di fronte a bambini orfani per la violenza di esercito e paramilitari, li prendiamo con noi, formandoli, facendoli studiare e insegnando loro la lotta per un futuro migliore. Diamo loro una speranza. Ma non li costringiamo”. Però, parlando con le donne e gli uomini del blocco, nessuno nascondeva di essere entrato nelle Farc poco più che bambino: “Ero stanca di vedere i miei genitori far la fame e subire le prepotenze dei paramilitari che erano soliti arrivare e distruggere tutto, con mitra spianati e occhi pieni d’odio – ci ha spiegato Andrea, guerrigliera 35enne – quindi ho deciso molto presto di unirmi alle Farc. Per cambiare le cose”. E le storie come questa si sprecano. Storie di povertà e disperazione.
La guerra in Colombia ha ucciso oltre 300mila persone, molte delle quali civili, contadini, intere famiglie, mettendo il Paese in ginocchio.
 
Nome di battaglia Marina, 15enne guerrigliera delle FarcDenunciarli. A lanciare l’allarme “sull’invisibilità” dei bambini-soldato è stato il procuratore generale, Edgardo Maya, massima autorità per la difesa dei diritti umani in Colombia, il quale, riferendosi alla smobilitazione dei paramilitari in atto da mesi grazie alla legge Giustizia e Pace voluta da Uribe, si è chiesto: “Ma cos’è successo ai minorenni che erano nelle Autodifese unite della Colombia?”. Dato che sono stati registrati 30mila smobilitati e solo 212 erano bambini, “che fine hanno fatto gli altri?”. Mentre è praticamente impossibile avere notizie veritiere sui minori che militano nelle file di Farc ed Esercito di liberazione nazionale (Eln), farli uscire allo scoperto si impone invece come un dovere per tutti coloro che hanno deciso di aderire al cosiddetto processo di pace, rinunciando, almeno a parole, alla lotta armata. Che dimostrino la loro buona volontà denunciando tutti quei ragazzini, che solo così potranno aderire al programma di protezione e reinserimento sociale a cui hanno diritto.
 

Stella Spinelli

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