Dall'8 giugno, per nove giorni, la Guinea è stata
paralizzata da uno sciopero generale, indetto dai due principali
sindacati nazionali, per protestare contro il malgoverno del presidente
Lansana Conte e la crisi economica, che ha fatto impennare i prezzi del
carburante e dei generi di prima necessità. Dopo pochi giorni, lo
sciopero è degenerato in scontri tra polizia e studenti, preoccupati
che lo sciopero potesse cancellare gli esami di fine anno. Il bilancio
dei combattimenti, ancora incerto, parla di almeno 18 morti. Un
accordo, siglato tra governo e sindacati il 17 giugno, ha permesso il
ritorno alla calma e la fine dello sciopero. Qui di séguito
pubblichiamo il reportage di Sergio Cecchini sull'accaduto
scritto per noi da
Sergio Cecchini*
Quando sono entrato in
Guinea passando dalla Costa d’Avorio, giovedì 8 giugno, i sindacati avevano
appena annunciato uno sciopero generale ad oltranza, il secondo in poco più di
due mesi. Dal giorno dopo, tutto si sarebbe bloccato: dai ministeri alle scuole,
dai taxi alle banche. La paralisi totale era stata annunciata, e gli effetti di
questa scelta hanno subito avuto delle ripercussioni.

Mi trovo in un progetto
di Medici Senza Frontiere per la cura dell’Aids a Gueckedou, cittadina vicina
al confine con la Liberia. Al mattino di venerdì, come tutti i giorni, il
personale del centro è pronto a ricevere i pazienti. Peccato che solo pochi siano
riusciti a trovare un mezzo di trasporto per raggiungere la struttura. Durante
la giornata iniziano ad arrivare informazioni contrastanti sulle manifestazioni
che gli studenti stanno preparando per lunedì. Il programma è di ripartire per
Conakry, la
capitale della Guinea, il lunedì. Ma sabato mattina, mi viene comunicato via
radio che devo partire immediatamente: il rischio di essere in strada il giorno
delle proteste è troppo alto.
Arrivo a Conakry la domenica,
dopo due giorni di viaggio, e tutto sembra normale. L’autista mi conferma che
non c’è nulla di anomalo, non ci sono militari in giro né raggruppamenti di
persone. Alla sera, la situazione di stallo è confermata. Lunedì, verso le 7 di
mattina, Conakry sembra una città fantasma. Il traffico è sparito: non ci sono
macchine, moto, nulla che circoli per le strade. Con lo staff di Msf facciamo
il punto della situazione e decidiamo di provare a raggiungere il centro Aids
nel quartiere di Matam, a un quarto d’ora di macchina.

Cambiata la batteria alla
radio, si parte. Lungo la strada cominciamo a vedere capannelli di ragazzi che
si formano agli incroci delle strade. Nei pressi di un liceo, alcuni studenti
ci fanno segno di deviare, di non passare lì davanti. L’autista non esita un
istante e prende la prima stradina a destra. Poco dopo, iniziamo a vedere
militari dei reparti speciali ben armati e appostati. Alcuni studenti rotolano
dei copertoni e li trascinano verso il centro della strada. Una radio locale
sostiene che non è ancora detta l’ultima parola, perché l’inizio degli esami è
ufficialmente
previsto per le 10 del mattino, ma sono in pochi a crederci.
Quando arriviamo al centro
di Matam, stessa scena che a Gueckedou: pochi pazienti hanno potuto raggiungere
la struttura. Una persona sieropositiva che sia in cura con i farmaci
antiretrovirali, deve assumere il farmaco più volte al giorno e agli stessi
orari. Normalmente, al centro arrivano circa cinquanta pazienti al giorno per
i
controlli medici, oggi ce ne sono appena otto. E gli altri?

Intorno alle 9 di
mattina, la prima raffica di mitra segna la fine delle speranze. Subito dopo,
altri colpi un po’ più lontani. Davanti al centro iniziano a sfilare gruppi di
studenti che gridano “Abbasso il governo!”. Una camionetta piena di militari si
posiziona non lontano. Passa una mezz’ora e il primo ferito arriva con una
pallottola nel braccio destro. Poco dopo è il turno di un bambino con un
proiettile nel piede. Ma il piccolo pronto soccorso non ha materiale adeguato
a
trattare ferite da arma da fuoco. Contattiamo la base per chiedere di preparare
un kit d’emergenza. Intanto, arriva un altro ferito. Gli spari continuano, ma
decidiamo di partire lo stesso. Con la jeep ci infiliamo in un dedalo di
stradine per evitare le grandi arterie dove sembra stiano avvenendo gli scontri
più violenti. Alla base la situazione non è più tranquilla. Le raffiche di
mitra, in un quartiere solitamente estraneo a ogni tensione politica e
sociale, destano qualche allarme.
Con il kit pronto ritorniamo al centro di Matam. Dopo pochi minuti dal
nostro arrivo, ecco il primo morto: un bambino cui un proiettile ha perforato
l’addome. Le persone che lo hanno condotto al pronto soccorso decidono di
tornare in strada. Lo spettacolo è agghiacciante: iniziano a sollevare il
piccolo corpo e a gridare. La folla cresce, la tensione sale, mentre le braccia
e le gambe di quel bambino penzolano da una parte all’altra. La situazione inizia
a calmarsi intorno all’ora di pranzo: il governo ha promesso che gli esami si
svolgeranno prossimamente. Un acquazzone tropicale allontana tutti dalle
strade, ripulendo i segni di una giornata di scontri. Il bilancio finale, quello
più plausibile, parla di 18 morti a Conakry, Kindia e Nzérékoré, e di un’ottantina
di feriti. Ma sarebbe potuta andare molto peggio, se solo fossero circolate
armi tra i manifestanti.