21/06/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Reportage di Sergio Cecchini sugli scontri tra studenti e polizia in Guinea
Dall'8 giugno, per nove giorni, la Guinea è stata paralizzata da uno sciopero generale, indetto dai due principali sindacati nazionali, per protestare contro il malgoverno del presidente Lansana Conte e la crisi economica, che ha fatto impennare i prezzi del carburante e dei generi di prima necessità. Dopo pochi giorni, lo sciopero è degenerato in scontri tra polizia e studenti, preoccupati che lo sciopero potesse cancellare gli esami di fine anno. Il bilancio dei combattimenti, ancora incerto, parla di almeno 18 morti. Un accordo, siglato tra governo e sindacati il 17 giugno, ha permesso il ritorno alla calma e la fine dello sciopero. Qui di séguito pubblichiamo il reportage di Sergio Cecchini sull'accaduto 
 
scritto per noi da
  Sergio Cecchini* 
 
Quando sono entrato in Guinea passando dalla Costa d’Avorio, giovedì 8 giugno, i sindacati avevano appena annunciato uno sciopero generale ad oltranza, il secondo in poco più di due mesi. Dal giorno dopo, tutto si sarebbe bloccato: dai ministeri alle scuole, dai taxi alle banche. La paralisi totale era stata annunciata, e gli effetti di questa scelta hanno subito avuto delle ripercussioni.
 
Reparti antisommossa per le strade di ConakryMi trovo in un progetto di Medici Senza Frontiere per la cura dell’Aids a Gueckedou, cittadina vicina al confine con la Liberia. Al mattino di venerdì, come tutti i giorni, il personale del centro è pronto a ricevere i pazienti. Peccato che solo pochi siano riusciti a trovare un mezzo di trasporto per raggiungere la struttura. Durante la giornata iniziano ad arrivare informazioni contrastanti sulle manifestazioni che gli studenti stanno preparando per lunedì. Il programma è di ripartire per Conakry, la capitale della Guinea, il lunedì. Ma sabato mattina, mi viene comunicato via radio che devo partire immediatamente: il rischio di essere in strada il giorno delle proteste è troppo alto.
 
Arrivo a Conakry la domenica, dopo due giorni di viaggio, e tutto sembra normale. L’autista mi conferma che non c’è nulla di anomalo, non ci sono militari in giro né raggruppamenti di persone. Alla sera, la situazione di stallo è confermata. Lunedì, verso le 7 di mattina, Conakry sembra una città fantasma. Il traffico è sparito: non ci sono macchine, moto, nulla che circoli per le strade. Con lo staff di Msf facciamo il punto della situazione e decidiamo di provare a raggiungere il centro Aids nel quartiere di Matam, a un quarto d’ora di macchina.
 
Immagini degli scontri nella capitaleCambiata la batteria alla radio, si parte. Lungo la strada cominciamo a vedere capannelli di ragazzi che si formano agli incroci delle strade. Nei pressi di un liceo, alcuni studenti ci fanno segno di deviare, di non passare lì davanti. L’autista non esita un istante e prende la prima stradina a destra. Poco dopo, iniziamo a vedere militari dei reparti speciali ben armati e appostati. Alcuni studenti rotolano dei copertoni e li trascinano verso il centro della strada. Una radio locale sostiene che non è ancora detta l’ultima parola, perché l’inizio degli esami è ufficialmente previsto per le 10 del mattino, ma sono in pochi a crederci.
 
Quando arriviamo al centro di Matam, stessa scena che a Gueckedou: pochi pazienti hanno potuto raggiungere la struttura. Una persona sieropositiva che sia in cura con i farmaci antiretrovirali, deve assumere il farmaco più volte al giorno e agli stessi orari. Normalmente, al centro arrivano circa cinquanta pazienti al giorno per i controlli medici, oggi ce ne sono appena otto. E gli altri?
 
Un copertone incendiato dai manifestantiIntorno alle 9 di mattina, la prima raffica di mitra segna la fine delle speranze. Subito dopo, altri colpi un po’ più lontani. Davanti al centro iniziano a sfilare gruppi di studenti che gridano “Abbasso il governo!”. Una camionetta piena di militari si posiziona non lontano. Passa una mezz’ora e il primo ferito arriva con una pallottola nel braccio destro. Poco dopo è il turno di un bambino con un proiettile nel piede. Ma il piccolo pronto soccorso non ha materiale adeguato a trattare ferite da arma da fuoco. Contattiamo la base per chiedere di preparare un kit d’emergenza. Intanto, arriva un altro ferito. Gli spari continuano, ma decidiamo di partire lo stesso. Con la jeep ci infiliamo in un dedalo di stradine per evitare le grandi arterie dove sembra stiano avvenendo gli scontri più violenti. Alla base la situazione non è più tranquilla. Le raffiche di mitra, in un quartiere solitamente estraneo a ogni tensione politica e sociale, destano qualche allarme.
 
Con il kit pronto ritorniamo al centro di Matam. Dopo pochi minuti dal nostro arrivo, ecco il primo morto: un bambino cui un proiettile ha perforato l’addome. Le persone che lo hanno condotto al pronto soccorso decidono di tornare in strada. Lo spettacolo è agghiacciante: iniziano a sollevare il piccolo corpo e a gridare. La folla cresce, la tensione sale, mentre le braccia e le gambe di quel bambino penzolano da una parte all’altra. La situazione inizia a calmarsi intorno all’ora di pranzo: il governo ha promesso che gli esami si svolgeranno prossimamente. Un acquazzone tropicale allontana tutti dalle strade, ripulendo i segni di una giornata di scontri. Il bilancio finale, quello più plausibile, parla di 18 morti a Conakry, Kindia e Nzérékoré, e di un’ottantina di feriti. Ma sarebbe potuta andare molto peggio, se solo fossero circolate armi tra i manifestanti.
Categoria: Diritti, Politica, Economia
Luogo: Guinea